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 Lavorare ancora per la rivoluzione politica. Intervista a Bernie Sanders

Intervista a Bernie Sanders di Katrina vanden Heuvel e John Nichols
Bernie Sanders sta facendo ancora propaganda per la rivoluzione politica. Sta protestando insieme ai Nativi Americani contro il gasdotto Dakota Access (Dapl) , sta sostenendo il Partito delle famiglie lavoratrici e si sta mettendo in moto per fare la campagna elettorale a favore della candidata antimonopolio del congresso, Zephyr Teachout. Sanders continua ad attirare grosse folle e l’attenzione dei media dopo una campagna per la presidenza che gli fatto ottenere più di 12 milioni di voti e che ha iniettato un genuino populismo economico nel dibattito.
Non è soddisfatto, però. Ci siamo incontrati con Sanders a metà settembre, proprio quando stava il tocco finale a un libro sulla sua campagna elettorale che sarà pubblicato dopo le elezioni. Il senatore del Vermont era in forma speciale, stroncando media per il loro ruolo nel diminuire il discorso politico, chiedendo la riforma del Partito Democratico, e festeggiando il fatto che una nuova generazione considera il socialismo democratico un’opzione politica fattibile. Hillary Clinton? Hanno delle differenze, ma Sanders è favorevole a lei. Donald Trump? Non fatelo cominciare….
C’è qualcosa che le piacerebbe dire prima?
“Molto sinceramente, ho terminato la campagna elettorale molto più ottimista riguardo al futuro di questo paese di quando l’avevo cominciata. Abbiamo incontrato così tante persone che sono pronte a pensare fuori dagli schemi e che comprendono che l’establishment impone dei limiti a che cosa pensiamo di potere o non potere realizzare, e che noi possiamo fare molto, molto di più.”
Quando ci siamo seduti qui, più di due anni fa, lei si preparava a candidarsi alla presidenza, ma ha anche detto: “Devo andare in giro e parlare con le persone per circa un anno e capire se sono pronte.” Quando lo ha annunciato, aveva deciso che le persone erano realmente pronte? Oppure si preoccupava ancora che stava correndo un grosso rischio, in un momento in cui i sondaggi erano al 3%?
“La prima preoccupazione che ho avuto a livello personal e anche politico, è stata che non volevo fare una campagna che sarebbe stata controproducente per la visione progressista che così tante persone condividono in questo pese, compresi i lettori di The Nation.
Se avessi condotto una brutta campagna, se me ne fossi venuto fuori con l’assistenza sanitaria per tutti e l’istruzione gratuita nei college e nelle università, e con la tassazione progressiva, e poi due mesi dopo mi fossi ritirato perché la campagna non andava da nessuna parte, allora che cosa avrebbe detto l’establishment? “Bernie Sanders se ne è uscito con tutte queste idee progressiste, nessuno lo ha ascoltato, questo non c’entra con l’America. Queste idee non sono le idee degli Stati Uniti.”
Una campagna fallimentare si rifletterebbe molto male sulla visione che ognuno di noi condivide. Questo è il motivo per cui ero motivato e determinato a condurre una campagna seria ed energica.”
Capiva qualcosa di ciò che accadeva in questo paese e che i sapientoni non afferravano?
“Credevo dal più profondo del cuore che le idee di cui parlavo non erano idee coraggiose, radicali, ardite. Le idee di cui parlavo sono quelle che la maggior parte degli americani sosterrebbe se avessero l’opportunità di sentire queste opinioni, cosa che non fanno in circostanze normali. Potreste guardare la CNN per i prossimi 14 anni e non sentireste una discussione sulla necessità di un sistema di assistenza sanitaria con un unico pagatore. Non vedrete una critica delle case farmaceutiche e non sentirete molte discussioni sulla disuguaglianza di reddito e di ricchezza. La mia opinione era che se potevamo raggiungere gli americani, ottenere visibilità, creare dei contatti personali, avremmo avuto successo.”
Lei era un senatore di un piccolo stato che doveva presentarsi a un’intera nazione. Era sorpreso, frustrato, o arrabbiato circa la sua posizione sui diritti civili, del suo impegno per la giustizia razziale?
