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Gran Bretagna, Ungheria, Colombia: i referendum che hanno smentito le posizioni dai Governi – it.sputniknews.com

it.sputniknews.com – Gran Bretagna, Ungheria, Colombia: i referendum che hanno smentito le posizioni dai Governi  –   di Mario Sommossa

E tre! Ancora, per la terza volta, un referendum popolare ha smentito le posizioni assunte dai Governi in carica su argomenti cui avevano puntato molto.

Il primo fu in Gran Bretagna, con la Brexit, il secondo in Ungheria per i profughi, il terzo in Colombia a proposito dell’accordo di pace con le FARC. Innata saggezza dei popoli o incompetenza dei non addetti ai lavori a poter giudicare nel merito? Solo il futuro, forse, ci potrà dire quale fosse la scelta giusta da farsi ma, nel frattempo, i governanti, pur apprezzati su altri temi dai loro elettori (un po’ meno Cameron) sono stati pesantemente sconfessati.

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Cominciamo dalla Brexit. Su questo tema perfino il partito di maggioranza si era diviso e il voto è stato trasversale. Nonostante il Primo Ministro si fosse impegnato personalmente a sostenere la necessità di rimanere membri dell’Unione Europea, nonostante il mondo economico fosse schierato con lui, una netta maggioranza di britannici ha deciso di scegliere ciò è apparso essere più un voto “di pancia” che “di cervello”. Non che i sentimenti di critica all’Unione appartenessero solo agli abitanti della “perfida Albione”.
E’ risaputo che anche in Paesi più tradizionalmente europeisti quali gli italiani e i francesi, se si tenesse oggi un simile referendum, si correrebbe il rischio di avere lo stesso risultato. A Londra, la conseguenza politica più immediata furono le dimissioni di Cameron e la formazione di un nuovo Governo con il compito di gestire l’uscita.

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Poco conta ora ipotizzare un risultato diverso se il voto fosse ripetuto: nonostante gli irlandesi lo fecero nel non lontano passato, non è politicamente possibile indire a breve un secondo referendum sullo stesso argomento. E poi, le conseguenze economiche disastrose ipotizzate prima del voto nel caso di un “no” non si sono ancora viste, salvo il panico iniziale delle prime settimane.
Sono piuttosto le conseguenze politiche sugli altri Paesi membri che potrebbero aprire scenari catastrofici. La Brexit ha incoraggiato altri settori anti europeisti a insistere nelle loro tesi secessioniste mentre, al contrario ma con minore successo, ha convinto qualche politico a giudicare assolutamente obbligatorio pensare a un’Unione più stretta, che, finalmente, faccia un salto di qualità verso l’integrazione politica e non solo economica.

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Il secondo referendum choc è quello ungherese. In questo caso, checché ne dica Orban che vuole mettere a fuoco unicamente il 93 percento di favorevoli, la scarsa partecipazione degli elettori ha, di fatto invalidato la consultazione. Poiché il tema oggetto del voto era certamente un argomento “caldo”, il fatto che il 56,5 degli ungheresi abbia disertato non è spiegabile semplicemente con il disinteresse della popolazione, bensì assume un significato politico da cui non si può prescindere.
E’ difficile immaginare che chi non ha votato l’abbia fatto perché desideroso di accogliere profughi in fuga dal Medio Oriente. Piuttosto, i cittadini hanno colto il significato implicito di una forte contrapposizione a Bruxelles che avrebbe marcato un distacco dall’Unione tale da mettere a rischio non solo i legami (e i contributi) economici con il centro ma che anche avrebbe costretto tutti i vertici europei a prendere atto del fallimento di ogni sogno sovrannazionale. Il voto ungherese non va però sottovalutato o puramente considerato una sconfitta di Orban.

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Occorre ora che anche la politica generale europea verso i profughi sia ripensata e si ricerchi una soluzione che non sia la semplice accettazione di chi arriva. Se ognuno di noi prova sentimenti umanitari e di solidarietà verso chi sbarca sulle nostre coste a rischio della propria vita, ciò non significa che dobbiamo accettare supinamente che le nostre frontiere e le nostre leggi sull’immigrazione siano nullificate da un’invasione destinata solo a crescere.
D’altra parte, a tutti piace passare per i “buoni” e poter indicare altri come i “cattivi” o disumani, ma la verità è che le reti messe ai confini ungheresi per impedire nuovi afflussi fanno comodo anche agli austriaci e ai tedeschi che han così ridotto gli afflussi incontrollati dei primi tempi del fenomeno.

