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Je So’ Pazzo Festival, 9-11 settembre a Napoli. Costruiamo Il Potere Popolare! – Senza Soste

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senzasoste.it – You are here:   Je So’ Pazzo Festival, 9-11 settembre a Napoli. Costruiamo Il Potere Popolare!

Da venerdì 9 a domenica 11 settembre all’ Ex OPG “Je so’ pazzo” di Napoli si svolgerà una tre giorni di dibattiti, workshop, cene, mostre, stand, teatro e concerti.

Saranno circa 50 le realtà collettive che vi prenderanno parte, arrivando da tutta Italia e non solo: sindacati, associazioni, centri sociali, comitati, coordinamenti di lavoratori, collettivi politici e studenteschi, radio indipendenti…

Tra gli ospiti saranno presenti Nicoletta Dosio (movimento NO TAV), Alp Altinörs, vicepresidente dell’HDP (partito della sinistra turca), Luigi de Magistris (sindaco di Napoli), Anna Falcone (avvocato), Giuseppe Aragno (storico), con cui si affronteranno diversi temi: riforma costituzionale, lavoro, immigrazione, mutualismo, cultura e formazione, potere popolare in Europa e nel mondo.

Peppe Servillo & Solis String Quartet si esibiranno in concerto il venerdì sera dalle ore 22:00, preceduti da proiezioni su Napoli dagli anni ‘80 ai giorni nostri (a cura di Immaginaria – sentieri e visioni su Napoli)
Pietra Montecorvino e gli Slivovitz si esibiranno sabato dalle ore 22:00, preceduti dallo spettacolo l’ “ABC della guerra” di Brecht (a cura del Teatro Popolare dell’Ex OPG “Je so’ pazzo”)

L’obiettivo è quello di far conoscere una Napoli ricca di potenzialità: la città e le suo patrimonio artistico, il suo cibo, la sua musica, ma soprattutto i tentativi che si stanno facendo qui per uscire da questa crisi che ci sta massacrando.

Un festival adatto a persone di tutte le età, anche con percorsi e storie diversi, accomunate però dalla voglia di cambiare questo Paese e costruire, dal basso, qualcosa di serio, di incisivo, che possa da subito ottenere dei risultati tangibili!

IL PRIMO GIORNO, VENERDI’: Anna Falcone e Giuseppe Aragno, costituzionalista e storico per analizzare insieme le ragioni del NO al Referendum Costituzionale e coordinarci per l’inizio della campagna politica comune per estendere e approfondire la democrazia, non demolirne ciò che resta!

IL SECONDO GIORNO, SABATO: una panoramica delle lotte e del potere popolare, delle nuove forme che questo può assumere oggi in Italia, in Europa e nel mondo, insieme a Nicoletta Dosio, storica figura del movimento NOTAV, Luigi de Magistris, Alp Altinörs, VICEPRESIDENTE dell’HDP, partito curdo impegnato in prima linea contro il regime dittatoriale turco e nell’esperienza di liberazione e autogoverno curda, e uno dei responsabili politici del KOE greco!

Nostra patria è mondo intero, perchè ovunque si sviluppano fenomeni di resistenza e da tutti possiamo apprendere e migliorarci…

COSTRUIAMO IL POTERE POPOLARE INSIEME!
VI ASPETTIAMO!

programma completo: https://www.facebook.com/events/154579001617725/

Come ormai saprete, nel weekend del 9-11 settembre si terrà a Napoli il festival dell’Ex OPG occupato “Je so’ pazzo”.

Si tratterà di un festival politico, perché tante saranno le assemblee e i tavoli di lavoro a cui parteciperanno circa cinquanta fra collettivi, centri sociali, organizzazioni sindacali e della sinistra di questo paese. Ma sarà anche un’occasione per vedere mostre, spettacoli, concerti.

E proprio su questo punto vogliamo socializzare una piccola riflessione: qual è il rapporto fra centri sociali e produzione culturale? Come scegliere i nomi di un festival? Come può una piccola organizzazione politica, come possono i movimenti sociali impulsare creazioni, produzioni?

Non pretendiamo di avere alcuna risposta, proveremo solo a condividere con voi qualche insoddisfazione e qualche scelta che abbiamo fatto, sperando che il discorso interessi e che magari ci sarà modo di entrare nel merito, di ragionare e di migliorare insieme.

