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Aperto per fallimento – Comune-info

All’alba del secondo millennio, con l’economia argentina in ginocchio, non avrebbero scommesso in molti sulla non transitorietà di un fenomeno assurdo come l’autogestione delle imprese abbandonate dai padroni…Non è andata così .

Articolo di Claudio Tognonato

Si può uscire dalla crisi devastante di un licenziamento lavorando in forma collettiva ma senza padroni? L’ampio e prezioso articolo che ci ha inviato Claudio Tognonato, sociologo argentino che insegna da molti anni a Roma, ripercorre in modo critico la nascita e il cammino di una delle esperienze di costruzione sociale di alternative più importanti del nostro tempo. Le imprese abbandonate dai padroni e reinventate dai lavoratori, che poi le autogestiscono in forma cooperativa, aprono una crepa lacerante nel cuore del sistema di dominio contemporaneo, fondato ancora sull’accumulazione del capitale e l’astrazione del lavoro. Le numerose esperienze nate e cresciute in Argentina nel corso del drammatico default dell’economia testimoniano però che la più straordinaria valenza delle centinaia di imprese recuperadas – sulle 247 registrate nel 2010 solo 6 hanno chiuso – non sono le imprese ma i processi che trasformano le persone da elementi della produzione in soggetti del cambiamento. Sono  l’affermazione della dignità e le nuove relazioni sociali con la gente del territorio il motore di un cambio che non può non sembrare inaudito fino a quando si è costretti a vendere per molte ore al giorno il controllo della propria vita.

Quando a novembre del 2001 l’Argentina si dichiarò in default alcune fabbriche erano già state occupate e si cominciava a parlare del “recupero” come una novità nel panorama dell’organizzazione del lavoro. Nel 2005 mi sono recato in Argentina per conoscere da vicino queste esperienze, ho visitato la Brukman, la Chilavert, la Ghelco e varie altre. Molti credevamo fosse un fatto transitorio ma il tempo ha dimostrato il contrario. Oggi, anche se quella crisi economica e sociale è stata superata, il fenomeno rimane. Le imprese che adottano questo modello di autogestione continuano a riproporsi, al punto che il loro numero tende, anche se lentamente, a crescere.

L’occupazione delle fabbriche, l’autogestione e la cogestione non sono una novità nella storia del movimento operaio, erano però per lo più legate al passato, alla storia delle lotte dei lavoratori in tutto il mondo (Meister, 1967; Djilas, 1969; Mandel, 1973; Rosanvallon,1978). In alcuni paesi come l’ex Jugoslavia l’autogestione è stata addirittura proposta come un’opzione tra due sistemi di produzione capitalismo e comunismo. In Argentina queste esperienze si sono riproposte con il nome di empresas recuperadas, termine con cui verranno identificate in ambito internazionale.

Non è facile definire il fenomeno nella sua specificità perché si tratta spesso di tentativi di ristrutturazione molto dissimili tra di loro (Fajn, 2003; Magnami, 2003; Rebón, 2004; Heller, 2004). Possiamo però convenire che le imprese recuperate sono quelle unità di produzione di beni o servizi nelle quali è in atto un processo di trasformazione da una conduzione privata ad una conduzione collettiva gestita dai vecchi dipendenti. In questo processo i lavoratori prendono in mano la produzione e l’amministrazione dell’impresa come risposta alla chiusura, fallimento o abbandono dell’attività da parte del proprietario. La motivazione basilare che guida la loro azione è quella di conservare il proprio posto di lavoro, ma la scelta di assumere l’onere della gestione comporta un cambio qualitativo. Per conservare è inevitabile trasformare. Si passa da un ruolo subordinato a una nuova forma di organizzazione collettiva e autonoma (Ruggeri, 2014c).

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Il tentativo di recuperare il lavoro è una risposta estrema nata in una situazione di crisi generalizzata sociale, politica ed economica. La particolarità del fenomeno argentino è che non si tratta di casi isolati ma di centinaia di aziende che passano ad essere autogestite da coloro che prima rivestivano in esse un ruolo subalterno. Sono imprese che hanno sommato le loro diverse precarietà e si sono organizzate costruendo una rete federativa che è riuscita a mettere in atto con successo azioni solidali.

Partendo da questa realtà consideriamo opportuno indagare, nell’ottica della foundational economy, come e perché il fenomeno delle imprese recuperate sussiste e si sviluppa in condizioni diverse da quelle che lo hanno generato e come e perché si manifesta in altri contesti. Anche in Europa si registrano alcune esperienze in risposta al processo di lenta disintegrazione dell’apparato produttivo, segnato da una crescente de-industrializzazione e delocalizzazione. Forse queste esperienze di autogestione diretta sono un’occasione per ripensare, partendo dal basso, il modello produttivo nel suo insieme.

