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Renzi stoppa le voci: referendum a ottobre, ma mancano le firme. Il Pd fatica a raggiungere le 500 mila richieste di Carlo Bertini

lastampa

Sta per uscire dalla porta a vetri che dà sul corridoio dei ministri, Matteo Renzi, quando si ferma di colpo e sfodera un mezzo sorriso. Poco prima delle tredici il premier ha appena finito di parlare sulla Brexit attaccato dai grillini in aula, snocciola uno ad uno i cento impegni di giornata, dal pranzo al Colle fino al summit a Berlino, dunque ha la testa sulla crisi europea: ma forse proprio per questo ci tiene a smentire una voce che va per la maggiore da quando ha suonato il gong la Brexit. E cioè che il referendum italiano sulla Costituzione possa essere rinviato sine die anche per evitare ulteriori fattori di tensione sull’Europa.

Magari proprio durante la sessione di bilancio, in concomitanza con i voti sulla legge di stabilità 2017. «La data non la decidiamo nè io nè voi – dice ai cronisti – ma esiste una legge». Una norma che stabilisce un limite temporale dai 50 ai 70 giorni dopo il via libera della Cassazione alle firme raccolte, il che calcolando i tempi dalla fine di agosto, porta a fissare la data limite entro fine ottobre circa. «Il periodo è quello lì più o meno», conferma Renzi. Che non solo sgombra il campo dall’opzione rinvio al prossimo anno, ma che appare scettico anche sulle spinte alla «spersonalizzazione» di questa prova. Perché anche il dibattito su dimissioni sì dimissioni no in caso di sconfitta per lui non ha senso. Il caso Cameron – spiegano i suoi uomini – dimostra che qualunque cosa dici, un minuto dopo parte una slavina che lì ha coinvolto pure il Labour. E quindi quelle sulla spersonalizzazione sono chiacchiere che alla prova dei fatti si risolvono con dinamiche ovvie.

Lo stop al tormentone non persuade il sospettoso Calderoli, convinto che «Renzi e i suoi sono terrorizzati dai sondaggi, dal tonfo alle amministrative e dal risultato della consultazione britannica e vogliono cercare di evitare di dover onorare la promessa di dimissioni in caso di sconfitta, posticipando il referendum fino alla scadenza naturale del Governo».

Ma la questione delle date investe anche il fronte caldo dell’Italicum: alla Camera non si parla d’altro, di quanto il giudizio della Consulta a ottobre sulla legge elettorale possa influire sul referendum: se prima del voto arrivasse un giudizio magari negativo su alcuni punti ciò potrebbe offrire il destro al premier per prefigurare un cambio della legge elettorale, con un segnale ben accolto da tutti gli oppositori alla riforma.

E a proposito di date c’è pure la scadenza del 15 luglio per la raccolta delle firme: da quanto filtra, viene vissuta con ansia dai colonnelli renziani, impegnati a centrare il bersaglio delle 500 mila firme per il sì. Tanto che il giorno dopo la Brexit a tutti i deputati è stato inviato un sms per andare a promuovere le firme nei territori. I dissidenti bersaniani fanno sapere che il risultato è ancora lungi dall’esser raggiunto e citano alcuni esempi.

L’Emilia Romagna si era data un obiettivo di 45 mila firme e se va bene ne farà la metà, ha confidato a un collega il giovane Enzo Lattuca. «Venezia ne ha prese fin qui mille su sei mila iscritti», sostiene Davide Zoggia, «Modena tre mila su trentamila…».

Sorgente: facebook M.S.

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