Intanto un po’ di storia. All’inizio degli anni ’90, quando nascono i centri sociali, una nuova generazione inizia in quegli spazi illegalmente occupati a fare non solo politica, ma anche cultura. A creare cose meravigliose, innovative, da un punto di vista musicale, teatrale, letterario, a contaminare gli stili e le tradizioni…

È l’epoca in cui nascono le posse, in cui molti registi e attori iniziano a collaborare con i militanti politici, in cui le sottoculture e il “basso” riescono ad arrivare in “alto”.

Così che – pensate a Napoli, ai 99 Posse – la cultura prodotta dai centri sociali si diffonde in tutta la società, anche nei giri meno militanti, facendo circolare parole d’ordine, contenuti di emancipazione e di uguaglianza. E di fatto aiutando a rinforzare le lotte, perché creava un vocabolario comune, un’affinità sentimentale.

In parte, era la stessa cosa accaduta negli anni ’70, quando dai movimenti sociali e politici era nata una generazione di cantautori e di gruppi che avevano saputo rinforzare i sentimenti di libertà e di socialità.

Purtroppo nel corso degli anni duemila questo lavoro culturale va un po’ perso.

D’altronde, fateci caso: ogni volta che cala la tensione politica, meno persone sono coinvolte per la lotta per la trasformazione della realtà, anche l’arte e la cultura si fanno più noiose, sterili, ripetitive, adatte al mercato. Così anche la cultura prodotta nei centri sociali si è via via standardizzata…

D’altronde i centri sociali non sono fuori dal mondo: se intorno i codici comunicativi si fanno più poveri, se scuola e università si abbassano di livello, se il tempo per pensare diventa poco, perché devi lavorare o sei troppo angosciato per il lavoro e il resto del tuo tempo, è difficile che riuscirai a interessarti o a coltivarti.

Inoltre rispetto agli anni ’90 nei centri sociali girava, almeno fino a qualche anno fa, meno gente, e quella che c’era non aveva modo di pensare anche alla cultura, perché già si era pochi per fare la lotta politica e le attività di base.

Anche perché le serate sono per i centri sociali iniziative di autofinanziamento, e quindi bisogna fare cose che ti facciano tornare con le spese e ti facciano incassare qualche centinaio di euro per fare manifesti, cortei, lavori per il posto etc…

Quindi, per andare sul sicuro, magari facevi la festa reggae, quella hip hop, che sono generi che si sentono nel tuo ambito e sai che ti portano un certo pubblico di ragazzi che dopo puoi anche coinvolgere in altro. Ma così le persone che vengono sono in qualche modo già “selezionate”.

Smetti di parlare a pezzi diversi della società, smetti di interessare, perché per un ragazzo esterno è sempre la stessa roba, abbandoni certi generi (pensiamo su tutti al rock), perché diventano meno “produttivi”…

Oppure cerchi di inseguire i giovani sulle cose che già funzionano nella società, così sei sicuro di fare cassa, e allora metti una serata trash, una ballabile, una commerciale etc. Ma così rinunci proprio a produrre cultura, a produrre parole e relazioni, rinunci a portare il tuo interno verso l’esterno, e anzi fai entrare l’esterno verso l’interno.

Appiattendoti su quelle “culture” che già ci danno, azzerando i nostri autonomi contenuti e in definitiva diventando come gli altri… E in effetti a volte si è fatta davvero fatica a distinguere un centro sociale da un locale!

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Intendiamoci: questa non è una critica a nessuno, né a un genere musicale o artistico (perché tutti i generi o quasi possono assumere un valore culturale, di sperimentazione e di protesta), né a qualcuno in particolare. Spesso è la forza delle circostanze, più che la cattiva fede, a portarti a fare certe scelte.

Tutti vogliamo che alle feste ci sia tanta gente, perché un centro sociale vuoto è triste, e perché ci serve fare autofinanziamento, e perché se fai lo spettacolo di alto valore culturale ma iper-sperimentale poi comunque viene solo una nicchia e stai punto a capo.

Ma le circostanze non devono essere accettate passivamente, ma possono – anzi devono – essere cambiate. Che un locale si adegui è logico, che lo faccia un centro sociale va contro il suo stesso spirito.

