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La nostra acqua

Aldilà di limiti e fallimenti, in questi anni il movimento dell’acqua ha segnato un passaggio importante: ora si tratta di moltiplicare i laboratori di autogoverno dei beni comuni. Le comunità territoriali possono scegliere.

C’è la stagione referendaria in corso, ci sono ovunque battaglie territoriali sull’acqua e sui beni comuni (a cominciare da grandi città come Napoli e Roma), c’è la voglia di mantenere un punto di vista critico nei movimenti. In questo saggio Paolo Cacciari prova a rispondere a una domanda che tanti e tante si pongono da mesi: come mai un movimento così vasto e persino suggellato da una (rarissima) vittoria a un referendum popolare, come quello sull’acqua, non avrebbe dato tutti i risultati attesi? La vendetta dei poteri messi in discussione con quel referendum, la scarsa capacità di intrecciare lotte e crisi diverse, ma anche la concezione prevalentemente statocentrica del potere che costringe anche i movimenti dentro schemi d’azione tradizionali… In realtà il movimento dell’acqua, aldilà di inevitabili limiti e fallimenti, in questi anni ha reso visibile l’inizio di una stagione fragile quanto potenzialmente straordinaria: ora si tratta di moltiplicare e inventare i laboratori di autogoverno dei beni comuni, le comunità territoriali possono scegliere. I beni comuni restano prima di tutto un sistema di pensiero, la formazione di communitas 

di Paolo Cacciari

In questo articolo* proverò a rispondere a una domanda che continua a circolare nei movimenti e anche tra i media (vedi, ad esempio, uno degli ultimi numeri de “l’Espresso”, il servizio “Acqua, il referendum tradito”, che ha questo incipit: “Quanto valgono 26 milioni di voti in Italia? Niente”). Come mai un movimento così vasto e persino suggellato da una (rarissima) vittoria a un referendum popolare, come quello sull’acqua, non ha dato tutti i risultati attesi? Come è accaduto al mio povero albero di mele quest’anno: un splendida fioritura, ma una misera fruttificazione.

La prima, più semplice spiegazione è che interessi fortissimi e potentissimi non rinunceranno mai al boccone appetitoso dei servizi idrici e, in generale, di tutti i servizi pubblici tariffabili, bigliettabili, enormemente redditizi, capaci di generare cash flow e di costituire quelle garanzie (economie reali sottostanti) che costituiscono la base del castello di carte del traballante sistema finanziario. L’accumulazione originaria permanente, ce l’ha insegnato già Rosa Luxemburg, ha bisogno di invadere sempre nuovi spazi fisici e nuovi settori delle attività umane, riducendo, contestualmente, la sfera delle economie informali, solidali, comunitarie. Il capitalismo si nutre dei commons, per l’appunto. Il fatto che le oligarchie del capitalismo finanziario non si fermino nemmeno davanti ad un referendum popolare (il massimo dell’espressione democratica di un popolo, così come anche la Corte Costituzionale ha riconosciuto, grazie al ricorso voluto e scritto da amici giuristi combattenti!) non dovrebbe farci meravigliare più di tanto. Indignare sì, ma non dovrebbe coglierci di sorpresa. Ricordiamoci le parole del rapporto della Goldman Sachs con cui critica l’eccesso di democrazia delle Costituzioni degli stati europei.

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Paolo Cacciari, durante la Taverna comunale “La rivoluzione ogni giorno” (25 giugno 2016, Tenuta della Mistica, Roma). Foto di Nilde Guiducci

A nostra parziale consolazione, possiamo dire – con Woody Allen – che nemmeno loro se la cavano bene. Le risposte neoliberiste ai bisogni fondamentali delle popolazioni non mi pare stiano dando grandi risultati. L’immagine del Lungarno Torregiani (leggi anche Abito a due passi dal luogo del crollo di Firenze, ndr) sprofondato in un buco d’acqua provocato dall’incuria nella gestione dell’acquedotto mi sembra un eloquente emblema della “superiore efficienza” del modello privatistico di gestione dell’acqua. L’idea che solo la competizione economica tra imprese capitalistiche possa generare benefici per tutti – è il caso di dirlo – fa acqua da tutte le parti! Ma anche questo lo sapevamo bene, l’avevamo analizzato in vari contesti e in vari settori. Persino lì dove l’ideologia neoliberista è egemonica (la Gran Bretagna) e l’abbiamo sentito anche in questi giorni dagli amici francesi.

