Se oggi Gramsci leggesse l’Unità

26 Luglio 2016 0 Di luna_rossa

L’Arresto del manager Lì Veneziani, ex patron di Nuova Iniziativa Editoriale, pone l’attenzione sul salvataggio dell’Unità, rigorosamente a spese dei contribuenti.

di Nicola Rinaldo

Non erano in moltissimi a Santa Maria della Porta nel 1923 ad assistere alla fondazione de “L’Unità”. Un piccolo giornale corsaro destinato a vivere una grande storia.  L’idea di Gramsci,  fondatore della testata fu quella di creare un riferimento culturale e ideologico di partito per le masse proletarie.  Tirare fuori l’ideologia dalle accademie e dai circoli clandestini con il fine ultimo di riportare il comunismo in fabbrica. Non bastò la censura fascista a fermare l’espansione del quotidiano.  Nonostante la guerra,  la morte di Gramsci e la clandestinità la testata ufficiale del Pci raggiunge l’incredibile tiratura di un milione di copie nel 1945. Basti pensare che il Corriere della Sera oggi,  rimanendo il quotidiano con la maggiore diffusione cartacea,  supera di poco le 400 mila copie. Un potenziale esplosivo che porta l’edizione domenicale in ogni fabbrica,  in ogni casa e quasi in ogni famiglia operaia dell’italia in ricostruzione. Un vero e proprio caso editoriale. Eppure lacrisi arrivó e fu feroce.Gli anni ottanta furono per il quotidiano comunista un vero salasso.  Dalle cifre a 7 zeri del dopoguerra si passa alle 156000 coppie di tiratura quotidiana del 1989. Nonostante qualche timido tentativo di rilancio da parte di Walter Veltroni  il quotidiano continua a perdere copie.

La crisi di un quotidiano nato e sempre vissuto come House Organ del pci mostra come con il passare degli  anni i lettori abbiano modificato la propria visione della stampa.  Il desiderio di una stampa libera e indipendente dalla politica si affaccio prepotentemente sul palcoscenico dell’editoria con la crisi della prima repubblica e l’avvento di Berlusconi. L’Unità vide nell’instaurarsi del Berlusconismo l’occasione di radunare sotto la bandiera dell’opposizione molti esuli frutto delle epurazioni in Rai e nei principali quotidiani nazionali.

Cominciano a scrivere per L’Unità professionisti della penna del calibro di Oliviero Beha,  Marco Travaglio e Michele Serra. Se gli anni di Berlusconi segnano un rilancio politico per la testata i problemi economici non tendono a scomparire e si arriva al 1998, anno del fallimento e della privatizzazione del giornale da parte degli imprenditori Giampaolo Angelucci e di un insospettabile Alfio Marchini destinato in futuro perdere la gara al Campidoglio come candidato berlusconiano. La cessione del quotidiano ai privati non salva la testata dal fallimento e dalla chiusura delle pubblicazioni con una tiratura che si aggira ormai sotto le 30000 copie.

Quando la storia del giornale sembrava essere giunta definitivamente al termine la testata rinasce.  Nel 2001 una cordata di imprenditori che prese il nome di “Nuova Iniziativa Editoriale” decise di ridare vita al giornale del Pci. La politica però nel frattempo è cambiata.  Il comunismo ormai è agonizzante in europa e la sinistra sceglie di indossare degli abiti più moderati. Una crisi di identità da cui L’Unità non riesce del tutto a riprendersi.

La fragilità dell’opposizione a Berlusconi portò molti dei giornalisti arrivati all’unità in seguito alle epurazioni Berlusconiane a preferire altre testate. La fondazione de “Il Fatto quotidiano” nel 2009 non fece che aggravare una situazione già precaria. Risale infatti a questi giorni l’arresto del Manager Guido Lì Veneziani,  chiamato da Matteo Renzi a risanare i conti dell’Unità in crisi nera con un debito di 123 milioni di euro. Un piano di salvataggio in verità venne approvato già nel 1998 e prevedeva l’introduzione della garanzia pubblica per i debiti delle testate.  Un modo altisonante per dire che avrebbero pagato i contribuenti, tutti, per salvare  il principale quotidiano di centrosinistra italiano. La legge rimase sulla carta fino al giugno 2015 con la decisione di Matteo Renzi di riaprire il giornale risanando il passivo con un apporto di ben 107 milioni di euro di denaro pubblico.

L’arresto di Lì Veneziani si inserisce proprio in questo contesto, gli oltre 100 milioni stanziati da palazzo Chigi sembra che non siano bastati e Lì Veneziani si sia dovuto trovare a spolpare altre aziende -della cui gestione si occupava – per reperire la liquidità necessaria per tappare i buchi de “L’Unità”. L’operazione ha portato al fallimento di alcune aziende e al licenziamento di centinaia di dipendenti.  Da quì nasce l’accusa mossa a Guido Lì Veneziani di bancarotta fraudolenta.

Da tutto ciò  non può  che nascere un legittimo interrogativo.  Cosa penserebbe oggi Antonio Gramsci, il fondatore del giornale, dell’Unità?

Gramsci credeva nel comunismo e nell’onestà.  Forse non avrebbe accettato a cuor leggero il licenziamento di centinaia di persone solo per salvare un giornale che ormai ha fatto il proprio tempo. Per non parlare del salvataggio con denaro pubblico a opera di coloro che si permettono oggi anche di parlare di “conti pubblici in regola” e di semplificazione.

Se non fosse morto Gramsci oggi pronuncerebbe delle severe parole di condanna a coloro che hanno operato un vilipendio tanto indiscriminato della sua eredità,  sia politica che morale. Non la leggerebbe L’Unità di oggi Gramsci.  Lo farebbe per coerenza e lo farebbe per rispetto.  Non si fa informazione facendo nuovi poveri.

Sorgente: Se oggi Gramsci leggesse l’Unità

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •  
  •