Quando abbiamo occupato l’Ex OPG – ma lo stesso hanno fatto anche molti centri sociali in giro per Napoli e per l’Italia – ci siamo posti proprio questo obbiettivo.

Ci siamo detti: “cerchiamo di creare cultura noi, cerchiamo di contaminare e mischiare i generi, cerchiamo di conoscere cose nuove, di portare nei centri sociali cose mai sentite, di far nascere collaborazioni fra artisti, di far parlare artisti affermati con i giovani, di buttare i germi di una nuova cultura”.

È così che da subito abbiamo costruito un gruppo di Teatro Popolare, che cercasse attraverso i suoi spettacoli (scritti spesso da loro!), di comunicare contenuti politici in altro modo. Perché il teatro non deve essere per forza una cosa di élite, o al contrario la commediola commerciale: può far piangere o far ridere anche parlando la lingua di tutti e le cose che riguardano tutti.

Può essere usato per svegliare, o per spiegare, quello che uno non sa perché ormai i libri non li legge più. Con questo spirito abbiamo fatto ad esempio uno spettacolo su Mandela o sugli eroi della lotta anticoloniale, o su Tina Modotti etc.

Per lo stesso morivo abbiamo creato all’Ex OPG un atelier di pittura e di scultura, perché molti ragazzi, anche quelli che stanno all’Accademia, non hanno spazi per lavorare, e non hanno modo di presentare le loro creazioni. Per lo stesso motivo abbiamo organizzato presentazioni di libri, anche di romanzi, come quando sono venuti a trovarci Paco Ignacio Taibo e Pino Cacucci, ma soprattutto abbiamo messo su un laboratorio di scrittura creativa, che nel giro di un anno ha prodotto un libricino.

Perché sogniamo che le persone del quartiere, anche chi non ha studiato, possa iniziare a raccontare la sua vita, a far arrivare nella storia la sua voce.

E, dal punto di vista musicale, abbiamo scelto di fare serate sempre diverse, di attraversare i generi. Di portare ad esempio la musica classica in un centro sociale, perché spesso questa è economicamente inaccessibile, relegata all’élite, che giustamente si tiene per sé le cose belle.

Ma abbiamo anche scelto di chiamare chi sta conservando le nostre tradizioni locali, come la musica popolare, e gli artisti che riescono a parlare a tutti, non solo ai giovani, non solo agli “alternativi”, ma a chiunque abbia una certa sensibilità e apertura mentale…

Insomma, proporre cose non scontate, cose che normalmente non vai a vedere perché costano troppo, o perché sei pigro, assuefatto a quello che già ti danno, e contemporaneamente cose che possano essere di massa, perché la nicchia non ci piace: questo è quello che stiamo cercando di fare, dando allo stesso tempo spazio ai giovani, alle voci locali, alle nuove produzioni.

Da questo ragionamento vengono i nomi dei concerti del nostro festival: Peppe Servillo e Solis String Quartet, Pietra Montecorvino e Slivovitz. Ma anche i due spettacoli che li precedono, quello di Imaginaria – sentieri e visioni su Napoli e quello del Teatro Popolare. Il primo che monta una serie di spezzoni di film celebri ambientati a Napoli, per fare un ragionamento su come cambia la città; il secondo che mette per la prima volta in scena un testo di poesie di Brecht, con l’uso della musica elettronica e del videomapping (innovativa tecnica di proiezione di luci e immagini su muri e palazzi). Si tratta di produzioni di compagni giovani e giovanissimi, che cercano di diffondere cultura e ragionamenti sui grandi temi della società.

Non è facile, perché bisogna inventare tutto. Bisogna in effetti costruire un pubblico, bisogna educare ed educarci a un nuovo tipo di sensibilità e di ricerca, senza mai smettere di divertirci. Ma, se supportate questo ragionamento e questa sfida, dateci una mano a diffonderlo! Dateci una mano a far diventare i centri sociali centri di lotta, di sperimentazione, di produzione e di invenzione!

Ex Opg Occupato Je so’ Pazzo

http://www.identitainsorgenti.com/dallex-opg-je-so-pazzo-i-centri-sociali-e-la-cultura-la-sfida-di-un-festival/

L’accoglienza ai rifugiati nel paese di Totò

Sorgente: Je So’ Pazzo Festival, 9-11 settembre a Napoli. Costruiamo Il Potere Popolare! – Senza Soste

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