Il castello di carta di Matteo Renzi | il Blog della Fondazione Nenni

11 Luglio 2016 0 Di ken sharo

-di ANTONIO MAGLIE-

Matteo Renzi per allentare la pressione che lui stesso ha prodotto nel momento in cui ha legato la sua permanenza a Palazzo Chigi all’esito del referendum costituzionale, adesso quando si presenta l’occasione (l’ultima l’ha colta a Varsavia al vertice Nato) si preoccupa di sottolineare che non esiste alcun rapporto tra le legge elettorale (l’Italicum) e la revisione della Carta. Bisogna dire che questa politica si alimenta di parole in libertà.
E se l’opposizione nelle sue variopinte versioni sbaglia a sostenere che l’eventuale bocciatura della cosiddetta riforma dovrebbe portare alla caduta del governo (le due cose oggettivamente non stanno insieme), il presidente del Consiglio, a sua volta, eccede in creatività nel momento in cui sostiene (lo ha fatto nel corso della direzione Pd) che della vittoria del no anche il Parlamento (questione su cui poi dice di non mettere bocca mettendola, però, di fatto) dovrebbe prendere atto. E perché mai? Il governo della cosiddetta riforma si è fatto incautamente paladino, seguendo le orme dei precedenti esecutivi che hanno sistematicamente dimenticato che una Costituzione è un patto tra le diverse anime del Paese e non una scelta di parte, definisce le regole della convivenza non serve a determinare posizioni di rendita agli uni o agli altri. Essendo “paladino” o “partigiano” (non nel senso nobile di partecipante alla guerra di liberazione anti-nazifascista che è a fondamento dell’attuale Patto), il governo o, meglio, i promotori della revisione (il duo Renzi-Boschi) per una questione di correttezza etico-politica (più che istituzionale) avrebbero tutti i motivi (obblighi) per farsi da parte.

Ma estendere questi motivi anche al Parlamento corrisponde a una posizione strumentale visto che nelle due camere siedono rappresentanti di partito che sin dal principio, a torto o a ragione, si sono dichiarati contrari all’iniziativa governativa. Dovrebbero dimettersi perché le urne hanno dato loro ragione? Sarebbe piuttosto bizzarro. Pretenderlo, poi, è totalmente immotivato.

Le parole in libertà, però, non si fermano qui. E se è comprensibile lo sforzo di Renzi di scindere i due provvedimenti su cui ha costruito tutta la narrazione di un governo volitivo, positivo e decisionista che, confondendo i piani, ora rischia di essere controproducente dal punto di vista dei risultati elettorali, incomprensibile sarebbe, al contrario, l’impulso a prendere per oro colato quel che il capo del governo dice. Anche perché lui per primo sa che non corrisponde a verità. Legge elettorale (Italicum) e cosiddetta riforma costituzionale non solo si tengono insieme ma, in uno stravolgimento della scala delle priorità, la prima è la base, il fondamento della seconda (mentre al contrario sarebbe decisamente più corretto che la prima sgorgasse dalla seconda).

A cominciare dal fatto che l’Italicum è stato pensato solo per una Camera quando ancora la revisione non era stata approvata. E che il meccanismo di elezione dei parlamentari mette nelle mani del segretario (candidato premier) il potere di “nominarne” un gran numero scegliendo i più fedeli e obbedienti tra i candidati (cosa che evidentemente può stare bene un po’ a tutti, da Grillo a Salvini passando per Berlusconi che è stato in materia un vero pioniere, ruolo, in ogni caso, non sempre baciato dal successo) i quali, a loro volta, una volta eletti accentueranno la loro obbedienza per garantirsi la successiva rielezione, costituendo così di fatto con il leader (e con gli eventuali poteri che lo sostengono) un vincolo di mandato che, al contrario, dovrebbe essere vietato. Conclusione: se volete, credete pure a Renzi, ma legge elettorale e revisione costituzionale si tengono a vicenda e l’una non regge senza l’altra. Esattamente come in un castello di carta.

Sorgente: Il castello di carta di Matteo Renzi | il Blog della Fondazione Nenni

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