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Com’è fatta la guerra alla droga di Duterte – Il Post

Di confessioni estorte e sparatorie inscenate per giustificare uccisioni sommarie e illegali, ha raccontato uno dei pochi testimoni al Washington Post

Nel quadro di una campagna di uccisioni condotta dallo stato, Francesco Santiago è una cosa rara e pericolosa: un testimone. Nelle prime ore del 13 settembre, in una strada buia nel cuore di Manila, la capitale delle Filippine, Santiago fu colpito da alcuni spari al petto e alle braccia in quello che la polizia ha definito un raid antidroga finito male, ma che Santiago continua a dire sia stata una montatura. Dopo essere stato colpito dai proiettili, Santiago ha finto di essere morto, rimanendo immobile a terra fino a quando non ha sentito sopra di lui le luci dei giornalisti. Mentre le telecamere filmavano la scena, Santiago ha alzato le braccia insanguinate in segno di resa, ancora vivo, per il momento.

Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte – soprannominato “Il Punitore” – era arrivato al potere a giugno promettendo la guerra, e ha mantenuto le promessa. A poco più di tre mesi dall’inizio del suo mandato sono morte oltre 3.300 persone: 1.239 sono state uccise dalla polizia durante dei raid, mentre a 2.150 hanno sparato degli assalitori non identificati, stando alla polizia nazionale delle Filippine. Tra i morti ci sono sospetti spacciatori e tossicodipendenti, oltre a persone scambiate per tali, e almeno due bambini, di quattro e cinque anni, uccisi da proiettili destinati ad altri. I cadaveri vengono rimossi frettolosamente dalle scene del crimine o scaricati in qualche fosso, spesso insieme a cartelli di cartone con la scritta “spacciatore”, come se una parola da sola potesse essere una prova sufficiente.

L’Unione Europea, le Nazioni Unite e gli Stati Uniti hanno invocato inutilmente la fine delle violenze. Quando il presidente americano Barack Obama ha sollevato la questione, Duterte ha provato a dargli una lezione sul colonialismo e lo ha insultato usando un termine gergale traducibile più o meno come “figlio di puttana“. Ai critici locali va anche peggio. Leila de Lima, una senatrice filippina che quest’estate aveva fatto partire un’indagine sulle uccisioni extragiudiziali, è stata rimossa dall’incarico di presidente della Commissione sui diritti umani del Senato, in quello che l’organizzazione non governativa Human Rights Watch ha definito «un vile tentativo di fuggire dalle responsabilità». Da allora de Lima è stata accusata pubblicamente di aver fatto sesso con il suo autista e di aver preso tangenti da signori della droga, e sono trapelati il suo numero di telefono e il suo indirizzo.

I testimoni oculari delle uccisioni rimangono in silenzio, per il terrore di poter diventare i prossimi bersagli. Duterte ha negato che le uccisioni siano reati appoggiati dallo stato, e ha detto che quelle della polizia delle Filippine sono azioni di autodifesa, compiute per il bene della società. Le testimonianze dei sopravvissuti come Santiago e le prove raccolte in vent’anni, però, indicano uno schema di violenze che inizia con la richiesta di uccidere e termina con la promessa che non ci saranno conseguenze per gli assassini. Santiago ha raccontato la sua storia dal letto di un ospedale, dove era sorvegliato dalla polizia, perché aveva paura di essere «eliminato» e considerava sicuro – non pericoloso – parlare con i giornalisti. «La polizia insabbierà tutto», ha detto sua madre, Ligaya Santiago, «Possiamo fidarci solo dei media per fare uscire questa storia».

Sorgente: Com’è fatta la guerra alla droga di Duterte – Il Post

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