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All’Italia serve un cuore nuovo: il manifesto di Ignazio Marino – l’Espresso

espresso.repubblica.it/ – All’Italia serve un cuore nuovo: il manifesto di Ignazio Marino. La Costituzione di Renzi fa solo danni. I grillini espongono Roma a figuracce globali. Adesso c’è bisogno di riforme serie. Il chirurgo “marziano” affida all’Espresso la sua ricetta  di Ignazio Marino

L’italia ha estrema necessità di riforme, per snellire e rendere meno farraginose burocrazie che spesso paralizzano le amministrazioni, ma il voto del 4 dicembre non inciderà sui bisogni reali degli italiani. E congelare l’Italia per mesi su una riforma che modifica quarantasette articoli della Costituzione non è ciò che serve al Paese.

Un Paese che soffre da anni per la crisi economica, l’eccessiva pressione fiscale, l’azzeramento dell’assistenza ai più deboli. Partiamo da qui. La riforma dell’articolo 117 della Costituzione assegna maggiore potere al governo nazionale nello stabilire i livelli di assistenza, con l’intento di porre fine alle disparità della sanità regionale che ha creato ventuno sistemi, con cure gratuite in alcune parti d’Italia, a pagamento in altre o addirittura inesistenti in alcune regioni del sud.

Questa riforma si può condividere, ma non si può tacere sul fatto che in molti ospedali ormai manca di tutto, le liste d’attesa sono drammatiche al punto che una donna in gravidanza ottiene l’appuntamento per un’ecografia dopo che il suo bambino è già nato, che il costo dei ticket spesso è così alto che non conviene più rivolgersi al pubblico tanto il prezzo è uguale al privato.

Qualche giorno fa, un primario di cardiologia della Capitale si è sfogato con me: «Nel nostro ospedale potremmo sostituire oltre 150 valvole cardiache all’anno ma abbiamo risorse solo per 50 interventi: come scegliamo i pazienti da salvare e quelli da scartare?». Ben venga un maggiore coordinamento della sanità a livello centrale, ma è soprattutto ora di intervenire sull’organizzazione territoriale, sul corretto finanziamento e sul funzionamento delle strutture.

Non si sentiva invece il bisogno di una riforma del Senato che non risolve nulla. Il Senato andava abolito e invece rimane con i suoi costi, bloccherà le leggi che vorrà bloccare, i senatori avranno l’immunità ma non saranno eletti dai cittadini, bensì da consiglieri regionali che dovranno anche scegliere venti sindaci-senatori sulla base di non si sa quale rappresentanza popolare.

Si è ripreso ad annunciare il Ponte sullo stretto di Messina. Invece di immaginare strutture miliardarie non sarebbe meglio intervenire per sanare i rischi idrogeologici delle nostre terre?

Proprio vicino a Messina decine di persone sono morte per i disastri per i quali piangiamo, ci indigniamo e poi ci dimentichiamo. Se davvero ci sono miliardi per le opere pubbliche non dovremmo dare la priorità a ciò che può creare lavoro e al tempo stesso prevenire tragedie?

C’è poi il grande tema della stabilità, politica e amministrativa. Negli enti locali come a livello nazionale, i governi si susseguono, le amministrazioni cambiano con il rischio di rendere inefficaci le decisioni assunte. Prendiamo il caso emblematico di Roma – tralasciando le vicende politiche che conosciamo – la cui instabilità amministrativa ha prodotto enormi danni.

Durante il mio mandato, bruscamente interrotto da un notaio, avevamo due progetti di lungo respiro che avrebbero modificato il volto della città: la costruzione del nuovo stadio della Roma e le Olimpiadi.

Il primo avrebbe riversato sulla città circa due miliardi d’investimenti privati e creato più di cinque mila posti di lavoro nella fase di costruzione e quattromila a lungo termine. Che fine ha fatto il progetto con Virginia Raggi?

Chi lo sa, tutto fermo, tutto bloccato. Nessuna certezza. Anche per questo gli imprenditori stranieri, con pragmatismo, decidono di spostare in altri Paesi i propri investimenti, lasciando a bocca asciutta una città che ha vitale bisogno di essere rivitalizzata nella sua economia.