“Non avevo previsto il grado in cui questa è stata una campagna generazionale. Ci è andata bene in maniera fenomenale con gli elettori giovani, e alla fine della campagna stavamo ottenendo il voto dei giovani afro-americani. Sono molto orgoglioso di questo. Ma c’era una decimazione tra gli anziani, specialmente tra le donne di colore anziane. Decimati, cioè si perdeva per 8 o 9 a 1. Non voglio interpretare questo più di quanto penso sia necessario. Penso che Bill Clinton fosse popolare nella comunità afro-americana e questa popolarità è “tracimata” su Hillary Clinton. Certamente hanno conosciuto i Clinton per decenni. Nel Sud conoscevano Hillary come “first lady” dell’Arkansas. Noi stavamo entrando come persone che non erano molto conosciute.
Non sto dicendo che abbiamo avuto il tipo di impegno nella comunità afro-americana che dovremmo avere. Ciò che mi gratifica è che:
a) alla fine della campagna stavamo conquistando votanti afro-americani giovani, e che
b) stavamo ottenendo il voto globale dei Latinos. In entrambe le comunità abbiamo fatto molta strada, soltanto non abbiamo avuto lo spazio per fare quello che volevo nella comunità afro-americana.”
Che cosa ha imparato dal movimento Black Lives Matter (Le vite dei neri sono importanti)?
“Ho parlato a molti degli attivisti di Black Lives in vari stati. Quel che ho appreso è che il rapporto del dipartimento di polizia in tutto il paese con la comunità nera, è molto molto più serio e terribile di quanto sapessi in origine. L’intimidazione da parte della polizia, sparare a persone disarmate, l’indecenza di persone uccise a sangue freddo, è un problema che ci ha spinto a mettere insieme quello che penso sia la serie più convincente di proposte presentate da qualsiasi candidato nei termini della necessità di una vera riforma della giustizia criminale.
Credo però anche in quello che credeva Martin Luther King. Vi ricordate quale era il nome della Marcia su Washington? “Lavoro e libertà.” Ciò che aveva capito è che ci si deve occupare dei problemi economici e anche dei problemi politici e di quelli dei diritti civili. In tutta questa campagna quello di cui abbiamo parlato è che, in una comunità dopo l’altra, ci sono percentuali di disoccupazione tra i giovani afro-americani del 30%-40%. Dal trenta al quaranta per cento! I giovani non hanno lavoro, non hanno futuro. Questo è un problema che va trattato contemporaneamente a quello della brutalità della polizia, la soppressione del voto e gli altri attacchi che stanno avendo luogo contro la comunità afro-americana.”
Quando lei ha iniziato la sua campagna, ha detto che non aveva paura della parola “socialismo.” Avrebbe dovuto averla? Ha fatto male alla sua campagna?
“No. Ebbene, non dovrei essere così sprezzante della sua domanda in questo senso. E’ uno di motivi per cui forse ho avuto dei dispiaceri tra i cittadini anziani. Non abbiamo combinato un granché tra gli anziani, e questo mi ha turbato moltissimo, perché ho dei solidi precedenti di lotta a favore dei cittadini anziani. Ho guidato i tentativi di evitare tagli alla Previdenza Sociale, ma penso che ad alcuni anziani ricordino “l’impero del male” dell’Unione Sovietica. Hanno fuso il termine “socialismo democratico” con comunismo.
Tra i giovani no, non penso che non abbia fatto per nulla del male. Una delle cose di cui sono orgoglioso è che c’è molto più supporto per il concetto di socialismo democratico di quanto ce ne fosse prima della campagna.
Quello che ho cercato di fare durante tutta la campagna è stato di indicare non soltanto la moralità delle posizioni che assumevano riguardo alla povertà e alla sanità, ma di dire: “Sapete che cosa c’è? Queste idee, questi concetti esistono in molti altri paesi di tutto il mondo. Bernie Sanders non si è svegliato ieri notte con questa grande idea che dovremmo garantire l’assistenza sanitaria a tutti come un diritto. In realtà questa esiste in ogni altro importante paese della terra. Non lo sapete perché i media si sono dimenticati di dirvelo, ma esiste. In Danimarca, grazie ai negoziati sindacali, il salario minimo è di 20 dollari all’ora. In Germania si va al college senza pagare.
In Finlandia in realtà ti pagano per andare al college. Non lo sapete perché [la rete televisiva] CBS si è dimenticata di dirvelo, ma questa è la realtà.
E poi la gente ha detto: “Forse questa non è un’idea così folle. Forse i tedeschi non sono così scocchi. Forse stanno investendo nei loro giovani in modo da poter avere la forza lavoro meglio istruita possibile.”