Per analizzare il fenomeno è necessario capire in che misura si materializza il progetto delle imprese recuperate. Si può affermare, senza idealizzare, che queste “riappropriazioni” inseguono l’utopia di un’altra concezione del lavoro, che è possibile riepilogare in tre caratteristiche fondamentali: 1) la democratizzazione dell’attività: uguale tempo di lavoro e retribuzione; 2) l’organizzazione politica della gestione: assemblee e costituzione degli organi interni; e 3) i cambiamenti che ogni esperienza riesce a generare da un punto di vista economico. In questo senso è necessario collocare l’impatto del recupero di ogni attività in un contesto globale che rimane governato dalla specifica razionalità economica degli attori dominanti.

Da una prospettiva macro a una micro la trasformazione del lavoro in queste imprese integra economia e società, opera una riconnessione fra azione economica e contesto sociale. In questo senso sono iniziative da includere nell’ambito della foundational economy perché sono materialmente vincolate con le necessità della popolazione e del territorio. Esprimono un’economia socialmente responsabile perché su di essa si fonda la vita quotidiana delle persone. Più che gli astratti umori del mercato questa economia segue i bisogni reali e le concrete impellenze degli individui. (Bentham et al, 2013).

Benché il movente di partenza dell’autogestione sia la salvaguardia dei posti di lavoro, nello sviluppo del progetto i lavoratori si trovano di fronte al compito di diventare padroni di se stessi. È necessario un riscatto, una metamorfosi degli attori sociali, che si costituiscono non già come soggetti meramente coinvolti, ma come attori pienamente partecipi del cambiamento. Un’azione con una forte valenza liberatoria, che restituisce dignità a un disoccupato prima considerato un sovrannumero, un uomo senza qualità.

Infine è interessante analizzare la rete d’interazioni che queste imprese mettono in atto nel territorio ristabilendo il legame con la società in una prospettiva di allargamento della partecipazione e consolidamento della vita democratica.

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Contesto: la fine del modello

Per capire il fenomeno è necessario ricollegarlo brevemente al momento storico in cui è nato. Anche se l’occupazione degli stabilimenti è stata una tra le tante strategie di sopravvivenza e difesa che la società civile ha immaginato di fronte alla crisi economica, essa, spesso senza nemmeno esserne consapevole, ha costituito la forma più elaborata di resistenza individuale, sociale e politica al processo messo in atto dalla dittatura argentina (1976-1983). È vero che le occupazioni avvengono molti anni dopo la data in cui i militari lasciano il palazzo, ma il ritorno alla vita democratica non mette fine a tutti i processi innescati dalla dittatura. Anzi, la struttura economica non solo è rimasta invariata, ma è stata rilanciata dai successivi governi democratici che hanno mantenuto il modello neoliberale portando fino alle ultime conseguenze il progetto del regime.

Credo sia importante ricordare che i regimi militari del Cile (1973) e dell’Argentina (1976), hanno servito come veri e propri laboratori in cui è stata messa alla prova la proposta monetarista elaborata da Milton Friedman nell’università di Chicago (Stiglitz, 2002; Harvey, 2007; Tognonato, 2014). La fine della fase espansiva del dopoguerra, sancita nel 1971 da Richard Nixon con la dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro e la rottura unilaterale degli accordi di Bretton Woods, rese necessario trovare un nuovo assetto per il sistema capitalista. In Cile, il giorno successivo al colpo di stato che depose il governo socialista di Salvador Allende, un voluminoso testo, battezzato el ladrillo (il Mattone) era presente sul tavolo dei golpisti, esso conteneva i principi guida e le misure necessarie per riformare l’economia e il Paese. Il laboratorio offriva condizioni di totale isolamento senza partiti politici, senza sindacati, senza parlamento, sospese le garanzie individuali. Nessuno poteva opporsi all’applicazione del modello dell’esclusione.

Si trattava di privatizzare l’economia, ridurre la partecipazione dello Stato, affidare i servizi a settori privati, cedere le attività pubbliche deficitarie, aprire il mercato al capitale finanziario internazionale e ai prodotti importati. Venivano imposte misure quali l’abbattimento delle tariffe doganali e la diminuzione della pressione tributaria mirata a favorire l’arrivo d’investimenti dall’estero. Parliamo, quindi, di provvedimenti che oggi non sembrano distanti da quelli adottati da molti paesi per uscire dalla crisi economico-recessiva, ma siamo solo negli anni Settanta del secolo scorso. Il Cile e l’Argentina si trasformeranno in un campo di prova, oltre che un immenso campo di concentramento e di sterminio per migliaia di desaparecidos. In questa situazione, di crollo di ogni diritto e di esclusione politica e sociale, nasce il modello neoliberista.

