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Cinque superstati, le regioni speciali

michele ainis

di Michele Ainis – Repubblica (#cartaceo)

C’È UNA norma, nascosta fra le disposizioni transitorie della riforma Boschi, che è più potente d’un cannone. Perché inventa la suprema fonte del diritto, superiore alla Costituzione stessa.

Perchè le norme transitorie transitano, mentre questa si proietta sull’eternità. E perché infine, grazie ai suoi incantesimi, la riforma dello Stato genera cinque superStati: le Regioni speciali.

Per raccontare questa storia, dobbiamo partire per un triplo viaggio nel tempo.

Il primo fino al dopoguerra, quando per un complesso di motivazioni politiche, etniche, geografiche, viene concessa una particolare autonomia a Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Trentino (il Friuli s’aggiunse nel 1963).

Il secondo viaggio approda nel 2001, l’anno della riforma federalista varata sotto il governo Amato: una sbornia di competenze per le quindici Regioni ordinarie, che a quel punto surclassano le cinque sorelle maggiori, le fanno retrocedere in autorità e poteri. Tanto che, per evitare il paradosso di Regioni speciali che in realtà diventano subnormali, la legge costituzionale n. 3 del 2001 introduce la «clausola di maggior favore», stabilendo che il nuovo Titolo V della Costituzione s’applichi anche a loro, nelle parti in cui sia più vantaggioso rispetto agli statuti speciali.

Il terzo viaggio a ritroso è altresì il più breve. Un anno fa, ottobre 2015: l’oscillazione del pendolo, che di volta in volta converte gli italiani da giustizialisti a garantisti, da proporzionalisti a maggioritari, da federalisti a centralisti, stavolta gira contro gli enti regionali. E infatti in Senato si sta perfezionando la riforma che taglierà le unghie alle Regioni. Mica a tutte, però: le autonomie speciali rimangono fuori dalla giostra. Perché mai? Semplice: perché dispongono d’un fuoco di sbarramento che può fucilare la riforma. Diciannove fucili, quanti sono attualmente i senatori (per lo più eletti in Val d’Aosta e Sud Tirolo) del Gruppo per le autonomie.

Siccome però le garanzie non sono mai abbastanza, siccome oggi va bene ma «di doman non v’è certezza », gli autonomisti pretendono (e ottengono) la fideiussione perpetua.

E il 9 ottobre 2015 il Senato approva l’emendamento 39.700, primo firmatario Karl Zeller, ovvero il presidente del Gruppo per le autonomie.

Da qui il comma 13 dell’articolo 39, da qui la regola che vieta per tutti i secoli a venire di sforbiciare le competenze delle Regioni speciali, a meno che non siano loro stesse a decretarlo.

Cambia infatti il procedimento di formazione degli statuti, dove per l’appunto s’elencano tali competenze: nel caso delle cinque Regioni ad autonomia differenziata, servirà una legge costituzionale adottata dallo Stato «sulla base di intese con le medesime Regioni».

Diciamolo: è la novità più innovativa della nuova novella. Non tanto per l’uso dello strumento pattizio, quanto per il suo grado d’efficacia, per il condizionamento che poi ne deriva.

Difatti la Costituzione in vigore ne contempla già un paio d’applicazioni: nell’articolo 8 (intese fra lo Stato e i culti acattolici) e nell’articolo 116 (intese fra Stato e Regioni). In entrambe le ipotesi, però, le intese precedono una legge ordinaria, non una legge costituzionale. Dunque lo Stato può sempre disattenderle, può insomma decidere da solo, purché intervenga con legge di revisione costituzionale, modificando l’articolo 8 o l’articolo 116. Ma in questo caso no, non è possibile. Il comma 13 detta una regola procedurale, né più né meno dell’articolo 138 della Costituzione, di cui è figlia la riforma Boschi.

Se domani si correggesse lo statuto del Trentino senza rispettare il comma 13, sarebbe come approvare una riforma Boschi bis senza rispettare l’articolo 138.

