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Diritto all’oblio: cos’è, come funziona, quando e come chiedere la rimozione di un contenuto dalla rete – corriere.it

corriere.it – Diritto all’oblio: cos’è, come funziona, quando e come chiedere la rimozione di un contenuto dalla rete. Previsto da una sentenza della Corte di giustizia europea del 2014, si ottiene attraverso una specifica richiesta a Google. Ma non sempre il procedimento arriva a buon fine  – di Federica Scutari

1. La sentenza della Corte di Giustizia europea
Digitare il proprio nome su Google può essere un’esperienza che riserva non poche sorprese. La lista dei risultati è un puzzle della nostra identità web: compare ciò che abbiamo postato sui social network, c’è il commento fatto nella bacheca dell’università o quella foto che abbiamo pubblicato tanti anni fa. Ma se qualcosa non ci piace, ci imbarazza o addirittura riteniamo sia calunniosa, abbiamo diritto a essere “dimenticati” dal motore di ricerca?
Secondo la sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014, tecnicamente sì
2.  Come chiedere di rimuovere un contenuto
Dopo la sentenza in favore del diritto all’oblio, o più correttamente alla deindicizzazione, Google ha messo a disposizione un modulo con il quale gli utenti possono chiedere la rimozione di link che li riguardano e che ritengono «inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati». La procedura è semplice: si inseriscono i propri dati, la url che si desidera venga eliminata e una copia del proprio documento d’identità. Se il processo va a buon fine, Google integra nei suoi algoritmi la richiesta e alla successiva ricerca fatta sul nome dell’utente quel link non apparirà più.
3. Contenuti virali
Tuttavia, anche se Google decidesse di accogliere la richiesta di cancellazione, il vero nemico dell’oblio rimane la viralità: «Se un’informazione è pubblica è difficile farla sparire da tutti i posti in cui è finita – spiega Mauro Conti, professore di sicurezza informatica all’Università di Padova – Da un punto di vista normativo è possibile chiedere aiuto, ma se il dato è stato condiviso è impossibile renderlo totalmente irreperibile». La url, quindi, non comparirà più quando qualcuno digiterà il nome dell’utente, ma potrebbe essere ancora raggiungibile tramite altre parole chiave.
4. Se la richiesta è considerata illegittima
Il motore di ricerca, però, può anche decidere di considerare la richiesta illegittima e negare la cancellazione del contenuto. A quel punto l’utente può fare ricorso al Garante per la Privacy con una spesa di 150 euro e un’attesa di massimo 60 giorni. L’Authority può decidere se accettare o respingere la procedura in base al bilanciamento con il diritto di cronaca: se un fatto è troppo recente o è di rilevante interesse pubblico la risposta sarà negativa.
5. Quando rivolgersi al giudice
L’unica alternativa per il richiedente rimane quella di rivolgersi a un giudice civile per ricorrere contro il Garante, una decisione che comporta un impegno ancora maggiore sia dal punto di vista economico che delle tempistiche necessarie. È più facile, quindi, ottenere la cancellazione di informazioni riguardanti dati personali piuttosto che notizie legate a fatti di cronaca, vicende giudiziarie o comunque riprese dai mezzi d’informazione.
6. Google: su 36mila richieste in due anni ne sono state accolte solo il 30%
Da maggio 2014 le richieste di rimozione dall’Italia sono state oltre 36.000: Google ne ha accolte poco più del 30% (contro il 50% di Francia e Germania). Inoltre il Garante della Privacy, in una nota della fine del 2015, aveva dichiarato di aver definito poche richieste di ricorso da parte degli italiani, circa 50, e che, fino a quel momento, di quelle presentate ne erano state accolte circa un terzo
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