Solo dopo questa terapia d’urto la proposta si considera collaudata e sarà adottata dalle grandi potenze del Nord (Ronald Reagan negli Stati Uniti e da Margaret Thatcher nel Regno Unito, entrambi nel 1980) che hanno seguito da vicino le performance delle dittature. Successivamente la proposta prenderà il nome di Washington Consensus e sarà imposta dall’ International Monetary Fund, (FMI) che a livello globale condizionerà gli aiuti all’adozione delle ormai classiche riforme strutturali.

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Il caso argentino è particolarmente emblematico perché, iniziato nel 1976, si estingue solo nel 2001 con una crisi economica e politica senza precedenti. Furono necessari diversi governi per completare lo smantellamento dei beni pubblici e l’apertura al mercato internazionale. In Argentina la partecipazione dello Stato nell’economia era molto diffusa e l’industria locale, anche se con alti e bassi, copriva buona parte del fabbisogno nazionale. Così l’allievo prediletto del FMI, che aveva messo in pratica con accurata rigidità le misure consigliate da Washington, non era più in grado di onorare i propri debiti e si dichiarava in default. Si diceva che l’effetto della cura aveva provocato la “morte del paziente”.

Nella libera concorrenza prevalgono i più forti e alla fine rimangono solo i grandi gruppi monopolistici, che hanno una maggiore resistenza, capacità produttiva e tecnologica. Dalle piccole e medie aziende alle grandi fabbriche è inevitabile che, una dopo l’altra, si susseguano le chiusure dando luogo al cosiddetto effetto domino. Se il Ventesimo secolo era stato definito il secolo del lavoro (Accornero, 1997), il Ventunesimo esordiva in tutt’altro modo. La dilagante disoccupazione generava un calo dei consumi e questa una diminuzione della produzione e di conseguenza ancora una riduzione dei posti di lavoro.

Aperti per fallimento

Con la crisi cominciano a diffondersi e articolarsi le lotte per riconquistare il lavoro. Le imprese recuperate sono una risposta spontanea alla distruzione dell’economia reale, gli operai decidono di rimanere in fabbrica e annunciano il loro progetto: “occupare, resistere e produrre”[1].

L’obiettivo di ogni impresa recuperata è quello di reggere l’impatto della crisi, mantenere in vita la struttura e conservare il lavoro. Per conservare però, è necessario creare nuove condizioni, immaginare nuovi rapporti di produzione e riorganizzare la ragione dell’impresa. A livello macro economico le misure imposte dagli organismi finanziari internazionali sono percepite come le principali cause del fallimento. Gli operai capiscono che non si tratta soltanto della propria azienda, ma di un modello in crisi che dev’essere superato. Si rendono conto della necessità di nuove misure di politica economica per superare il neoliberismo, mentre da un punto di vista micro, nelle singole fabbriche, vogliono promuovere una nuova organizzazione del lavoro.

Capiscono che al di là dei differenti percorsi, l’unica via percorribile è l’autogestione. Dal punto di vista delle forme giuridiche, tranne poche eccezioni le imprese si organizzano in cooperative. Anche se l’assunzione di nuove responsabilità e di ruoli dirigenziali non è facile, la situazione economica e sociale dell’Argentina, nel 2001 non lascia spazio a troppi ripensamenti: la disoccupazione riconosciuta dal governo supera il 18,3% e la sottoccupazione (meno di 35 ore alla settimana) il 16,3%[2].