Nonostante tutte le difficoltà, la scarsità dei risultati concreti acquisiti, il relativo isolamento del movimento e altro ancora, dovremmo in ogni caso essere consapevoli che la partita non è affatto chiusa, che le contraddizioni sociali permangono acutissime, che nessun colpo di mano legislativo per favorire le privatizzazioni (vedi il decreto Madia) eviterà il conflitto attorno all’accesso ai beni comuni fondamentali e per la loro gestione democratica. Ha scritto Wolfgang Streek in Tempo guadagnato:

“La colonizzazione attraverso il mercato continua a scontrarsi con la logica della vita”.

Le ragioni per cui non tutti gli obiettivi del referendum sono andati in porto vanno ricercati anche al nostro interno, nelle nostre debolezze, nelle timidezze e forse anche negli errori che il movimento per l’acqua pubblica e, in generale, per i beni comuni – a mio modestissimo avviso – continua a commettere. Senza per questo cadere nel tranello peggiore che si apre in questi casi: quello di farsi tentare dal vittimismo, dalla logica del tradimento e dello scaricare le colpe su altri.

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Provo ad elencare alcune questioni secondo me ancora irrisolte che stanno alla base delle nostre difficoltà.

Se le lotte sono solo di resistenza alla lunga vengono riassorbite dal sistema. Servono a procrastinare un esito predeterminato, servono ad allentare la morsa dei poteri forti – e non è affatto poco -, ma non hanno la forza di invertire la rotta. Le lotte sono come una palla di neve. Se resta ferma si squaglia. Solo se rotola può diventare una valanga. L’esito del referendum avrebbe dovuto essere reinvestito immediatamente. Esattamente come Ugo Mattei e Alberto Lucarelli proponevano ancor prima di conoscere l’esito del referendum cinque anni fa: la formazione di una “Costituente dei beni comuni” e di una rete di “Comuni per i beni comuni”. Il successo sull’acqua avrebbe dovuto sposarsi immediatamente con quello sull’energia. E tutti e due proiettati nella battaglia globale sul clima. Se l’acqua è “il sangue della Terra” e se la Terra è la madre di tutti i beni comuni, allora la messa al bando della fame e della miseria dovrebbe avvenire innanzitutto attraverso il riconoscimento della sovranità alimentare dei popoli e cioè l’agricoltura contadina e il diritto dei popoli a vivere nelle loro terre ovvero di potersi muovere liberamente, contro i nuovi muri dell’apartheid globale. Risalendo la catena delle cause delle nostre sofferenze si giunge al cuore della questione: la democrazia. Intesa non come un esercizio di ingegneria istituzionale e di meccanica elettorale, ma come ideale incomprimibile di autogoverno delle comunità.

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Agli occhi delle persone che pure ci hanno votato nel referendum, invece, l’acqua non è uscita dalla dimensione acquedottistica. L’energia si è fermata al no al nucleare. La riappropriazione dei beni comuni si è fermata al recupero ad usi culturali di alcuni immobili dismessi da parte dei nuovi movimenti urbani. Le lotte contro le grandi opere inutili e dannose non sono uscite dai territori di competenza. Così come è capitato alle vertenze della Fiom sulla democrazia nei luoghi di lavoro e degli insegnanti contro la aziendalizzazione della formazione dei giovani. La gestione delle lotte, quant’anche importantissime, radicali e partecipate, è rimasta imprigionata in una logica di vertenzialità parallele, settoriali gestite con logiche sindacali. Al massimo ci sono stati generosi tentativi di “convergenza” tra le diverse campagne di mobilitazione, ma non hanno superato la giustapposizione e la sommatoria delle agende, senza riuscire mai a produrre momenti di reale osmosi nei contenuti e di unificazione concreta degli attori. In questo, mi pare, che al contrario di noi, sia gli accampados del M15M, sia gli Occupy Wall Street attraverso “Noi siamo il 99%”, siano riusciti a darsi una dimensione politica più generale (leggi anche Communs. Il mondo di Nuit debout, ndr). Così come sta facendo Bergoglio nel campo dei movimenti popolari del mondo impoverito (che ha riunito due volte in Vaticano e in Bolivia) con le sue tre “t”: terra, casa, lavoro.

Se la mia rapida e sommaria analisi (mi si perdoni) corrisponde un po’ al vero, allora la domanda giusta dovrebbe essere: perché non siamo riusciti a far rotolare la palla di neve?

Io credo che la risposta vada cercata in una ancora insufficiente comprensione e consapevolezza della dimensione del cambiamento che sarebbe necessario attivare per uscire da una crisi che non è solo debitoria, occupazionale, demografica, ecologica… ma strutturale, sistemica, cognitiva, civile. Servirebbe mettere in campo una nuova visione del mondo comunitaria, ugualitaria, responsabile, libertaria… capace di dimostrare che il modello antropologico che regge il sistema capitalistico dominante (quello competitivo, egoistico, individualistico) è una sciagura. Così com’è fallimentare il modello centralistico e autoritario dei poteri pubblici statali.