Più moderni, ma per davvero
Per non parlare del capitolo Olimpiadi, una vera figuraccia a livello planetario e un’occasione persa per la Capitale. Virginia Raggi ha denunciato il rischio delle “Olimpiadi del mattone”: un timore legittimo, ma se si ha l’ambizione di cambiare tutto, come sostengono i grillini, allora si doveva tener testa ai costruttori per fare prevalere un progetto olimpico utile alla città, con l’ammodernamento dei suoi obsoleti impianti sportivi e la riqualificazione di quartieri che avrebbero tratto beneficio dai Giochi. Rilanciare invece di rinunciare.

E invece il clamoroso passo indietro non ha fatto che confermare negli ambienti internazionali quelle critiche di inaffidabilità e incertezza che caratterizzano l’Italia. Un’etichetta che non riusciamo a scrollarci di dosso.

Roma, lo dico a ragion veduta, ha grandissime potenzialità, ma ha un altrettanto grande punto debole, rappresentato dalla sua condizione di Capitale con troppi oneri e pochi onori. Un esempio su tutti: il fondo nazionale dei trasporti assegna alla Regione Lazio ogni anno circa 570 milioni per tram, autobus, metropolitane, treni regionali. Il 70 per cento del trasporto pubblico si concentra su Roma che durante l’ultima fase dell’amministrazione Polverini, ha ricevuto zero euro e poi, con Zingaretti, si è passati a 140 milioni l’anno.

Un aumento ma ancora lontano da una equa distribuzione dei fondi se si pensa che nel 2014 la Lombardia ha destinato a Milano più di duecento milioni e Milano ha un terzo della superficie servita dai mezzi pubblici rispetto a Roma. Il risultato è che gli autobus a Roma sono destinati a rimanere nei depositi invece che in strada.

Non è sui numeri che voglio soffermarmi ma sul sistema: trasporto pubblico, smaltimento dei rifiuti, dissesto idrogeologico, manutenzione delle scuole sono tutti ambiti in cui la Capitale non ha autonomia e tuttavia risulta responsabile delle inefficienze nell’erogazione dei servizi.

Ecco una riforma che servirebbe: dare a Roma lo status di Capitale non solo cambiando la carta intestata e le divise dei vigili urbani ma nei fatti e, così come accade in altri paesi europei, attribuirle fondi e responsabilità dirette affiancando una indipendenza amministrativa dei municipi, vere e proprie città delle dimensioni di Bologna o Firenze, ma senza un bilancio autonomo e privi di quelle competenze gestionali che invece può esercitare anche il sindaco di un piccolo comune di cinquemila abitanti.

Riforme che cambiano il volto di un Paese, lo rendono più moderno e al passo con il resto del mondo, più credibile e più vivibile. Un Paese che dia delle opportunità a quei centomila giovani che, secondo la Fondazione Migrantes, l’anno scorso hanno fatto le valigie per vivere altrove. Giovani talenti che realizzano i loro sogni nei centri di ricerca e nelle università straniere in luoghi che li valorizzano per quello che valgono e per l’impegno che dimostrano senza la spinta di un padrino che sia politico, universitario o familiare. L’assenza della cultura del merito è davvero un tarlo inestirpabile al punto che, in politica ma anche in tutta la pubblica amministrazione, scegliere i più fedeli e non i più bravi è un fatto talmente scontato da essere considerato normale. Una stortura diventata strada maestra, in cui i brillanti, i creativi, gli innovatori finiscono in panchina e così abbandonano una gara truccata.

È anche così che il nostro Paese s’impoverisce, restando ancorato alle cose come si sono sempre fatte, senza rischi, senza miglioramenti, senza speranza.

La politica di questi anni è proprio il paradigma di questa cultura tutta italiana, con una classe dirigente che si è imposta forte della sua carica di cambiamento e in un batter d’ali ha restaurato una dopo l’altra le cattive abitudini del passato, arrivando a mettere in tutte le posizioni chiave dell’amministrazione pubblica e delle grandi aziende fedelissimi e amici. Alla faccia della rottamazione.  .

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