Uno degli elementi basilari che hanno reso possibile il recupero delle fabbriche è stato l’articolarsi delle diverse esperienze in una federazione. Questa unione ha dato forza alla precarietà delle singole esperienze. In una intervista raccolta nel 2007, José Abelli, presidente del Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (Mner), definiva il fenomeno come “una forma di autogestione con caratteristiche nuove dettate dal momento storico in cui si produce”. Nella crisi del 2001 le istituzioni sono state ampiamente scavalcate dalla sommossa popolare. Da queste manifestazioni spontanee nasceranno poi alcune forme aggregative come il Mner e nuovi dirigenti. Nell’intervista Abelli ha voluto rendere esplicita la collocazione politica del Movimento. “Il nostro modello nasce in contrapposizione al modello neoliberista. Noi diciamo che per generare ricchezza non è necessario lo sfruttamento, non è necessario il lavoro minorile, non è necessario il lavoro nero, non è necessario ridurre sistematicamente il costo del lavoro. La ricchezza che genera un’attività può trovare forme di distribuzione diverse da quelle attuali. Non diciamo nemmeno che bisogna dividere il profitto in modo indistinto, accettiamo pure diverse fasce, ma mai con lo squilibrio che pretendono oggi gli imprenditori. L’esperienza argentina dimostra che è necessario ridurre i costi, ma quelli degli imprenditori, non il costo del lavoro[3]. È qui evidente che non si tratta solo di recuperare il posto, si parte dal recupero per andare oltre, verso forme di produzione alternative a quelle proposte dall’economia classica. Le esperienze di altra economia non hanno vita facile perché devono fare i conti con un contesto generale regolato dal mercato. Non esistono le isole felici e quindi queste esperienze dovranno misurarsi con la concorrenza al ribasso e con la disponibilità ad accettare, pur di lavorare, qualsiasi condizione lavorativa.

È qui che entra in gioco la particolarità del caso argentino, con la crisi, nel Paese devastato dal fallimento economico e politico, nasce una solidarietà diffusa verso le vittime, verso tutti coloro che sono rimasti intrappolati nel crollo economico, falliti o disoccupati. Nascono velocemente nuove forme di partecipazione che si diffondono nel territorio, come le asambleas barriales, comitati di quartieri; nuove forme di protesta, los piqueteros, che bloccano le strade e paralizzano il paese; nuove forme di mercato senza denaro, el trueque, una forma di baratto; s’inventa il lavoro dove non c’è, come los cartoneros, che raccolgono e riciclano gli imballaggi di carta e cartone. La solidarietà arriva anche agli operai che occupano e difendono le fabbriche. Il caso della tipografia Chilavert, l’impresa recuperata dove oggi funziona il Centro de documentacion de las empresas recuperadas in collegamento alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Buenos Aires è stato esemplare. Una volta occupato lo stabilimento le forze dell’ordine impedivano l’entrata e uscita di materiali stampati per ordine del tribunale. Qui la solidarietà del quartiere si è materializzata attraverso l’apertura di un buco fatto da un vicino nel muro di cinta per mezzo del quale hanno fatto uscire dalla fabbrica i loro prodotti riuscendo così ad eludere i controlli della polizia.

Con il passare degli anni è cresciuto il sostegno reciproco tra le imprese recuperate che non solo non concorrono, ma collaborano tra di loro e cercano di acquistare i prodotti dalle altre cooperative legate al Movimento. Infine l’appoggio è arrivato anche dallo Stato, che ha ceduto installazioni alle cooperative autogestite, espropriando i macchinari e creato una specifica segreteria all’interno del ministero del lavoro: il Programa de trabajo autogestionado, che ha come obiettivo la promozione e sviluppo del lavoro autogestito. Il governo ha anche modificato la legge che regola i fallimenti stabilendo un diritto di prelazione che colloca al primo posto i diritti dei lavoratori e snellendo le procedure in modo di non bloccare la produzione.

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Il recupero di sé

Chi ha studiato da un punto di vista sociologico la perdita del lavoro sa che il problema di chi è escluso dalla produzione non può essere ridotto ad una mera questione economica. Non si tratta di porre il problema da un punto di vista psicologico, ma di comprendere il posto che occupa il vissuto del singolo nella totalità del fenomeno. Il dramma di questa esperienza è che spesso la si vive in solitudine. In una società individualista e competitiva, chi rimane senza lavoro resta anche da solo. Sarà stigmatizzato come colpevole, si dirà che non è un buon lavoratore e infine si dirà che è un “fallito”. Se il lavoro è talento, bravura, competenza, abilità, in breve è il valore, chi non lavora non è più necessario, diventa uno scarto, non vale niente è un uomo senza qualità. Questa sentenza piomba su chi perde il lavoro e lo trasforma in un sovrannumero, un rottame ormai inutile. Essere disoccupato nelle nostre società è perdere, oltre ai diritti, anche l’identità e restare all’improvviso senza futuro.

Il problema di restare senza lavoro può diventare insormontabile se viene circoscritto in un ambito individuale, se non si capisce la sua dimensione sociale. In Italia, in periodo di crisi, si sono registrati perfino alcuni suicidi motivati nell’impossibilità di continuare a vivere senza ciò che era vissuto come la propria vita. La ristrettezza di un orizzonte chiuso su se stesso può non vedere il contesto di cui è parte e diventare asfissiante. Nel caso argentino era evidente che il problema riguardava tutta la società, la politica, l’economia e lo Stato, ma era comunque vissuto come fallimento personale. Recuperare allora il lavoro fu, e lo è ancora, riprendere un diritto vitale e insieme riappropriarsi della propria dignità.