Questa capacità di visione critica ci potrebbe essere fornita dalla riscoperta della teoria dei beni comuni. “Non si tratta soltanto di una definizione (giuridica) per ‘l’interesse pubblico’, quanto piuttosto di una sorta di filosofia politica dotata di specifici approcci operativi e con effetti a lungo termine, perché ci coinvolge pienamente in quanto esseri umani”, ha scritto David Bollier (La rinascita dei commons. Successi e potenzialità del movimento globale a tutela dei beni comuni, Stampa alternativa, 2015).

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Assemblea sui servizi pubblici “Decide Roma”

Ma nemmeno tra i protagonisti del movimento per i beni comuni c’è la consapevolezza della dimensione alta, rifondativa di un modello di società, cioè di una ridefinizione dei rapporti sociali (diritti di proprietà, uso delle risorse naturali, relazioni interpersonali, ecc.) completamente diverso che evoca la teoria generale dei commons.

Sono convinto che molte delle nostre difficoltà risiedono proprio in una scarsa comprensione della dimensione olistica, scientifica, politica, sociale… dell’idea di una nuova società dei beni comuni.

Basta vedere le accuse forsennate che la nuova teoria dei commons ha ricevuto “da sinistra”: “neomedievalismo”, “mistica dei beni comuni”, ecc. I più benevoli ci accusano di essere inconsapevoli alleati (cioè “utili idioti”) di quanti agiscono per indebolire ancora di più i poteri pubblici statali. Per molti, nella diffusa e radicata cultura della sinistra storica e del movimento operaio, la demanialità è sufficiente ad affermare l’interesse pubblico e la gestione diretta (attraverso una salvaguardia monopolistica) da parte degli apparati tecnico-amministrativi statali è la condizione capace di mantenere un controllo democratico sull’uso dei beni pubblici. A nulla valgono le controprove della storia (il mito bugiardo della terzietà dello stato come “organo neutrale di garanzia” e non invece un sistema di tutela degli interessi dominanti, la formazione di burocrazie autoreferenziali, l’inefficienza e la svendita dei demani pubblici…). A questa cultura è totalmente estranea (se non persino avversa) l’ipotesi di un autogoverno, di una autogestione e di un autocontrollo democratico dei beni che le comunità scelgono di condividere con modalità sostenibili ambientalmente e socialmente eque. L’ipotesi che possano esistere delle comunità di riferimento, il più prossime possibili ai beni che costituiscono la loro ricchezza comune, è vista come un pericolo di cedimento agli egoismi sociali. L’idea che le comunità locali possano esercitare dei poteri limitanti il libero prelievo delle risorse economiche locali, la libera espansione dei commerci e dei mercati, la infrastrutturazione del territorio secondo logiche globali (e cioè sovraordinate anche giuridicamente dagli interessi economici transnazionali – vedi gli accordi di libero scambio transoceanici) è considerata come un pericolosa apertura ai leghismi, ai comunitarismi di destino, del suolo e del sangue. Come se i nazionalismi non ci avessero già insegnato di che cosa sono capaci i patriottismi.

Da cosa deriva questa difficoltà di visione, questa titubanza a immaginazione un ordine sociale post-capitalistico, per dirla con Paul Mason?

Secondo me i limiti sono sia d’ordine culturale-scientifico che pratico-politico. La forza dei beni comuni risiede nell’essere una contro-teoria scandalosa, che mette in discussione il “diritto assoluto” della proprietà (l’individuo proprietario che dispone a suo piacimento delle cose che riesce ad impadronirsi) e lo stesso paradigma della sovranità statale (il dogma della sovranità unica e indivisibile del popolo incarnata nel soggetto-stato) nell’uso discrezionale incondizionato dei loro beni (Francesco Astone) in nome dell’acquisizione e dell’osservanza dei principi di complessità ecologica, interdipendenza sociale e relazionalità umana. Sempre Bollier ricorda che anche il diritto canonico prescriveva che “omnia sunt communia” quando si tratta di far fronte a necessità estreme, quando cioè ne va della conservazione dei cicli vitali del pianeta e della dignità della vita degli esseri umani.

Questa dimensione planetaria, questo modo di ragionare ecologico, fa saltare gli steccati tra gli specialismi; abbatte le rendite di posizione fornite dai saperi formalizzati e codificati nelle discipline accademiche; li costringe a relazionarsi con i saperi esperenziali, informali. Scienziati della natura ed economisti, sociologi e giuristi, filosofi e preti… sono obbligati a confrontarsi tra loro nella transdisciplinarietà (Edgar Morin) non disponendo più di riserve di saperi separati dentro cui coltivare il proprio potere. Raggiunta l’era geologica dell’Antropocene, l’antropocentrismo rende paurosamente miopi gli uomini dominatori della Terra. Per rientrare nei limiti delle possibilità di vita sana e degna, servirebbero principi guida di tipo etico. E, se non crediamo nell’avvento di nuovi principi illuminati, allora serve anche rinvigorire non poco la stessa idea di democrazia.