Vabbè, è dura da capire. Ma è ancora più dura da spiegare, ed è durissima da concepire. Anche perché la concezione del concetto è una e trina, come Dio.

Primo: aumenta la forbice tra Regioni ordinarie e speciali, benché in partenza l’idea fosse quella di parificarle.

Secondo: gli statuti speciali sono più garantiti della Costituzione medesima, giacché nel loro caso occorre un passaggio in più (l’intesa), con un procedimento ultrarafforzato.

Terzo: l’autonomia delle Regioni speciali non verrà mai più ridimensionata, a meno che esse stesse decidano di fare harakiri. Risultato: ci sbarazziamo del Senato, per liberarci dai suoi poteri di veto. E lo sostituiamo con cinque veto players, le Regioni- Stato. Evviva.

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7 Comments

  1. Non è proprio così, se la competenza decisionale su rilevantissimi aspetti della vita economica (energia,infrastrutture etc.)passa allo Stato, o peggio al governo di turno, con la clausola dell’interesse nazionale, anche i poteri delle Regioni autonome vengono sostanzialmente e pesantemente ridotti.Ad esempio,quando si tornerà a discutere di deposito nazionale delle scorie nucleari, o di estrazione di gas,cosa varrà l’eventuale dissenso di Sardegna o Sicilia sulle norme statutarie?

  2. copio/incollo
    no, no, no, calma e gesso … questo sta ciurlando nel manico.

    primo: il fatto che vi siano regioni a statuto speciale e che mantengano certe differenze con le ordinarie non è affatto biasimevole, anzi.

    secondo: il fatto che gli statuti speciali siano ‘più’ garantiti della costituzione stessa è una minchiata: l’intesa, che viene considerata nel post alla stregua di un passaggio ‘ulteriore’ è invece un passaggio fondamentale per poter mantenere, o modificare, quel determinato status che quelle regioni . giustamente – detengono, inoltre quella ‘intesa’ è già prevsita dall’art.116 della costituzione comma 3° a cui rimanda il comma 13 dell’art. 39 della riforma, non è affatto una novità! Non è stata introdotta dalla riforma!

    terzo: l’autonomia delle Regioni speciali può essere modificata grazie a quell’intesa di cui sopra proprio grazie all’art. 116, 3° comma citato dall’incriminato comma 13 dell’art.39, che recita: (comma 13 art. 39) “omissis: A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, e sino alla revisione dei predetti statuti speciali, alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome si applicano le disposizioni di cui all’articolo 116, terzo comma”.
    E cosa dice il 3° comma dell’art.116? Eccolo qui: “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, ‘sentiti’ gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di ‘intesa’ fra lo Stato e la Regione interessata”. E quindi non con una legge costituzionale.
    insomma, ‘l’intesa’ tanto sbandierata come l’anticamera a 5 superstati è invece già prevista dalla costituzione, non è affatto così come l’ha raccontata questo luna_rossa, che è quello che ha firmato il post su ‘Resistenza’ e non so se michele ainis ne è davvero l’autore, nè ne ho voglia di scoprirlo.

  3. e quando mai una regione firmerà un’intesa che di fatto le toglie potere?

  4. Ed io ingenua che avrei voluto abolirle le Regioni a Statuto speciale

  5. Lo statuto delle Regioni autonome per qualsiasi modifica necessiterà di una procedura costituzionale simile a quella fissata dall’art. 138 per le leggi di revisione. Cioè è come se avessero elevato a rango costituzionale gli statuti delle Regioni autonome.

    Perché nessuno legge invece di partire a razzo scrivendo cose che non c’entrano nulla con l’articolo?

  6. Ma più che altro

  7. dovrebbero spiegarci perché sarebbe cosa buona e giusta limitare le autonomie locali e lasciare inalterate, con legge rinforzata, quelle delle regioni autonome?

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