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Tutte le cose peggiori che abbiamo visto nei centri di emergenza sociale di Milano

VICE News ha parlato con alcuni ospiti dei diversi centri di accoglienza milanesi, dove vanno a finire le persone sgomberate che non hanno un altro posto dove stare.

Vi siete mai chiesti dove finiscano le persone dopo essere state sgomberate?

A Milano, nella maggior parte dei casi, le possibilità sono due: i Centri di Emergenza Sociale e i Centri di Autonomia Abitativa.

I CES e i CAA sono strutture di accoglienza temporanee offerte a persone in condizioni di emergenza, sgomberate da occupazioni abusive o da insediamenti irregolari, come campi rom abusivi o edifici abbandonati.

La vita in un centro di emergenza sociale è un po’ come il purgatorio: una zona grigia tra l’inferno della vita in strada e la speranza flebile di ottenere un’abitazione autonoma per sé e per la propria famiglia.

I CES fanno parte della cosiddetta “prima accoglienza”, offrono quindi un servizio molto essenziale: grandi stanzoni-dormitorio in cui i membri della famiglia condividono in genere il letto matrimoniale, separati dai vicini da un lenzuolo-tenda o da pannelli divisori. Le camerate sono da 24-30 persone, i servizi e le cucine sono in comune, e comuni sono anche le sale per i pasti e il tempo libero — queste ultime, di solito, poco agibili.

I centri prevedono regole di permanenza e di comportamento; gli ingressi e le visite sono controllati e il contratto di accoglienza è rinnovato ogni 40 giorni per un periodo massimo di 200 giorni, che spesso si protrae più a lungo. Il costo di gestione per il comune è di 9 euro al giorno per individuo.

I CAA fanno parte invece della “seconda accoglienza” e vi possono accedere solo coloro che hanno intrapreso con successo il percorso del CES, hanno trovato un lavoro – per quanto saltuario – e si sono avvicinati di un passo al sospirato sogno di ottenere una casa propria. Le regole qui sono più flessibili e la privacy è maggiore.

Entrambe le tipologie di centri sono destinate a persone di ogni nazionalità; tuttavia gli ospiti di gran lunga più numerosi restano ancora i rom rumeni provenienti dai campi irregolari. Persone che spesso vengono da situazioni di degrado tale per cui le condizioni di vita del centro rappresentano un effettivo miglioramento; e che non hanno parenti o amici in grado di ospitarli, come capita invece a italiani o nordafricani.

Nelle intenzioni dell’amministrazione, la multietnicità rappresenterebbe un fattore educativo in un’ottica di convivenza reciproca e accettazione delle diversità. Per gli ospiti del centro spesso però non è così: i rom, che sono la maggioranza, tendono a considerare lo spazio come “il loro campo,” e gli inquilini africani e asiatici faticano a convivere con quella che considerano una “diversità culturale radicale.”

VICE News ha parlato con alcuni ospiti dei diversi centri di accoglienza milanesi per chiedere loro come vivono questa convivenza forzata, come trascorrono le proprie giornate e quali sono i loro progetti per il futuro.

Centro di via Sacile: Kautar

Kautar viene dal Marocco, ha 29 anni. Parla un italiano fluente e senza accento e anche quando conversa in arabo con il marito, nel discorso affiorano parole italiane di sapore quotidiano, come “lavatrice” o “umidità.”

La mamma di Kautar è arrivata in Italia nel 1987, ma lei l’ha raggiunta soltanto 15 anni fa, quando è morta la zia che l’ha cresciuta. In Italia ha frequentato tre anni di liceo turistico e un corso da operatrice socio-sanitaria, grazie al quale ha lavorato per un po’ in una casa di riposo.

