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Giornali, polisportive e società tutti all’assalto del «tesoro» Dc | Il Mattino

Una mamma munifica la Dc, ma rigorosa nei conti come mai si sarebbe detto. La politica è fatta soprattutto di parole, spesso troppe, ma qualche volta anche i numeri hanno un valore. Ed ecco quelli della vecchia Balena bianca custoditi in un appartamento nel centro di Avellino, sede della fondazione intitolata all’eretico Fiorentino Sullo di cui è presidente onorario Gerardo Bianco, braccio operativo Gianfranco Rotondi. «È l’ultima volta che apro queste carte, forse verranno unificate con quelle della fondazione Sturzo, le ha chieste Castagnetti, vedremo… Ma sicuramente è necessario ordinarle, digitalizzarle, trovare una collocazione idonea, dargli un senso», spiega Rotondi mentre si fa strada in un’abitazione in ristrutturazione nel centro storico che si accinge a acquistare di tasca propria per dare una sede stabile a un centro culturale che porta il nome di quel democristiano al quale tutti in Irpinia ascrivono il merito di aver fatto passare l’autostrada sottraendo l’intera provincia all’isolamento geografico e sociale.

Quei faldoni erano stati sistemati a partire dal 2002 in un altro appartamento, custode inconsapevole di un pezzo di memoria del Paese la signora Iolanda, un’anziana sfrattata ma assistita dal welfare democristiano – ironizza Rotondi – che per dieci anni ha fatto le pulizie ricevendo in cambia ospitalità. Appartamento di sei stanze, di cui quattro chiuse, con dentro la contabilità di quello che fu il «tesoro» della Dc, sottratta al macero durante lo sfratto da piazza Del Gesù.

«Che facciamo?», si chiesero all’epoca Buttiglione e Rotondi «eredi» dello scudocrociato per conto del Cdu, fondatori di uno dei tanti partitelli post democristiani venuti fuori dalla scissione e che a loro volta hanno generato negli anni figli minori in grado soltanto di reggere per un paio di campagne elettorali. Diaspora «bianca» con bilanci, cambiali, azioni e migliaia di ricevute trasferite nottetempo ad Avellino, qui dove la Dc coltivò una potente e ramificata classe dirigente.

A chi andavano dunque i soldi del lauto finanziamento pubblico? Soprattutto ai giornali, strategicamente dislocati lungo lo Stivale. Non solo fogli politici come il Popolo, la Discussione, l’Editrice 5 lune, ma anche quotidiani di larga diffusione confezionati con la cronaca cittadina, gli spettacoli e tanto sport come il Gazzettino Veneto, il Corriere del Giorno, Avvenire d’Italia, Adige e Il Mattino di Napoli, la «corazzata» delle testate nell’orbita democristiana controllata attraverso la società più organizzata della galassia Dc, l’Affidavit. Una Spa che riceveva contribuzioni dal partito ma che negli anni Ottanta cominciò a restituire cifre considerevoli a piazza del Gesù. Erano quelli gli anni del Napoli di Maradona e del quasi monopolio sul mercato dell’informazione in Campania, tanto che il Mattino per i democristiani cominciò a rivelarsi un affare. Centinaia di milioni delle vecchie lire tornano così indietro attraverso bonifici puntualmente registrati o assegni di cui negli archivi sono conservate le fotocopie.

Il tentativo di mettere ordine nei bilanci un po’ prima che le procure cominciassero a rovistare? Già una decina di anni prima, nel 1981, l’onorevole Erminio Pennacchini inviava al tesoriere del partito, Severino Citaristi, crocifisso poi con tangentopoli, una proposta di legge sul finanziamento dei partiti che in via preventiva veniva sottoposta alla Dc «al fine di valutare se fosse conforme alla gestione economica del partito».

La consapevolezza, prima di chiunque altro, ad eccezione dei Radicali che già combattevano il sovvenzionamento, che quel sistema di finanziamenti a pioggia con i soldi dello Stato stava giungendo al capolinea ed era l’ora di riformare. Ma la pratica del rinvio è stata purtroppo uno dei tratti cromosomici dei democristiani. Nulla accadde e nel 92 ci pensarono prima la Procura di Milano e poi le altre a fare saltare il tavolo.

«Contributi straordinari» per 171 milioni di lire nel 1961, un congresso da 4 milioni nello stesso anno, ma anche 41 milioni per corsi di formazione-giovani e 7 milioni a «organismi fiancheggiatori, La Voce e il Democratico», più i sovvenzionamenti ai comitati provinciali, spese per dipendenti e sedi. Il bilancio della balena bianca agli inizi degli anni Sessanta ammontava a circa quattro miliardi, quanto lo stipendio medio di un operaio era di 60mila lire e una Fiat 500 costava circa seicento.

