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Il problema è Trump che tromba perché ricco, non le armi ai sauditi. Ma il centro resta la Germania

Dunque, non starò a perdere tempo visto che la notizia ormai la conoscono anche gli organismi monocellulari del Borneo: in una vecchia registrazione, saltata fuori casualmente prima del secondo dibattuto presidenziale di stanotte e mentre Wikileaks sta diffondendo nuove mail di Hillary Clinton, Donald Trump svela al mondo qualcosa di sconosciuto finora. Ovvero, gli uomini di successo e ricchi, le donne possono averle come vogliono. I moralisti di tutto il mondo sono letteralmente impazziti,
forse dimentichi delle pratiche sotto il tavolo della Stanza Ovale di Monica Lewinski (la quale praticò quella fellatio solo per amore, infatti tenne l’abito macchiato come souvenir) con Bill Clinton o, peggio ancora, l’abuso di potere fatto famiglia che risponde al nome dei Kennedy, con il mito JFK donnaiolo impenitente e non proprio uscito con la coscienza pulita dalla brutta fine di Marilyn Monroe. Ma non importa, la memoria è merce a rapido decadimento, soprattutto in America. L’indignazione è ai massimi e, addirittura, in questo video,

WATCH Robert De Niro Rips into Donald Trump: He’s A Pig, I would like to punch him in the face!