Nel suo curriculum vanta anche un’esperienza in un’agenzia di viaggio, mentre dal 2008 al 2013 ha lavorato in una cooperativa che si occupava di confezionamento. Poi è rimasta incinta ed è stata licenziata, “sfruttando il fatto,” racconta, “che ogni due anni, per scappare dalle tasse, la cooperativa dichiarava fallimento, cambiava nome e riassumeva il personale. Ecco, quella volta non mi hanno riassunta.”

Kautar ha conosciuto suo marito in Marocco nel 2010, durante una vacanza, e lui l’ha raggiunta in Italia nel 2011. Hanno due figli: un maschio di un anno e 8 mesi e una bambina di appena un mese.

Dopo essere stati sfrattati dall’appartamento in cui vivevano da tre anni, Kautar e suo marito hanno occupato una casa popolare, ma non è andata bene: sono stati sbattuti fuori dopo solo tre giorni. Kautar e il figlio sono stati mandati al centro di emergenza sociale di via Barzaghi, che ha sede dove c’è la protezione civile.

Leggi anche: Cosa sta succedendo veramente all’interno dei campi rom di Milano

Il marito invece ha passato una settimana a dormire nel mezzanino della stazione centrale prima di poterli raggiungere. Nemmeno il tempo di assestarsi, e l’incendio avvenuto il 19 gennaio ha portato alla chiusura del centro. Tra le fiamme, il marito di Kautar ha perso tutti i suoi documenti.

Da Barzaghi, Kautar e la sua famiglia sono stati trasferiti al CES di via Lombroso – dove per 15 giorni hanno dormito su alcune brande nella sala refettorio – e da lì a quello di via Sacile: “Qui è un po’ meglio,” spiega Kautar, “perché è più nuovo; ma presto diventerà come in Lombroso… Se una persona entra in bagno e lo lascia sporco, poi entra un’altra e fa lo stesso…”

L’igiene, insieme alla mancanza di privacy, è uno dei problemi principali: “C’è gente che per andare in bagno non si porta la carta, si pulisce con stoffe, magliette e poi le getta nel water, che quindi si intasa.” Non a caso i bagni dei maschi sono spesso inagibili, come al momento della nostra intervista.

Poi c’è il problema dei furti. “Il primo stipendio di mio marito,” racconta Kautar, “è sparito immediatamente.”

Anche il cibo, che viene conservato nella cucina comune, è oggetto di troppi ‘passaggi di proprietà’ non autorizzati. “Uno dei primi giorni mio marito ha preso la frutta, l’ha lavata e l’ha lasciata in cucina. Quando è tornato ovviamente non c’era più. Gli ho detto: ‘dove pensi di essere? A casa tua?’ Ormai stiamo attenti a tutto. Già le cose spariscono fuori, figurati qua dentro, dove tutto è a portata di mano.”

Se uno dei due non è in casa, Kautar e il marito non possono nemmeno fare da mangiare, perché la bimba piccola non può essere lasciata sola e le cucine sono lontane.

Secondo Kautar i rom del centro “vogliono comandare” e con loro non si sente a suo agio. L’unica persona con cui aveva legato era una signora senegalese, che però è stata trasferita in un altro centro. “I primi tempi,” racconta, “quando incrociavo gli altri ospiti salutavo sempre – ‘Ciao, Buongiorno’ -, loro però non mi rispondevano, così ho smesso.”

Kautar si sente fortunata ad avere un marito “in gamba e lavoratore” che le dà una mano: “Quando può fa anche da mangiare. Anche se loro (gli altri ospiti) si mettono a ridere, lo prendono in giro, dicono: ‘perché non fai fare a tua moglie’. Sai, sono antichi…”

La priorità e la speranza principale di Kautar e della famiglia è che il marito riesca a trovare a breve un lavoro a tempo pieno. Per ora ha un impiego saltuario che gli frutta solo 200 euro al mese. A settembre, quando la bimba sarà un po’ più grande e il bambino andrà all’asilo, Kautar inizierà un percorso di formazione presso il CAV, il Centro di aiuto alla vita.