In un’impresa recuperata tornare al lavoro ha un valore aggiunto, non si è riammessi nel posto da dove si era stati estromessi, ma si riconquista uno spazio proprio. Per diventare attori del proprio cambiamento è necessario sconfiggere la passività del lavoro dipendente, sia esso operaio, bracciantile, o impiegatizio, e trasformare il rapporto che lo costituiva come tale. Cambia il ruolo, cambia la responsabilità e si apre una difficoltà nuova che richiede un atteggiamento differente nei confronti del proprio mestiere. Si rende necessaria una diversa e più integrale capacità nei confronti del lavoro, una visione ampia in grado di sviluppare non solo le proprie mansioni, ma anche la totalità della produzione e la direzione. Bisogna dire che è indispensabile un certo grado di audacia, un balzo in avanti per gestire una attività dalla quale fino a poco tempo prima si era gestiti.

I singoli individui che occupano uno stabilimento non sono sempre consapevoli del futuro che li attende. Compiono i primi passi spinti dal bisogno di difendere il proprio posto di lavoro, ma subito si rendono conto che tutto è cambiato: conservare il lavoro significa crearne un altro diverso e carico di utopia. Questa è una delle difficoltà maggiori dell’impresa perché si deve modificare in modo radicale il modo di produrre. Il rapporto con il lavoro passa da una generica apatia all’intraprendenza per il recupero. Però non tutti quelli che occupano hanno la volontà e la capacità di cambiare la propria esistenza, di recuperare sé, di reinventarsi. Il progetto richiede di uscire dall’alienazione del proprio ruolo per diventare un soggetto attivo della trasformazione, padroni di se stessi.

È così che in ogni impresa recuperata si possono percepire diversi atteggiamenti, coloro che vogliono impegnarsi di più per portare avanti il progetto e coloro che rimangono in seconda fila anche se si rendono conto, per esempio, che ora la produttività e la qualità del prodotto lo riguardano. Un comportamento che spinge verso l’assunzione di un punto di vista diverso in cui si saldano economia e società e dove recuperare il lavoro è reinventare sé. Un impegno che difficilmente può essere portato avanti da solo. Qui entrano in gioco le strutture democratiche che guidano l’impresa, forse uno degli elementi più caratteristici dell’autogestione. Non ci sono più gerarchie né dirigenti, non c’è più il padrone e le decisioni si devono prendere collettivamente in assemblea. Lunghe e difficili assemblee che hanno il compito di gestire alimentando sempre il consenso, la partecipazione e il dibattito.

Con il tempo queste strutture si consolidano, in molti casi si creano consigli di amministrazione delle cooperative, eletti dall’assemblea tra i soci. Il rapporto tra consiglio e assemblea nelle imprese recuperate è diverso da quello che tradizionalmente si verifica nelle cooperative, dove il consiglio tende ad assumere tutto il ruolo decisionale. Nelle recuperadas l’assemblea rimane l’ambito in cui si prendono le decisioni importanti con percentuali di partecipazione molto alta. (Ruggeri 2014a, p. 141).

La proposta delle fabbriche recuperate nasce dal basso e si costituisce prevalentemente in cooperative di lavoro. La principale difficoltà che devono affrontare è quella di assumere la gestione di un’impresa senza disporre di capitale. In questo senso il programma delle imprese recuperate dai lavoratori è diversa da quella dei Workers buyout in cui i dipendenti si riuniscono in cooperativa per rilevare i beni aziendali e riavviare la produzione. Non si tratta di proposte distanti solo da un punto di vista geografico, una nasce nel Sud del mondo, l’altra negli Stati Uniti, le fabbriche recuperate sorgono in piena crisi neoliberale e contro di essa, non vogliono diventare una scialuppa di salvataggio per far sì che tutto rimanga uguale. I Workers buyout invece, sono la risposta dei dipendenti di una azienda in crisi per riorganizzare e proseguire la produzione senza mettere in discussione il modello economico. Dalla rivoluzione industriale in poi la storia insegna che, nei momenti di crisi, il capitalismo trova sempre il modo di ristrutturarsi e sopravvivere (Harvey, 2010). In Argentina la domanda ricorrente che si pongono gli operai è: la nostra esperienza è una stampella per un sistema in crisi o si tratta di una nuova forma di organizzare i rapporti di produzione?

