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Gli affari dell’Iran con la Cina per il petrolio – Il Post

Si sono rafforzati per via delle sanzioni economiche, ma ora che sono state rimosse il governo iraniano guarda alle aziende occidentali, più efficienti

In mezzo alle paludi infestate da serpenti sul confine iraniano con l’Iraq, nella sala di controllo che monitora la parte nord del giacimento petrolifero di Azadegan sono impiegati solo tecnici cinesi. A mezzogiorno nel centro di Teheran, la capitale dell’Iran, centinaia di cinesi escono dai loro uffici della società di telecomunicazioni Huawei per andare in mensa. Oggi gli immigrati cinesi in Iran sono così tanti da superare quelli di tutte le altre nazionalità messe insieme. Un decennio di sanzioni internazionali per bloccare il programma nucleare iraniano ne fatto diventare la Cina il principale investitore e socio commerciale del paese. Ora che le restrizioni sono state formalmente rimosse, il governo iraniano sta cercando di attenuare la dipendenza dalla Cina, un tentativo che viene però intralciato dalle sanzioni americane ancora in vigore. «La Cina ha fatto abbastanza investimenti in Iran», ha detto Mansour Moazami, ex ministro del Petrolio iraniano e da quest’anno presidente dell’enorme Organizzazione per lo sviluppo industriale e il rinnovamento (IDRO). «Daremo delle possibilità anche ad altri».

Dopo la rimozione delle sanzioni la situazione in Iran è più sfumata di come spesso viene presentata. Molte persone negli Stati Uniti, tra cui il candidato alla presidenza del Partito Repubblicano Donald Trump, lo dipingono come il grande vincitore dell’accordo sul nucleare firmato l’anno scorso, mentre le aziende europee si affrettano a fare affari in uno degli ultimi grandi mercati emergenti non ancora sfruttati. A Teheran, però, il governo viene accusato di non sapere ottenere i risultati promessi e di assecondare un Occidente ancora ostile. Gli investitori occidentali si sono mossi con lentezza, spingendo l’Iran verso i cinesi, soprattutto nel settore energetico, dove c’è molta pressione per aumentare la produzione. In altri settori le banche occidentali si rifiutano ancora di fare affari con l’Iran per paura di violare le sanzioni americane ancora in vigore, che però non riguardano il nucleare: significa che le aziende occidentali non possono mettere insieme i finanziamenti per i loro progetti nel paese.

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Diverse persone, tra cui Moazami, sono frustrate dalla situazione. Il conglomerato statale di Moazami vorrebbe raccogliere 10 miliardi di dollari in investimenti stranieri prima della fine dell’anno, per dei progetti che vanno dalla costruzione di navi al settore petrolchimico. «Abbiamo bisogno di investimenti. Non è ancora avvenuto quello ci aspettavamo ed è questo che gli americani devono risolvere», ha detto Moazami. Non è ancora chiaro se le linee guida degli Stati Uniti sulle sanzioni, diffuse il 7 ottobre, riusciranno a cambiare le cose.

La «sensazione di essere stati imbrogliati» dall’Occidente si sta insinuando anche tra gli iraniani, spiega Li Guofu dell’Istituto di studi internazionali del Ministero degli Esteri cinese. «La Cina è in qualche modo consapevole del fatto che l’Iran sa di non avere molte opzioni», ha detto. Il periodo delle sanzioni è stata una manna per la Cina, dal momento che gli altri paesi avevano obbligato le loro aziende a lasciare il paese. Da un volume di commercio con l’Iran pari alla metà di quello dell’Unione Europea prima delle sanzioni, la Cina è arrivata ad avere scambi commerciali con l’Iran cinque volte superiori a quelli dell’UE nel 2014, che sono poi scesi progressivamente per via del calo del prezzo del petrolio. Majidreza Hariri, vicepresidente della Camera di commercio iraniana-cinese, ha raccontato che le società cinesi sono entrate in Iran, ottenendo spesso i loro primi importanti contratti internazionali, in settori che vanno dal petrolio alle comunicazioni. Huawei, per esempio, sta costruendo delle infrastrutture per le comunicazioni, un incarico che senza le sanzioni sarebbe stato assegnato alla società tedesca Siemens.

Antiche rotte commerciali

Ora la Cina vuole portare il rapporto con l’Iran a un livello superiore sperando di ricostruire le antiche rotte commerciali della Via della seta verso l’Europa. A gennaio il presidente cinese Xi Jinping è stato il primo leader mondiale a visitare Teheran dopo la fine delle sanzioni, promettendo scambi commerciali da 600 miliardi di dollari nel giro di dieci anni. Il rapporto tra i due paesi, però, non è stato quasi mai semplice. Nonostante la Cina sia uno dei più importanti fornitori di armi e tecnologie nucleari dell’Iran dagli anni Ottanta, in momenti cruciali i leader cinesi hanno sacrificato quei progetti per tutelare il loro rapporto con gli Stati Uniti, secondo un approfondito resoconto di John Garver del Georgia Institute of Technology. Quando ha avuto bisogno di più petrolio la Cina si è rivolta per prima all’Arabia Saudita, grande rivale dell’Iran.

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Anche l’Iran si è dimostrato ambivalente, e il suo rapporto con la Cina è finito invischiato in alcune battaglie tra i moderati e i conservatori del paese. La Cina ha ottenuto molti dei suoi appalti durante il mandato dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, quando stava ampliando il ruolo del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica in tutti i settori economici. L’attuale governo del presidente Hassan Rouhani, invece, vuole ripristinare gli investimenti con altre parti del mondo e ridurre l’influenza economica delle forze armate iraniane.