Prima di trovare un lavoro stabile però, il marito di Kautar deve risolvere una questione molto importante: riottenere i documenti bruciati nell’incendio. “Non sono ancora pronti,” spiega la ragazza: “L’incendio è avvenuto il 19 gennaio e i documenti sono scaduti il 4 febbraio. Abbiamo dovuto aspettare il certificato di nascita dal Marocco e per ora mio marito ha solo un certificato d’identità rilasciato dal consolato. È quasi un clandestino.”

Il lavoro fisso è indispensabile per affittare una casa. Kautar aveva fatto domanda al comune per le case popolari, ma dopo tre anni hanno cancellato la sua richiesta perché mancava un foglio che – le hanno detto – avrebbe dovuto far arrivare entro cinque giorni dal Marocco, pena la cancellazione della domanda.

Un imprevisto scoperto da Kautar solo il giorno dello sfratto, quando si è precipitata agli uffici preposti per fare richiesta di urgenza: “Mi sono arrabbiata talmente tanto che gli ho detto: ‘Hanno ragione quelli che vanno a occupare le vostre case!’. E infatti mi sono trovata nella situazione di doverlo fare anch’io. Però è andata male”.

Centro di via Novara: famiglia Saleh

Anche la famiglia Saleh si trovava nel centro di Barzaghi al momento dell’incendio. Da lì è stata trasferita al CES di via Lombroso, dove ha abitato fino a qualche giorno fa, quando è approdata alla seconda accoglienza: il CAA di via Novara.

Qui le persone hanno maggior privacy e autonomia. I Saleh dividono il container solo con un’altra famiglia, ma a parte qualche metro in più di spazio i cambiamenti non sono significativi: “Gli scarafaggi nei bagni e i topi un po’ ovunque ci sono anche qui. Per non parlare delle zanzare.”

Shieouda Saleh, 39 anni, è in Italia da 16 anni: “Ho sempre lavorato, sia in Egitto che in Italia. Per nove anni ho asfaltato le strade, per cinque ho lavorato come custode e per un anno sono stato operaio in una fabbrica da cui sono stato licenziato per fare posto alle quote invalidi.”

Sua moglie Mariam ha 30 anni e in Egitto faceva la maestra. Il primo anno ha lavorato in un paesino molto piccolo e povero: quando i suoi alunni arrivavano in classe con le scarpe rotte, lei prendeva ago e filo e le ricuciva personalmente. È arrivata in Italia il 31 gennaio 2011. Hanno due figli: di due e cinque anni.

“La vita in Egitto per i cristiani copti è difficile, come in Libia,” spiega Shieouda. “Mia moglie aveva paura a restare là da sola. C’erano sempre tanti incendi di chiese, scuole, negozi… Era pericoloso.”

Quattro anni fa Shieouda ha fatto richiesta per la casa comunale. Abitava già da due anni in subaffitto in una casa popolare di proprietà di una signora anziana. “Avevamo comprato dei mobili, arredato, comprato un bel frigo nuovo… Pensavamo di essere in regola. Non volevamo essere abusivi per non perdere la graduatoria per la casa popolare.”

Leggi anche: Nel caos delle tutele pubbliche in Lombardia per chi soffre di disabilità acquisite

Invece, stando al loro racconto, dopo sei anni l’ALER si è presentata a chiedere le chiavi. A questo punto gli assistenti sociali hanno detto loro quella che Shieouda definisce “una grande bugia”: che li avrebbero cioè alloggiati in un posto bello, “come un castello, con tanto posto per far giocare i bambini.” E che dopo tre mesi la situazione si sarebbe risolta. “Invece ci hanno mandato in via Barzaghi, dove c’è la protezione civile… Nemmeno i cani ci abiterebbero.”

“Arrivati a Barzaghi,” racconta Shieouda, “sono rimasto a piangere sul letto per un mese. Anche la mia bambina ha detto: ‘Casa fa schifo’. E in Lombroso la situazione non è migliorata.”