Si possono riscontrare però molti elementi analoghi tra le due esperienze: si parte da un fallimento o comunque da una discontinuità con il passato; prevalentemente si tratta di aziende di piccola o media entità che si trasformano in cooperative; la maggiore partecipazione cambia anche i rapporti di lavoro; cambiano i ruoli, i vecchi dipendenti devono ora gestire. L’impegno nel recupero economico coinvolge in pieno il progetto di vita dei lavoratori.

Il quarto rilevamento

Dal 2002 il Programma de la Facultad Abierta e il Centro de documentación promuovono indagini a livello nazionale per capire lo sviluppo e la profondità del fenomeno. Questi rilevamenti consentono di monitorare con periodicità l’andamento delle imprese recuperate. Il quarto rilevamento, pubblicato nel 2014, conferma che le imprese non sono rimaste ferme al momento della crisi che le ha generate, ma continuato a crescere. Questa continuità non è costante, ma riflette le condizioni macroeconomiche del Paese e quindi la presenza del fenomeno segue una curva inversamente proporzionale all’andamento del Pil. Quando, per esempio nel 2002 il Pil segnava un -10,9% venivano parallelamente recuperate 46 imprese, mentre nei periodi di forte crescita economica, come il 2010 con il Pil al +9,2%, si registrano solo 13 nuovi casi (Ruggeri et al, 2014b, p. 19). Questo indica che in un contesto post crisi il recupero si ripropone in diversi ambiti e si trasforma in uno strumento di lotta, una prospettiva che afferma che se l’azienda ha problemi di gestione non sono necessariamente gli operai a dover pagare.

L’obiettivo di quest’ultimo studio è prevalentemente concentrato nell’analizzare la situazione delle nuove attività recuperate, cercando di capire differenze e similitudini con le prime fabbriche emerse durante la crisi del 2001. Oggi, tranne qualche eccezione, sono prevalentemente piccole o medie imprese e benché dal punto di vista macroeconomico abbiano un peso marginale, la loro importanza è nella carica utopica di chi tenta di ribaltare la razionalità economica fondata sulla massimizzazione del profitto nel breve periodo, restituendo dignità al lavoro.

Secondo l’indagine pubblicata nel 2014, gli operai che hanno recuperato il lavoro raggiungono un totale di 13.460 distribuiti nelle 311 imprese autogestite che sono in attività, di queste 63 si sono aggiunte nell’ultimo periodo 2010-2013. (Ruggeri et al, 2014b, p. 11). Lo studio mette in evidenza da una parte l’espansione e consolidamento dell’esperienza, dall’altra un incremento dei problemi per quanto riguarda il riconoscimento e la regolarizzazione dell’attività. Solo in pochi casi, però, le difficoltà provocano la chiusura della fabbrica. L’indice di “mortalità imprenditoriale” continua a essere molto basso. Delle 247 imprese registrate fino al 2010 solo 6 hanno chiuso, dimostrando che la via dell’autogestione si conferma per i lavoratori argentini, una alternativa valida per preservare il lavoro e sviluppare nuove forme di economia che non mettano al primo posto il capitale. Gli ostacoli oggi sono nel processo di conversione di ogni occupazione che, come dicono gli operai, deve passare “da legittima a legale”.

Oggi la fabbrica recuperata è cambiata, si registra una notevole diversificazione nei settori, da un fenomeno sostanzialmente industriale, che ancora rappresenta un 50,4%, ad un insieme di attività che si distribuiscono tra produzione e servizi: gastronomici, salute, educazione, commercio, trasporto. Cambiano i settori ma non cambia il contesto, le imprese che intraprendono questo percorso devono convivere all’interno di un sistema capitalista che pensa solo alla logica del profitto. È qui che diventa utile la federazione e cooperazione tra le diverse realtà, il rapporto con l’università pubblica e il Programma de la Facultad Abierta, come riflessione sui processi in corso.

La tipografia recuperata Chilavert, sede del programma, è anche ora un luogo aperto al territorio con un centro culturale, diversi laboratori, corsi e workshop. L’obiettivo è quello di consolidare il legame con il quartiere. Inoltre, quando le macchine si spengono, si apre nel piano superiore una scuola serale, un liceo che promuove una educazione inclusiva. Si parte da un processo informale che può anche raggiungere risultati formali con l’ottenimento di titoli di studio riconosciuti dalle istituzioni. Il titolo secondario è per molti anche una esperienza di recupero, per completare il Liceo abbandonato o mai iniziato.

È possibile recuperare in Europa?