l’attore Robert De Niro copre di insulti Trump e ammette che vorrebbe prenderlo a pugni in faccia. Ora, al netto del fatto che Trump non sia un maestro di cerimonia del bon ton, penso che anche voi, come me, sarete convinti che sicuramente Robert De Niro non si sia mai comportato così. Lui ha sempre trombato solo per amore, senza mai sfruttare nome, fama e soldi e dopo lungo e tormentato corteggiamento, tra piccole trattorie dove faticava a offrire una pizza e cinema parrocchiali in cui limonare in ultima fila.
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Mi sbaglierò ma al netto della sua determinazione, temo che il dibattito di stanotte sarà la pietra tombale della candidatura di Trump. E non perché il Paese gli abbia voltato le spalle in nome del moralismo e della volontà di vincere il premio “Marito dell’anno” ma perché l’intero establishment repubblicano ha ritirato il suo supporto a Trump, con il Partito che ha minacciato anche il taglio dei fondi. Ciò che i vari Severgnini, Riotta o Botteri di turno non vi diranno, però, è che un sondaggio condotta da POLITICO e Morning Consult dopo la pubblicazione del commento sessista di Trump mostra un’America molto diversa da quella della leadership repubblicana o dei divi di Hollywood in versione santo e martire.
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A livello generale, il 39% degli interpellati vuole che Trump si ritiri dalla corsa alla Casa Bianca, mentre il 45% pensa che dovrebbe proseguire. Ma è entrando nella lettura partisan dei dati che si scoprono cose interessanti: se infatti il 70% degli elettori democratici vuole Trump fuori, solo il 12% dei Repubblicani è d’accordo, con le donne al 13% del totale sull’elettorato del GOP. Di più, il 74% degli elettori repubblicani interpellati ieri ha detto che i vertici del Partito dovrebbe continuare a supportare Trump, mentre solo 13% ha detto che fanno bene a scaricarlo. Ultimo dato, ad oggi la Clinton sarebbe avanti di 4 punti, 42% contro 38%. Insomma, l’americano medio è meno bigotto e moralista di quanto non siano i politici, forse perché sa che il potere corrompe e che, magari, una scappatella è capitata anche a lui.
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Ma al netto di questo, c’è dell’altro. Sapete già dell’orribile strage compiuta dalla coalizione a guida saudita in Yemen, oltre 155 morti a un funerale a Sana’a, dove, stranamente, erano presenti molti politici e rappresentanti della forze Houthi che si oppongono al governo ufficiale e internazionalmente riconosciuto. Vi avevo già detto in un mio precedente articolo che proprio il movimento Houthi, sul finire di agosto, aveva offerto all’esercito russo le proprie infrastrutture aero-portuali e come Mosca stia ampliando presenza e rapporti diplomatici in Yemen, proprio di fronte al chokepoint fondamentale di Djibouti, dove gli Usa hanno la base strategica di Camp Lemonier.
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Insomma, al netto della negazione da parte di Ryad di proprie responsabilità, l’accaduto appare un chiaro messaggio sia ai ribelli che ai russi. Bene, questa mattina l’agenzia Ansa batteva la seguente notizia, in arrivo dal Paese dove ci si indigna se Trump scopa perché è ricco. “La Casa Bianca si dice profondamente turbata dall’attacco aereo della coalizione a guida saudita su una cerimonia funebre a Sanaa, nello Yemen, che ha provocato 155 morti. E’ quanto afferma il portavoce del consiglio di sicurezza nazionale, Ned Price, il quale avverte Riad: la cooperazione sulla sicurezza con l’Arabia Saudita non è un assegno in bianco”. E su questo c’è poco da ridire, visto che l’ultima commessa di armi verso Ryad ha avuto il via libera del Congresso solo 10 giorni fa e il pagamento non era in bianco ma bensì di 1,5 miliardi di dollari. “Alla luce di questo e di altri incidenti, abbiamo avviato una revisione immediata della nostra già significativa riduzione del sostegno alla coalizione araba”, afferma Price.
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Gioco delle parti per salvare la faccia o ricatti sottotraccia da entrambe le parti riguardo la legge che consente di citare in giudizio l’Arabia per l’11 settembre? Casualmente, infatti, dopo aver ridicolizzato il veto di Obama nei due rami del Parlamento, un gruppo di deputati Usa ha cominciato a lavorare a una proposta di revisione della stessa. Immediata, poi, è stata la risposta di Ryad: dopo aver negato ogni responsabilità, la coalizione ha annunciato che aprirà un’inchiesta sul “deplorevole e doloroso” attacco aereo, riferisce la Saudi Press Agency. Io so soltanto due cose: la prima ce la dice questo grafico,
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il quale ci mostra come gli americani vendano armi ai sauditi con il badile da sempre e se sono così idioti da pensare che la Casa Reale usasse quelle armi come complemento d’arredo, allora possono anche credere a De Niro che approccia timidamente le donne al bancone di un pub, offrendo un Biancosarti. Secondo, l’informazione è non soltanto più indegna ma addirittura vomitevole: dieci minuti su Trump, venti secondi su Sana’a. In compenso, sappiamo che in South Carolina sono state danneggiate cinque auto dall’uragano Matthew ma su Haiti ce la caviamo con le solite immagini di bambini nel fango. Forse perché i fondi del Dipartimento di Stato, all’epoca del terremoto guidato dalla Clinton, finirono in ricche prebende ai signorotti locali (e magari a qualche onlus che ora chiede donazioni con gli sms) e non in aiuti umanitari e infrastrutture per la gente? In compenso, la Clinton ottenne per un suo finanziatore, la prima concessione per una cava aurea ad Haiti in 30 anni. Tutte coincidenze ma meglio parlare poco di Haiti prima dell’8 novembre.
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Ma attenzione, perché c’è dell’altro che gli Usa vogliono che rimanga sottotraccia. Ad esempio, questo.
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Ovvero, il fatto che – come confermato dalla Bild e da Bloomberg – l’amministratore delegato di Deutsche Bank, John Cryan, sia tornato a casa a mani vuote dal suo viaggio negli Usa, durante il quale intendeva raggiungere l’accordo con il Dipartimento della giustizia sulla multa per la vicenda subprime. Quindi, dopo il fallito bail-out da parte di blue chips tedesche e quello degli investitori del Qatar, domani il gigante zoppo del sistema bancario tedesco rischia un nuovo bagno di sangue, al Dax prima e a New York dopo. E con il prezzo sul filo della singola cifra, non garantisce ottimismo il fatto che sempre venerdì DB abbia emesso debito a 5 anni denominato in dollari per 3 miliardi, meno di quanto si pensasse: il prezzo del senior unsecured bond era poco sotto la parità, con un generoso coupon del 4,25% e uno spread di oltre 300 punti base sul Treasury.
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Insomma, Washington vuole qualcosa dalla Germania e sappiamo tutti cosa: appoggio totale dell’Europa a raid statunitensi in Siria per fermare le “stragi di civili” di russi ed esercito siriano. In tal senso, più tardi si dovrebbe conoscere l’esito del voto al Consiglio di sicurezza dell’Onu sulle due mozioni presentate: quella russa chiede il cessate il fuoco ma non menziona la fine dei bombardamenti, mentre quella franco-spagnola, guarda caso, chiede l’imposizione della no-fly zone su Aleppo: una manna per Isis, Al Nusra e Stati Uniti. E ricorderete come venerdì vi abbia detto che il capo della Commissione esteri del Bundestag abbia chiesto nuove sanzioni contro Mosca per il suo operato in Siria, con il Parlamento Ue che già ha avanzato formale condanna per russi e siriani. A quanto pare, Washington vuole di più dal suo alleato-vassallo, a suo volta padrone incontrastato d’Europa.
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Casualmente, da ieri in Sassonia è caccia a un siriano 22enne che avrebbe progettato un attentato dinamitardo contro un aeroporto. Nel suo appartamento di Chemnitz, tra Lipsia e Dresda, le forze speciali hanno rinvenuto centinaia di grammi esplosivo ad alto potenziale e nel corso della perquisizione nell’area, tre persone sono state poste in stato di fermo. Quale aeroporto voleva colpire? Non si sa ma era noto alle forze di sicurezza tedesche, ritenuto pericoloso e posto sotto osservazione da tempo. Casualmente, è anche sparito però. Ma l’effetto è bastato: come diceva poco fa SkyTg24, da ieri Lipsia è una città in stato d’assedio, con la gente che non può uscire di casa e polizia dappertutto. Ecco la frase finale del servizio: “Lipsia si è svegliata conoscendo cos’è la paura”. Missione compiuta anche questa volta, attendiamoci svolte su Siria e Deutsche Bank a breve. Ma dubito che Vladimir Putin abbia ancora molta pazienza prima della sua contromossa.

Sorgente: Il problema è Trump che tromba perché ricco, non le armi ai sauditi. Ma il centro resta la Germania – Rischio Calcolato | Rischio Calcolato

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