Quello di via Lombroso, con il suo cronico problema di mancanza d’acqua calda, è probabilmente il centro in condizioni peggiori. Nei piani dell’amministrazione, infatti, avrebbe dovuto chiudere questo inverno per essere sostituito dal CES di via Sacile. L’incendio in Barzaghi però ha costretto a riconsiderare le strategie.

“In via Lombroso non c’è nemmeno l’asfalto. Quando piove è tutto fango. I bagni sono lontani e i bambini, quando fanno la doccia, rischiano di prendere freddo. Infatti si sono ammalati più volte.”

Come e anche più del CES Sacile, c’è poi il problema dell’igiene. “La bimba usa ancora il vasino, perché cerchiamo di evitare i bagni il più possibile,” spiega Mariam. “Ci sono gli assorbenti nel water e c’è gente – donne adulte, le ho viste con i miei occhi – che fanno la cacca nelle docce.”

Shieouda è un grande accumulatore. Conserva tutto e cataloga tutto. Ha tenuto persino lo scontrino di acquisto del frigo, che dopo lo sfratto non ha più visto. Ci tiene molto a offrire una documentazione che provi ogni tappa del suo racconto, comprese le foto su Facebook del fratello disabile, che lui vorrebbe tanto aiutare senza però averne, al momento, la possibilità.

Mentre parla sfoglia un grosso faldone di documenti che contiene di tutto: verbali, documenti del consolato, la denuncia fatta alla padrona di casa che li ha fatti cacciare. Mostra anche il suo curriculum vitae stampato in decine di copie, che quasi ogni giorno si impegna a distribuire.

Al momento lavora per un’impresa di pulizie, ma prende solo cinque euro l’ora per un totale di 10 ore a settimana: “Dicono tutti che sono troppo vecchio. Ma se a 39 anni sei troppo vecchio per lavorare, perché non fanno partire la pensione dai 40 anni?”

La famiglia Saleh è molto religiosa. Anche per questo disapprovano la collocazione nel centro di via Novara, zona dove circola numerosa prostituzione.

Shieouda è diacono. Il sabato e la domenica la famiglia va in chiesa: Mariam insegna il catechismo e i due bimbi seguono già le lezioni, perché per i cristiani copti l’educazione religiosa comincia molto presto.

La loro chiesa è il Monastero Anba Shenouda a Lacchiarella, in provincia di Milano. “Hai visto come è bella?” dicono mostrando un video su YouTube. “I copti fanno sempre le cose per bene.”

Il Centro di via Lombroso, da fuori

Questo 21 giugno il gruppo Medicina di Strada del Naga ha deciso di far visita con il camper al CES di via Lombroso.

È un’operazione straordinaria per l’associazione, che di norma opera – offrendo una prima consulenza medica e indirizzando i pazienti verso i centri di cura più idonei – solo in contesti abitativi informali e mai negli spazi predisposti dal comune.

Il camper con i volontari – medici, infermieri e personale di accoglienza – è stato sistemato appena fuori da centro ed è stato subito letteralmente assaltato dagli ospiti.

Le visite sono proseguite per alcune ore per un totale di 33 pazienti, per lo più con piccoli disturbi: un bimbo con una congiuntivite batterica, tanti casi di cistite, un’ernia inguinale, un caso di ascite e uno di ipertensione grave.

Nel centro gli ospiti non rom sono circa una ventina, tra marocchini, egiziani, albanesi e anche italiani. La novità degli ultimi mesi, infatti, – i volontari se ne sono accorti subito, appena li hanno visti avvicinarsi al camper – è la presenza di alcuni italiani, sgomberati in flagranza da occupazioni di appartamenti.