Giornali, tanti, tra cui anche una misteriosa «Realtà comunista» edita dalla segreteria nazionale della Dc per fare opera di controinformazione tra i «compagni». Propaganda e polisportive come la Libertas, il centro per i problemi dell’emigrazione e quello per i problemi della cooperazione. E ancora il movimento reduci, e la ramificazione giovanile e femminile del partito, quest’ultima nel ruolo di Cenerentola, visto che non vengono mai trasferiti finanziamenti superiori ai quattro milioni. Attività di partito e contributi a perdere come al «Consorzio poliambulatorio borgate romane srl» a cui vanno 50 milioni.

Non mancano negli anni Ottanta le televisioni: saltano fuori dai faldoni custoditi da Rotondi contributi a decine di emittenti private locali senza indicare mai il nome, piccoli importi a differenza di quanto accade nei confronti della concessionaria pubblicitaria di Fininvest a cui vengono chiesti bilanci e assetto societario altrimenti «non possiamo procedere con i pagamenti», avvertiva la Dc che un po’ di diffidenza nei confronti di Berlusconi, amico di Craxi, doveva già nutrirla all’epoca.

Un fiume di danaro, ma a spulciare tra i conti redatti in larga parte da Citaristi nulla sfuggiva alla contabilizzazione, fogli e veline rigidamente compilati a macchina e archiviati in cartelline, ognuna intestata con i nomi delle diverse società di un partito che oltre a essere Stato provava anche a diventare azienda: Sfae, Gepi, Sari, Edit, l’Immobiliare.

Insomma, la Dc elargiva soldi ma annotava tutto senza poi curarsi più di tanto del loro utilizzo, perno di un ingranaggio che provvedeva ad alimentare il sistema di cui la balena bianca era il centro. Nonchalance, ma quando le cose non andavano come previsto, ecco che i poco attenti democristiani cacciavano le unghie anche tra loro, come nel caso della protesta di un gruppo di parlamentari veneti contro il capocorrente Antonio Bisaglia, uno che veniva dall’Azione cattolica e aveva studiato in seminario. Al più volte ministro fu contestato a muso duro che il Gazzettino Veneto non dava spazio ai deputati locali durante una campagna elettorale e così, complice qualche caporedattore del giornale in tempi in cui non esistevano i database, viene fuori un puntiglioso elenco di uscite con indicate anche le colonne dei titoli: onorevole Orsini, articolo 1 in nazionale (colonne 3) 19 in locale per complessive colonne 19; onorevole Tina Anselmi 1 pubblicazione in nazionale per colonne 4; sette in locale per colonne 16 e così via.

Una mamma munifica che non buttava via niente, come le lettere di raccomandazione con le richieste più disparate conservate fino a oggi: posti di lavoro soprattutto, ma c’è pure la lettera di un imprenditore che dopo avere costruito un complesso residenziale a punta Ala in Sardegna chiede al partito una mano per vendere gli appartamenti. La risposta è possibilista, pur se nel concreto non si assicura nulla se non un vago interessamento in classico stile democristiano.

Note spese e bilanci, ma anche qualche ritaglio di giornale in particolare sul caso Sindona: un articolo riferisce della consegna di due miliardi da parte del finanziere, lascito avvenuto nella sede della Dc nell’aprile del 74. Al ritaglio è incollata una relazione in chi si spiega invece che si era trattato di un mutuo di cui era sta pattuita «la gratuità» e che «la stessa somma era stata restituita due mesi dopo grazie al contributo straordinario degli associati».
Non bastava dunque il solo finanziamento pubblico per tenere in piedi la grande giostra democristiana, quella su cui provavano a salire in tanti, anche le banche, visto che i conti milionari della Dc erano equamente ripartiti tra i principali istituti di credito italiani senza lasciare fuori Mps, sigla nell’orbita del Pci.

Numeri, interessi economici, società del pachiderma democristiano che non si poneva il problema di fare quadrare i bilanci ma piuttosto di non scontentare nessuno, neanche gli avversari stipando in quel lungo cunicolo dello studio ovale di piazza del Gesù, dove era sistemato l’archivio amministrativo, faldoni su faldoni di ricevute, il risultato dei costi folli di quella micidiale macchina di consenso che è stata la balena bianca. Storia remota in un’epoca di partiti leggeri, quando le sezioni quasi non esistono più e le poche ancora aperte stanno chiudendo per debiti. Eppure erano quelle le sedi di forze politiche che mobilitavano le masse, punto di riferimento dei militanti soprattutto durante i tanti momenti bui della storia del Paese. Centri di aggregazione, teatro di civili confronti e furibondi scontri, i luoghi di una politica che aveva dei costi, ieri come oggi.

Sorgente: Giornali, polisportive e società tutti all’assalto del «tesoro» Dc | Il Mattino

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