Infine il referendum colombiano. Anche lì la partita politica non si limitava alla pura accettazione o al rifiuto di un accordo con il maggior gruppo terrorista. La consultazione è stata sfruttata anche per la battaglia interna tra le varie forze in vista delle prossime elezioni presidenziali che si terranno a metà 2018.

Di là della normale dialettica politica, tuttavia, ciò che ha motivato il voto della lieve maggioranza di colombiani (circa 60.00 voti di differenza a favore dei no) è la perenne diatriba tra le ragioni etiche e quelle del realismo politico. I contenuti dell’accordo erano certamente uno schiaffo al normale senso di giustizia.
L’amnistia quasi generale nei confronti di chi aveva partecipato a crimini violenti e la garanzia, per due legislature, di consentire ai membri delle FARC una rappresentanza parlamentare di almeno dieci deputati offendeva, comprensibilmente, i sentimenti delle vittime o dei parenti sopravvissuti ai numerosi eccidi. Era quindi naturale che molti non riuscissero a dimenticare da un giorno all’altro quanto successo.

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Tuttavia, dopo venti anni di guerra civile in cui ogni strumento militare era stato impiegato senza concreto successo, era necessario trovare un compromesso che ponesse fine, almeno in maggior parte, al clima d’incertezza e di pericolo che pregiudicava ogni possibile sviluppo del Paese. La Colombia è uno Stato virtualmente molto ricco e con enormi possibilità di incrementare un diffuso benessere.
Se ciò non è ancora avvenuto, è esattamente a causa di quella guerra civile che rende avventurosa ogni iniziativa imprenditoriale e impedisce, per il rischio di essere sequestrati, la libertà di spostamento nella gran parte del territorio. L’accordo raggiunto a L’Avana era sicuramente molto generoso verso i terroristi ma questo era il prezzo da pagare se si voleva guardare al futuro con realistico ottimismo.
Fu la stessa cosa che facemmo in Italia quando, caduto il fascismo e dopo gli sbandamenti iniziali, persino il comunista Togliatti amnistiò tutti gli ex fascisti, (quasi) qualunque colpa avessero commesso. Il contrario di ciò che, invece, fecero gli americani in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein.
Questi ultimi vollero applicare le loro regole ed eliminarono da ogni pubblica amministrazione, compreso l’esercito, chiunque avesse avuto un qualche legame con il partito Baath, al potere in precedenza. Le conseguenze negative sono sotto gli occhi di tutti.

Scegliere di dimenticare come se nulla fosse successo è sempre arduo nei casi in cui la violenza è stata feroce e ha colpito nel cuore delle popolazioni. Un politico, però, non può permettersi di cedere ai sentimenti che proverebbe se fosse un cittadino qualunque. La responsabilità del suo ruolo gli impone di guardare al futuro del proprio Paese, perfino se quel futuro comporta una contraddizione con gli istinti del proprio cuore.
Adesso che l’accordo è bocciato, il Governo e le FARC potrebbero tentare una rinegoziazione su altre basi ma la cosa assume aspetti delicati. Se i guerriglieri erano già divisi sui risultati fin qui ottenuti, un nuovo accordo al ribasso avrebbe maggiori difficoltà a essere accettato da tutti loro. Anche i parlamentari che fossero chiamati a esprimersi su un nuovo testo farebbero fatica ad approvarlo dopo che il precedente è stato rigettato dai loro elettori.
Soprattutto pensando che dovrebbero farlo proprio qualche mese prima delle elezioni. Senza contare che l’altro gruppo terrorista, le ELN, non sono certo incoraggiate a proseguire nei loro contatti con il Governo, col rischio di esporsi per poi vedersi bocciare le intese eventualmente raggiunte.

I votanti che si sono espressi contro quell’intesa non erano politici e, almeno da questo punto di vista, non avevano le stesse responsabilità di chi governa. Così come per i britannici e gli ungheresi, anche in questo caso le valutazioni fatte dagli elettori hanno smentito le decisioni dei loro governanti. Non ci resta allora che domandarci se sia saggio, oppure no, che su temi così delicati e complessi un referendum rappresenti il metodo giusto per decidere il da farsi.

I nostri costituenti furono molto prudenti a questo proposito e permisero solo referendum abrogativi con l’esclusione assoluta di quelli di carattere fiscale e dei trattati internazionali. Scelsero quindi di privilegiare la democrazia rappresentativa a quella diretta e la delega funzionò fino a che i rappresentanti godettero di un giusto prestigio e della fiducia dei loro rappresentati. Ma oggi è ancora così?
L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Sorgente: Gran Bretagna, Ungheria, Colombia:i referendum che hanno smentito le posizioni dai Governi

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