In nessun altro posto il complesso rapporto tra Cina e Iran si è sviluppato in modo più chiaro che nelle paludi e nei deserti dei giacimenti petroliferi di Azadegan Nord e Azadegan Sud, nel sudovest dell’Iran. La società petrolifera di proprietà del governo cinese China National Petroleum Corporation International è subentrata nella gestione del giacimento nel 2010, dopo che la società giapponese Inpex Corporation fu costretta ad andarsene per via delle sanzioni: un meccanismo che si è ripetuto anche per altri progetti iraniani nel settore del gas e del petrolio. All’inizio le cose andarono bene, ma a un certo punto i cinesi rallentarono la produzione, soprattutto nel più grande giacimento meridionale, come racconta il direttore del giacimento di Azadegan Nord, Karamat Behbahani. Behbahani, che ha studiato all’università in Texas, spiega anche che i cinesi attribuirono parte della la colpa del rallentamento agli Stati Uniti.

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Un tecnico nel giacimento di Azadegan nel 2008 (AP Photo/Vahid Salemi, File)

Quando Rouhani divenne presidente al posto di Ahmadinejad, nel 2013, il governo iniziò a lamentarsi molto degli scarsi risultati cinesi. Una società iraniana sostituì una cinese in un appalto per la gestione di un giacimento offshore da 4,7 miliardi di dollari (circa 4,3 miliardi di euro). Nel 2014 il ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh allontanò i cinesi dal giacimento di Azadegan Sud – uno dei più grandi giacimenti vergini al mondo, che produce circa 33 miliardi barili di petrolio – aggiungendo che poteva accadere lo stesso anche per altri investimenti cinesi. Nel 2014 il ruolo della Cina in Iran raggiunse un altro picco negativo quando un funzionario del ministero dell’Ambiente multò dei lavoratori cinesi per aver cacciato e mangiato delle tartarughe dal guscio molle dell’Eufrate, una specie protetta, nelle zone paludose intorno ai pozzi di petrolio di Azadegan Nord.

Intanto aumentavano le pressioni per sviluppare il giacimento di Azadegan. L’Iraq aveva affidato a un consorzio guidato da Shell (il cui nome completo è Royal Dutch Shell Plc) l’incarico di sfruttare la parte del giacimento che condivide con l’Iran, dall’altra parte del confine. Nell’aprile del 2014, la parte irachena del giacimento ha esportato il suo primo carico di petrolio.

Due cannucce

«È come avere una bella bibita fresca con due cannucce», dice Behbahani, sottolineando come a bere dall’altra cannuccia ci sia l’Iraq. «Non dovremmo perdere tempo». Behbahani si lamenta che i cinesi siano ancora lì, nonostante le aziende occidentali abbiano tecnologie probabilmente migliori del China National Petroleum Corporation International, la compagnia petrolifera di proprietà del governo cinese. Oggi il consorzio Shell produce oltre 200mila barili di petrolio al giorno, contro i 125mila complessivi dei due giacimenti di Azadegan. «Abbiamo fatto quello che dovevamo sulla base del nostro interesse nazionale», dice Behbahani nel suo ufficio di Teheran. «Se ci fosse stata Total, sarebbe Total a estrarre il petrolio. Se ci fosse stata Shell, sarebbe stata Shell».

Ad Azadegan Sud, in assenza di investitori stranieri, gli ingegneri responsabili dicono di aver bisogno di altri quattro anni per completare le attrezzature di superficie necessarie per portare la produzione a pieno regime. A rallentare il processo è la mancanza di liquidità più che di tecnologia, e gli ingegneri vorrebbero avere a disposizione alcuni software di Shell in grado di mappare le riserve sotterranee, risparmiando così tempo e soldi.

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A maggio Zanganeh, il ministro del Petrolio, ha detto di avere avviato delle trattative con Total per far subentrare la società ad Azadegan Sud: questo mese dovrebbe partire un bando di gara. Secondo Homayoun Falakshahi della società di consulenza energetica Wood Mackenzie, a causa dei ritardi negli appalti e del calendario elettorale ci vorranno però almeno 18 mesi prima che una grande società petrolifera occidentale inizi a lavorare in un giacimento di petrolio iraniano.

Nel frattempo l’Iran ha attenuato la sua posizione sugli investimenti cinesi, annunciando trattative esclusive con società cinesi del paese per portare avanti la seconda fase dei progetti nel giacimento di Azadegan Nord e nel vicino Yadaravan. Zanganeh sembra aver trovato un compromesso con le fazioni conservatrici iraniane: il nuovo appalto petrolifero internazionale approvato dal Parlamento obbliga gli investitori stranieri a scegliere un socio da una lista di soggetti autorizzati, tra cui c’è un conglomerato di proprietà delle Guardie rivoluzionarie iraniane e un altro legato ad Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran, cioè la massima carica religiosa del paese.

Nuovi appalti

«È un modo per dire ai conservatori del regime che non saranno esclusi dai nuovi appalti», spiega Falakhshahi. La settimana scorsa, quando sono entrati in vigore i nuovi appalti, la gestione dei giacimenti di Yaran, più piccoli ma vicini a quelli di Azadegan Nord e Azadegan Sud, è andata a una società affiliata al conglomerato della Guida Suprema, la Persia Oil and Gas Industry Development Co.

Dal raggiungimento dell’accordo sul nucleare China National Petroleum Corporation International ha aumentato la produzione ad Azadegan Nord, e quattro mesi fa ha raggiunto la quota di 75mila barili giornalieri prevista dal contratto. Anche se il ritardo accumulato è di diversi anni, «non stiano con le mani in mano a disperarci» dice Behbahani. Grazie all’aiuto di una società petrolifera cinese – e non di una occidentale – l’Iran ha iniziato a bere dalla sua cannuccia.

Sorgente: Gli affari dell’Iran con la Cina per il petrolio – Il Post

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