Gli italiani, si diceva, di solito non accettano la sistemazione nei centri perché in genere sono in grado di ricorrere a soluzioni alternative, tra cui la più diffusa è farsi ospitare da amici e parenti. Per questo, se si eccettuano i sinti italiani del campo di via Idro, approdati nei CES dopo lo sgombero di questa primavera, la loro presenza rappresenta un caso eccezionale.

Anna ha 36 anni ed è al CES di via Lombroso da un mese e mezzo. Viene dalla Basilicata e abita a Milano da sei anni. A VICE News racconta che ha dovuto lasciare il suo paese perché nel 2010 ha scoperto di avere un tumore al cervello che le ha provocato alcuni scompensi, e sua madre non l’ha più voluta in casa perché – dice Anna – “crede ancora che chi ha una malattia al cervello è pazzo o posseduto.”

Da allora per lei è iniziato un percorso fatto di sistemazioni di fortuna e tappe nella filiera assistenziale. Ha abitato per tre mesi presso le Suore Missionarie della Carità, dove si trovava molto bene. Il dormitorio femminile però prevede un periodo di ospitalità limitato, e Anna si è ritrovata a vivere in una casa occupata in zona San Siro con il suo compagno di origine marocchina, che dopo lo sgombero però non ha accettato la sistemazione del CES.

Leggi anche: Dentro il “palazzo della morte” di Milano

Anna è una donna visibilmente malata. Si muove a fatica, ha difficoltà a esprimersi e nonostante si lamenti della sua situazione ha un temperamento molto mite. Viste le sue condizioni, il compagno le ha consigliato di abitare per un po’ nel centro, ma lei non si trova bene e vorrebbe tornare dalle suore.

Samantha ha 25 anni ed è al CES da tre settimane con il marito egiziano e i tre figli, di 4 anni e mezzo, 2 anni e mezzo e 7 mesi. Ha abitato quattro anni in Egitto con il marito, ma hanno preferito tornare in Italia perché non si sentivano al sicuro. Hanno vissuto in Italia 7 mesi, ospiti di amici, poi hanno sfondato un appartamento e dopo appena un giorno sono stati sgomberati. Hanno deciso di intraprendere il percorso tramite il CES perché “tanto prima o poi toccherà farlo”.

Gli adulti italiani presenti al CES di Lombroso sono quattro sui circa 160 ospiti. A prescindere dalla nazionalità però, parlando con gli inquilini, i problemi maggiori sembrano essere sempre gli stessi: scarsa pulizia, furti, mancanza di privacy.

A domande indiscrete su come è possibile condurre la propria vita sessuale e coniugale all’interno del centro, uomini e donne danno spesso risposte diverse. I primi sostengono di appartarsi, le donne invece confessano che spesso fanno fatica a convincere il marito a trattenersi per il solo fatto che sorelle, padri e figli sono nel letto accanto.

Un problema grave è poi quello della sicurezza. Alcuni ospiti raccontano di aver assistito a risse con coltello e molti lamentano atteggiamenti violenti nei confronti dei propri ragazzi. È successo anche alla famiglia Saleh: raccontano che una volta, al centro di Lombroso, una ragazza ha dato uno schiaffo al loro bimbo più piccolo.

La percezione diffusa per le persone domiciliate in un centro di emergenza sociale è quella di non avere un effettivo controllo sulla propria vita. Si trovano in una situazione di stallo, alla mercé altrui, e trovano molto difficile elaborare progetti per il futuro, imprigionati in una sorta di eterno presente emergenziale.

Il diritto alla casa non è soltanto avere un tetto sulla testa. È la precondizione per tutta una serie di altri diritti fondamentali: alla salute, alla riservatezza, alla sicurezza, all’inviolabilità del domicilio e alla sua libera scelta.

L’adeguatezza dell’abitazione è un’importante misura per la dignità di una persona. E lo sanno molto bene quelle persone per le quali oggi quel diritto è sospeso.

Sorgente: Tutte le cose peggiori che abbiamo visto nei centri di emergenza sociale di Milano | VICE News

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