Lei ha appoggiato Hillary Clinton. Alcuni dei suoi sostenitori pensano che lei li abbia traditi. Che cosa dice loro, adesso?
“Sono un senatore degli Stati Uniti, e ho la responsabilità verso le persone del mio stato e anche verso le persone di questo paese. La prima cosa a cui devo pensare è questa: che cosa significa una presidenza di Donald Trump per la gente del mio stato e di questo paese? E per la gente del mondo? Penso che sarebbe un disastro assoluto. Sarebbe al di là del disastro e perciò, come senatore degli Stati Uniti, devo fare qualsiasi cosa possibile per essere sicuro che Trump non diventi presidente.
Ho delle forti differenze di opinione con Hillary Clinton? Credo che tutto il mondo lo sappia. L’obiettivo non è dire: “Hillary Clinton è la cosa migliore nella storia del mondo; è grandiosa, meravigliosa, formidabile.” Quello che dovremmo dire è che si guardano praticamente tutti i problemi importanti per le persone di questo paese – problemi come realizzare la gratuità dei college pubblici e delle università. Si sa che ora Hillary Clinton sta facendo questo per le famiglie che guadagnano fino a 125.000 dollari all’anno o meno. Sai una cosa? E’ un’idea molto rivoluzionaria che trasformerà la vita di milioni di famiglie in questo paese. Ecco che cosa sostiene la Clinton.
E’ noto che Hillary sostiene il progetto del raddoppio di centri sanitari per la comunità in questo paese, il che vuol dire che diecine di milioni di persone – persone povere – avranno accesso all’assistenza sanitaria che oggi non hanno. E’ importante?
E’ molto importante. Si sa che la Clinton sostiene la parità di retribuzione per le donne, in modo che queste non continuino a guadagnare il 20% in meno rispetto agli uomini.
Ritengo che una delle grandi crisi che deve affrontare il pianeta sia il cambiamento del clima. Donald Trump non ritiene che il cambiamento di clima sia reale. La Clinton invece lo prende sul serio.
Il punto non è dire che ci piace Hillary Clinton o che siamo d’accordo con lei su tutti i problemi. Il problema è di andare al di là di questo e chiederci:  quale candidato opererà meglio per le famiglie della classe media e della classe operaia?
Il secondo punto che va illustrato è che la politica non finisce il giorno delle elezioni. Il giorno dopo, quando Hillary Clinton vincerà, potete essere sicuri che io ed altri progressisti diremo alla Presidente eletta, Clinton: “Guarda bene la piattaforma Democratica che hai sostenuto perché, insieme, Presidente eletta Clinton, la attueremo. Coinvolgeremo milioni di persone che smembreranno le grosse banche di Wall Street, che renderanno gratuiti i college pubblici e le università, che saranno molto aggressivi riguardo al cambiamento del clima e che trasformeranno il nostro sistema energetico.”
Ma se Trump sarà eletto presidente…non so proprio come sarà l’America quattro anni dopo la sua elezione, riguardo al tipo di intolleranza che esploderà, al tipo di dissenso, che vedremo, al tipo di demagogia che vedremo.
Ecco qui. Non starò seduto qui a dirle che Hillary Clinton sarà grande riguardo a tutti questi problemi, con assoluta fiducia. Non sto dicendo questo. Dico che su molti, molti argomenti le sue opinioni sono progressiste. In molte aree sono fantastiche. Quando non sono progressiste dobbiamo spingerla e il giorno dopo l’elezione mobiliteremo milioni di persone per essere sicuri che la faremo diventare la presidente più progressista possibile.”
Russ Feingold dice che vuole essere rieletto al Senato e avere una parte nella formazione di un reale blocco progressista. Cita lei, Elizabeth Warren, Jeff Merkley, una manciata di altri. Lei pensa di formare un caucus progressista al Senato?
“Penso che Russ abbia assolutamente ragione. Penso che abbiamo bisogno di un blocco di progressisti che possano fare una dichiarazione unitaria alla dirigenza dicendo che questo è ciò che vogliamo e che questo è ciò per cui combatteremo, invece che limitarci ad andare a votare come individui. Da quando sono arrivato qui, abbiamo persone come Elizabeth e Jeff e altri. Certamente, se Russ verrà eletto – e lo spero moltissimo – sarà un protagonista molto importante in quel blocco progressista.”
Se lei proprio adesso fosse il candidato, che cosa farebbe?
“Certamente non sarei seduto qui.”
Ma ci sono delle cose che i Democratici sarebbero in grado di proprio adesso?