Sul piano pratico-politico una concezione prevalentemente statocentrica del potere ha costretto anche i movimenti per i beni comuni dentro uno schema d’azione tradizionale. Da una parte i movimenti sociali, dall’altra la politica, secondo uno schema binario. È una vecchia questione che già un quarto di secolo fa Angelo Bolaffi descriveva benissimo:

“Il movimento di massa è concepito (dai partiti tradizionali della sinistra) come qualche cosa di informale, una sorta di torso michelangiolesco, non più semplicemente sociale ma non anche politico (…) l’autonomia dei movimenti di massa è sempre intesa restrittivamente a sovranità limitata, in attesa di un fine ultimo, cioè di essere parlamentarizzata e completamente sintetizzata nella forma partito” (Nuovi soggetti e progetto operaio, in AaVv, Il partito politico, De Donato, 1981).

Tradotto in prassi significa che il compito dei movimenti è quello di smuovere l’albero, mentre quello dei professionisti della mediazione politica (i partiti) è raccogliere i frutti che cadono. Il massimo cui la cultura politica concede ai movimenti è la “pari dignità” (Giulio Marcon), “l’incontro a metà strada” (Mario Tronti), “una interlocuzione dinamica” (Marco Revelli). A nessuno viene in mente che i movimenti sociali possano autorappresentarsi, gestire in proprio anche la dimensione istituzionale, disintermediare la politica – così come fanno ad esempio i Gruppi di acquisto solidale quando si riforniscono di frutta e verdura direttamente dai contadini -, far saltare gli steccati e la “ripartizione dei compiti” (Marco Bascetta). Nemmeno la lezione del Movimento 5 Stelle viene in aiuto alla cultura politica della sinistra.

La pratica dei beni comuni (che, prima di essere delle “cose”, dei beni e dei servizi, sono un repertorio di azioni, poiché – come scrive sempre Bollier: “queste esperienze prendono corpo ogni volta che una comunità locale decide di gestire le risorse in maniera collettiva, con particolare attenzione a tutelarne l’accesso equo, l’utilizzo e la sostenibilità”) mette in moto una idea alta e radicale di democrazia. Oltre la stessa democrazia partecipativa (che spesso è solo decorativa) e oltre la stessa democrazia deliberativa in direzione di una “democrazia di persone” (Manuel Castells). L’idea dell’autogoverno è bene espressa da molti pensatori e attivisti dell’America Latina. Gustavo Esteva parla della creazione di “ambiti di comunità autonome”. Luoghi autonormati e autogestiti (leggi anche Le insurrezioni delle persone comuni, intervista di Gianluca Carmosino a Gustavo Esteva). Da noi la scuola dei territorialisti di Alberto Magnaghi studia la “gestione comunitaria del territorio”. L’idea generale è quella della decisionalità diffusa, orizzontale. Vengono in mente le “piccole repubbliche” teorizzate da Thomas Jefferson o le “repubbliche elementari” di Hanna Arendt.

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In conclusione i beni comuni sono un sistema di pensiero, una immagine mentale del mondo, un modo di vedere le cose e di immaginare come poterle usare condividendole. L’economia dei beni comuni è quella che si pone l’obiettivo della preservazione e della condivisione delle risorse materiali e cognitive che l’umanità dispone. È una modalità di formazione delle communitas basata sulla cooperazione, la condivisione e la responsabilità.

ok_0055Le modalità con cui è possibile concretizzare questi principi sono ancora da scoprire, ma tra le macerie della crisi economica stanno crescendo molte piccole piante pilota. Fragili, isolate, ma con un po’ di fortuna e molta amorevole cura potranno ricolonizzare il deserto. Mi riferisco alle esperienze di produzione di beni e servizi da parte di soggetti ed enti che non rispondo alle logiche del mercato, della produttività e nemmeno della remunerazione dei capitali investiti, ma che “sono guidate da principi e pratiche di autogestione cooperativi, solidali, etici e democratici”, come recita il position paper dell’Onu sulla Social and Solidarity Economy and Challenge of Sustainable Development (segnalato in “101 piccole rivoluzioni- Storie di economia solidale e buone pratiche dal basso, Altreconomia 2016, ndr).

Sorgente: La nostra acqua – Comune-info

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