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Almaviva: Giovanni “al call center per 1.150 euro, stress incluso”

Dopo l’annuncio della chiusura dei centri di Roma e Napoli andranno perduti 2.500 posto di lavoro

Roma – Alle ore 7.35 del mattino Giovanni è seduto alla sua postazione nel call center Almaviva di Palermo. Ha già timbrato ed effettuato il riconoscimento dell’impronta digitale, ma ha perso tempo ad accendere il computer. Si tratta solo di due minuti, ma per questo mese non deve più ripetersi: il massimo della tolleranza consentita è dieci minuti mensili, pena la contestazione. “Bi-bi-bi”: arriva la prima telefonata. “Pronto sono Giovanni, come posso esserle utile?”. “Lo squillo è continuo” spiega all’Agi Giovanni Gorgone, rappresentante sindacale unitario Cisl Palermo e Trapani. “La percezione è che il nostro sia un lavoro semplice, invece è molto stressante”.

Almaviva chiude i centri di Roma e Napoli, persi 2.500 posti di lavoro

“Appena arriva una chiamata dobbiamo immediatamente verificare che si tratti realmente del possessore della sim, individuare il problema e risolverlo. Non solo: non tutti quelli che chiamano sono esperti quindi bisogna anche giocare d’intuito”. “Lavoriamo tutti su turnazioni dalle 7 a mezzanotte a seconda del tipo di contratto: 4, 6 o 8 ore e mezzo al giorno, compresa la pausa pranzo”, spiega l’operatore che è tra i più ‘fortunatì. Giovanni, 52 anni, è una delle ‘voci storiche’ del call center palermitano dove lavora da 15 anni insieme a circa 3.000 persone. Il suo è un contratto full-time con una paga che si aggira attorno ai 1.150 euro al mese. Una cifra su cui incidono l’anzianità, i figli a carico, gli scatti e i livelli. I neoassunti con contratto part-time a 4 ore portano a casa poco meno di 600 euro, mentre chi lavora 6 ore al giorno guadagna all’incirca 850 euro. Cambiano anche le mansioni: Giovanni si occupa di telefonate inbound mentre i co.co.co (contratto di collaborazione coordinata e continuativa istituito dalla legge Treu nel 1997) si occupano di quelle outbound, in altre parole si fanno carico delle telefonate promozionali che, non richieste, arrivano sui cellulari degli utenti.

Ore 9.30: Giovanni si concede la prima pausa da quando è arrivato. “Ogni due ore abbiamo 15 minuti di intervallo, secondo la vecchia legge 626 per videoterminalisti”, spiega Gorgone. “Se abbiamo bisogno di una pausa prima si può fare, l’importante è che non diventi un’abitudine o che non si tratti di una interruzione per fumare la sigaretta. In quel caso puoi incorrere in un richiamo dal team leader perchè l’assenza diventa evidente, si blocca la postazione e le chiamate vengono deviate”. Quella del team leader è una figura che si occupa dell’organizzazione fisica e burocratica del personale riunito in gruppi formati da 40, 50, 60 persone in cuffia.

Ore 13.30: pausa pranzo. Giovanni e gli altri operatori si ritrovano nella sala ristoro. Nella stanza ci sono una decina di tavolini con le sedie, forni a microonde per scaldare il pranzo, macchinette per il caffè e bottiglie d’acqua. “La parola gratis non esiste” scherza Giovanni. “Alcuni preferiscono uscire e comprare qualcosa in rosticceria”. La pausa termina alle 14: “Mangiamo con l’occhio costantemente sulle lancette dell’orologio”. Del restro il fattore frenesia non è stato una sorpresa: “Nel bando con cui sono entrato nel 2001 richiedevano una preparazione base per l’uso del computer e tolleranza allo stress”. E nelle 5 settimane di formazione post assunzione fu subito chiaro il motivo.

La giornata tipo ad Almaviva, che in Italia impiega 7.700 persone, è simile a quelle di tutte le altre aziende di call center. Ma nella sede di Palermo il dramma è un altro: la società ha perso la commessa con Enel e dal 31 dicembre oltre 397 persone rischiano di ritrovarsi senza lavoro. Numeri che si aggiungono alle 2.511 persone che stanno perdendo il posto con la chiusura dei call center di Roma e Napoli. A 150 dei 400 lavoratori di Palermo inoltre è già arrivata la proposta di trasferimento a Rende, comune di 35mila abitanti in provincia di Cosenza. “è una tragedia” commenta Giovanni, “è impensabile per una persona che ha una famiglia. Gli stipendi sono bassi e non si riuscirebbe a sfamare anche una moglie disoccupata“. In alcuni casi il trasferimento a Rende è stato proposto a coppie con figli. Quando è nata la figura di operatore di call center, spiega Giovanni, “sembrava un lavoro di passaggio, ma non è più così: è diventato il lavoro definitivo. Con questi soldi tiriamo avanti le famiglie. Non abbiamo alternativa”.

Ed è così anche per i laureati, perchè al popolo degli operatori appartengono uomini e donne, in gran parte quarantenni, con diploma di scuola superiore e in moltissimi casi anche con titolo universitario. Giovanni punta il dito contro la delocalizzazione, le gare al ribasso e gli sgravi fiscali del Jobs Act: “Le aziende più giovani, che assumono con le nuove regole, godono di agevolazioni: di conseguenza il costo del lavoro è basso e possono permettersi di concorrere alle gare con offerte a prezzi stracciati. Noi costiamo di più alla nostra azienda che di conseguenza non può permettersi una concorrenza simile”. L’ultima speranza per i 150 palermitani che dovrebbero trasferirsi a 450 chilometri da casa è l’incontro del 12 ottobre con il ministero dello Sviluppo economico. “Forse si riuscirà a ottenere l’applicazione delle clausole sociali, in base alle quali il nuovo committente si fa carico dei dipendenti rimasti senza lavoro impiegandoli nel loro luogo di residenza”. (AGI)

Sorgente: Almaviva: Giovanni “al call center per 1.150 euro, stress incluso”

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