L’aggravarsi della crisi europea dopo il 2008 e il continuo arretramento dei diritti rende necessario prospettare e immaginare altre esperienze possibili. Le statistiche indicano che il processo di automatizzazione della produzione tende inesorabilmente a produrre di più occupando di meno. A decrescere però non sono solo gli operai, diminuiscono anche le aziende che, costrette dalla concorrenza internazionale di un mercato senza regole, finiscono per chiudere o fallire. Cosa fare di fronte a questo ineluttabile crollo delle opportunità e dei diritti? È possibile in questo contesto applicare con successo l’esperienza delle fabbriche recuperate o dei Workers buyout?

In Europa ci sono alcune imprese che hanno deciso di affrontare la sfida dell’autogestione. Varie aziende chiuse dopo lo scatenarsi della crisi nel 2008 sono state occupate in Italia, Francia, Grecia, Turchia, ecc., sulle orme di quanto era già accaduto in Argentina, erano più di quarant’anni che non si registravano casi analoghi. A modo di esempio segnaliamo alcuni casi.

Nel settembre 2010 la multinazionale Unilever, proprietaria del marchio Thé Elephant e Lipton, ha deciso di chiudere lo stabilimento vicino a Marsiglia e delocalizzare la produzione in Polonia. I 182 lavoratori hanno però reagito occupando la fabbrica e alla fine, lo scorso 26 maggio 2014, hanno vinto la causa contro la Unilever e ripreso la produzione di thè e infusi in forma autogestita. I 60 lavoratori rimasti nella nuova Fralib hanno ottenuto anche un indennizzo dalla Unilever per i danni causati dalla chiusura dello stabilimento. Proprio presso la Fralib si era tenuto a febbraio 2014 un primo incontro internazionale promosso dalle fabbriche, movimenti e associazioni, insieme al Programa de la Facultad Abierta con la presenza di ricercatori europei e latinoamericani per dare il via a una rete europea. Questa riunione regionale è parte di una serie di Encuentros, il primo tenutosi a Buenos Aires nel 2007 e l’ultimo, il quinto, a luglio del 2015 in Venezuela con la partecipazione di lavoratori di imprese recuperate di 12 paesi.

Anche in Grecia si sono registrate varie esperienze di questo tipo, come la Viome di Salonicco, una fabbrica di materiali edili dismessa, come tante altre e ora recuperata dagli operai. Sulla base delle esperienze argentine il recupero della fabbrica è stato possibile grazie al lavoro di sostegno e solidarietà del territorio e dei movimenti sociali. Nelle assemblee i lavoratori hanno deciso di ripensare la produzione in base alle necessità degli operai, non solo economiche, ma anche per quanto riguarda il ritmo di lavoro, le condizioni di salute, la sicurezza e l’ambiente. Ora la nuova cooperativa Viome opera nel campo dei detersivi biologici.

In Italia in mancanza di un coordinamento non si può stabilire con certezza quante sono le esperienze in corso. Due tra queste hanno però suscitato grande interesse perché viste come una alternativa all’uscita dalla crisi. Si tratta delle Officine Zero di Roma e della Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio nei pressi di Milano. Le Officine Zero sono lavoratori degli ex Wagon Lits che dal 2012 occupano lo stabile adiacente alla stazione Tiburtina. La struttura è stata riconvertita in un cantiere di recupero, manutenzione e riciclo. Qui come in altre esperienze si creano canali di comunicazione e si tessono reti con il territorio trasformando il luogo in un posto dove condividere il proprio mestiere e il proprio spazio di lavoro (co-work). La loro situazione non è facile ma, grazie anche alla solidarietà ottenuta, 33 persone resistono e portano avanti questa esperienza. Alla Ri-Maflow invece si producevano componenti per impianti di condizionamento per grandi marchi automobilistici. La fabbrica, che nel 2008 impiegava 320 persone arrivò, dopo una gestione avventata alla chiusura. Alcuni operai decisero di tentare il recupero. Nel 2013 si costituì la cooperativa e oggi, anche se sono rimasti solo 17 persone, si dedicano alla riconversione ecologica e in particolare al riciclo e recupero di rifiuti elettronici.