“Sì, naturalmente. E’ la solita vecchia debolezza dei Democratici: una dipendenza eccessiva dai consulenti e dalla pubblicità televisiva invece che dalla mobilitazione della gente. Ieri ci sono state delle buone notizie riguardo ai salari che aumentano, ma la verità è che per 40 anni abbiamo avuto una classe media in declino. La gente ha fame e soffre e sono molto, molto preoccupati per i loro figli. I loro ragazzi finiranno mai di pagare il loro debito studentesco?
Penso che i Democratici debbano organizzare una campagna di base mobilitando le persone e preparandosi ad affrontare l’1% con un’agenda che parli delle necessità dei comuni lavoratori.”
E’ necessario che il partito cambi?
“Ci vuole un cambiamento rivoluzionario. Se si vuole concorrere per il Senato degli Stati Uniti, di solito si assume un consulente che farà i sondaggi, che ti dirà i tipi di pubblicità televisiva da gestire, che ti dirà che la maggior parte del denaro che si raccoglie deve andare alla televisione. Raccogliere del denaro e poi metterlo nelle mani dei consulenti che poi lo usano per la pubblicità televisiva, in questo più o meno consistono le campagne. Dobbiamo cambiare tutto ciò.
I Democratici devono aprire le porte ai giovani, accoglierli e capire che sarà un casino, che molti giovani non sono politici professionisti. Il Partito Democratico dovrà adattarsi alla loro realtà, invece che costringere i giovani ad adattarsi alla realtà della leadership democratica.”
Come si collega a questo il nuovo gruppo Our Revolution (la Nostra Rivoluzione)? Avete combattuto contro i grandi capitali economici per tutta la vita, ma Our Revolution è incorporata come un’organizzazione 501c4 (cioè no-profit ed esente da tasse, n.d.t.). Ce ne potrebbe parlare un poco?
“Prima di tutto, per legge, non faccio parte di Our Revolution che ha ereditato l’apparato della campagna, non sono coinvolto in questa.”
Vuole che rivelino i contributi dati?
“Sì, dovrebbero assolutamente farlo. Per quanto ne sappia, li faranno conoscere.”
Che dice della politica di Our Revolution? In che modo opererà?
“Non so se le è noto, ma i candidati di Our Revolution hanno già vinto molte primarie. Nel Massachussetts, con l’appoggio di Our Revolution, un giovane avvocato, un tipo molto progressista, ha battuto una persona in carica da molto tempo. A Rhode Island, il capo della maggioranza alla Camera è stato eliminato. Penso che Our Revolution stia cominciando a fare ciò che era il suo obiettivo, cioè focalizzarsi non soltanto sulle sfide di alto profilo, ma di mettersi all’opera nelle legislature statali. Ci sono un paio di sobillatori nelle legislature statali e sai che c’è? Questo fatto darà una spinta a quelle legislature. Poche persone possono avere un impatto significativo.”
Chiaramente, lei è stato frustrato dalla copertura dei media per la sua campagna.
“Quello di cui ci si rende conto è che i media si concentrano sui pettegolezzi della campagna, invece che sui problemi che toccano gli americani. I loro servizi riguardavano Bernie Sanders e la sua campagna, non le necessità degli americani e che cosa proponevamo per affrontare quelle necessità. E’ stato molto doloroso.
Il modo in cui abbiamo superato tutto questo, e nella misura in cui lo abbiamo fatto, è stato utilizzando i media sociali. Uno dei moti per cui penso che abbiamo avuto tanto successo tra i giovani, e che ora la maggior parte di loro non guarda i notiziari della sera; non leggono il Washington Post. E penso che abbiamo fatto un ottimo lavoro in termini di comunicazione diretta con molti milioni di giovani attraverso i media sociali.
Penso che quello che dobbiamo fare – e lei lo sta già facendo, quindi non le sto facendo una ramanzina – è di integrare le nostre idee nel movimento politico in modo che non sia soltanto una rivista che parla alla gente, o Bernie Sanders che parla alla gente. Le nostre idee devono diventare parte della discussione quotidiana. Quello che dobbiamo fare, specialmente con i giovani, specialmente con le persone profondamente coinvolte nel processo politico, è di assicurarsi che ogni mattina, pomeriggio e sera considerino i problemi rilevanti per la loro vita.”
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Sorgente: facciamosinistra!: Lavorare ancora per la rivoluzione politica. Intervista a Bernie Sanders

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