Il quadro normativo dell’Unione Europea prevede la possibilità per i lavoratori licenziati per chiusura aziendale di assumere la conduzione diretta dell’azienda. In Italia nel 1986 è stata promulgata la Legge Marcora che promuove lo sviluppo economico partecipato e generato dal basso. La legge, nata per iniziativa delle organizzazioni cooperative Agci, Confcooperative e Legacoop, ha sancito la nascita di Cooperazione Finanza Imprese (CFI). Il suo compito è quello di gestire il Fondo rotativo destinato alla salvaguardia dell’occupazione attraverso la formazione di imprese cooperative tra dipendenti di aziende in crisi. La CFI ha in portafoglio 90 imprese cooperative che operano su tutto il territorio nazionale in diversi settori: costruzioni, impiantistica, industria, servizi, sociale. Sviluppano un valore della produzione consolidato di oltre 400 milioni di euro e impiegano 2.500 addetti, di queste cooperative 37 sono registrate come Workers buyout. Nel periodo 2011-2014 la CFI ha approvato 45 interventi a sostegno di progetti di Workers buyout, oltre a 12 start up.

I primi passi della nuova impresa spesso trovano il sostegno della Legacoop. L’ultimo, per fare un esempio, a gennaio 2016 la Coopfond è intervenuta a sostegno della Ora Acciaio Spa di Pomezia che a dicembre 2014 si era dichiarata in fallimento. L’azienda, altamente automatizzata, che produce mobili in legno per uffici, è stata rilevata dai dipendenti che hanno stilato un progetto di Workers buyout con il supporto della Legacoop Lazio. Un riscossa che arriva dal basso e prevede, anche con l’aiuto della CFI, raddoppiare il fatturato e aumentare l’occupazione.

Conclusione

Le esperienze in Europa non sono molte e nemmeno hanno un peso rilevante nel contesto dei singoli paesi, sono però importanti perché rappresentano la testimonianza di una inversione di marcia che vuole contrastare la tendenza all’espulsione e al degrado del lavoro in linea con il Manifesto for the Foundational Economy. Questo Manifesto considera che la politica industriale deve essere riorientata. Non deve perseguire ad ogni costo la legge del minor costo e massimo profitto, ma orientarsi verso il territorio e i bisogni della popolazione. Anche se la maggior parte degli economisti parla di economia al singolare, le esperienze che nascono dal basso indicano il contrario: ci sono tante economie perché l’economia è una scienza umana vincolata alla cultura e alla società, da sola non esiste.

In ogni modo, il prolungarsi della crisi politica ed economica produce gravi conseguenze sul lavoro. I diritti devono fare i conti con un mercato che si presenta come arbitro imparziale in grado di imporsi su ogni realtà. In questo contesto dove continuano ad essere usati termini come “mercato del lavoro” abolito già nel 1948 dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), è facile che esperienze isolate di recupero, di cooperative autogestite finiscano nel nulla, o peggio ancora, per riprodurre forme di sfruttamento che contribuiscono ad abbassare il costo del lavoro. Occorre una rete, una federazione, la costruzione di un insieme di esperienze solidali tra di loro che diano corpo e riescano ad articolare una somma di debolezze. Occorre la presenza di uno Stato, consapevole che senza lavoro crolla non solo la società ma tutto il sistema che sostiene la cosa pubblica. In Italia la lunga esperienza del movimento cooperativo e le conquiste istituzionali, come la legge Marcora, sono uno strumento essenziale per chi non si rassegna di fronte alla perdita del posto di lavoro ed è disposto a costruirsi una nuova opportunità.

Si può concludere dicendo che la chiave del successo nelle imprese recuperate in Argentina è stata l’interazione tra diversi attori su diversi piani. Ogni processo di cambiamento, anche se eccezionale, se resta isolato finisce per scomparire. Da sola, ogni singola esperienza, si sarebbe esaurita in poco tempo: il contesto, la società, il territorio, la solidarietà di altre fabbriche in analoghe condizioni ed infine la nascita di un movimento e una federazione hanno consentito dare i primi passi. Si sono poi sommati altri attori come il Programa de la Facultad Abierta e l’appoggio dello Stato. Oggi il Ministero del lavoro pubblica perfino una Guida delle imprese recuperate dove vengono elencate, divise per settore, tutte le attività, con la loro storia, la loro potenzialità, quantità di soci, indirizzo e tutto quanto possa servire per promuovere la loro attività[4].

In Argentina e in Europa, le motivazioni che spingono a fondare molte cooperative sono, in parte, di natura puramente economica, ma anche attraverso di esse, si perseguono scopi di riforma sociale. Molte delle esperienze in corso sono mosse da una spinta ugualitaria, da un’idea di cambiamento con un orizzonte più ampio che non coincide necessariamente con l’accettare il capitalismo come ineluttabile destino. I Workers buyout forse non hanno queste pretese, ma di fatto la loro azione genera anche nuove forme di lavoro e inclusione.

Sorgente: Aperto per fallimento – Comune-info

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