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I dieci punti deboli dell’Italia che arranca – corriere.it

Il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti

corriere.it – I dieci punti deboli dell’Italia che arranca. Quali sono i motivi per cui non miglioriamo nella classifica dei Paesi dove è facile fare impresa. Lo studio di Confartigianato  – di Sergio Rizzo

«Impressive». Proprio così il Fondo monetario internazionale ha definito l’elenco delle riforme messe in cantiere da Matteo Renzi: «impressionante». Nessun altro governo italiano in tempi recenti è stato destinatario di una tale apertura di credito da parte di Washington.

Fare impresa in Italia, la sfida impossibile

Anche se per ora è tutto molto limitato, appunto, alle impressioni. Per esempio, al pari della lista delle riforme è impressionante quella delle palle al piede che la nostra economia ha ancora rispetto al resto dell’Unione Europea.

Con o senza la Gran Bretagna. Entrando a Palazzo Chigi all’inizio del 2014 Renzi aveva promesso una scalata vertiginosa alla classifica dei Paesi dove è più facile fare impresa, che collocava l’Italia in un’avvilente casella numero 65: il proposito era di guadagnare 50 posizioni entro il 2018. Per ora l’Italia ne ha recuperate 20.

La classifica «Doing business»

Nella graduatoria di Doing business siamo saliti a 45. Ancora lontanissimi da Spagna (33), Francia (27) e Germania (15). Per non parlare della Gran Bretagna (sesta assoluta) che ci straccia letteralmente, rifilandoci un distacco di 39 posizioni.

Recuperare ancora sarà possibile solo liberandosi di alcune di quelle zavorre. La più gravosa delle quali, secondo la Banca Mondiale, è il livello di tassazione delle imprese: per questa voce l’Italia ha risalito appena una posizione, passando dalla 138 alla 137. Che su un totale di 189 Paesi non può essere definita una performance entusiasmante.

Nella relazione che verrà presentata all’assemblea della Confartigianato di domani, l’ufficio studi argomenta che la pressione complessiva sulle imprese di minore dimensione supera di 16,7 punti la media dell’Ue.

Toccherebbe infatti il 64,8% del risultato operativo lordo contro il 48,1% europeo. E non è che una delle dieci palle al piede che Confartigianato indica come il freno più consistente alla crescita.

C’è il cosiddetto divario digitale, per cui gli utenti che dialogano online con la pubblica amministrazione sono ancora il 20,3% a fronte del 36,2 medio continentale. La lunghezza dei procedimenti civili, con 1.120 giorni per risolvere una disputa commerciale, ovvero oltre il doppio dei 543 medi europei. I tempi di pagamento della pubblica amministrazione, 131 giorni a fronte di 51: un ritardo che si riflette anche sui pagamenti fra le stesse imprese, per cui servono 80 giorni anziché 39.

Quindi il costo dell’energia elettrica, più alto del 29,8%. L’inadeguatezza delle infrastrutture, indicata come un serio problema dall’82% degli imprenditori italiani, contro il 46% degli europei.

La corruzione, ritenuta un pericolo mortale dal 60% degli intervistati in uno speciale sondaggio: 20 punti in più del valore europeo.

E poi la burocrazia, considerata un peso insormontabile dall’86% degli operatori economici, con la magra consolazione che ci sono più scontenti in Grecia (95) e addirittura in Francia (89).

 L’analisi di Confartigianato

«La battaglia per semplificare gli adempimenti amministrativi — ironizza il presidente della Confartigianato Giorgio Merletti — non si vince insistendo a fare norme di semplificazione che poi rimangono sulla carta. Bisogna semplicemente semplificare la semplificazione. Attuare leggi che esistono già, eliminare quelle inutili, superare la frammentazione di competenze e fidarsi un po’ di più dei pericolosi imprenditori».

Sembra facile. All’atto pratico, però, scopriamo che una legge come quella sui fabbisogni standard degli enti locali, che avrebbe dovuto rendere più equa la distribuzione delle risorse (già magre) fra i Comuni rendendoli anche più efficienti è stata approvata sette anni fa senza essere stata applicata.

E questo nonostante la questione dei servizi pubblici sia una di quelle pesanti palle al piede del Paese. Basta dire che la loro qualità soddisfa in Italia appena il 39% di cittadini, 22 in meno rispetto alla media continentale (61%). Le ragioni? Innanzitutto le tariffe continuamente in crescita: nei cinque anni conclusi ad aprile 2016 l’aumento dei prezzi italiani è stato del 17,5%, 13 punti più dell’inflazione, e nonostante un calo del 5,5% del potere d’acquisto delle famiglie.

Il rapporto della Confartigianato segnala che per i soli servizi non energetici (acqua, rifiuti e trasporti) si è registrato un rincaro del 22%, quasi doppio rispetto all’aumento registrato nell’eurozona.

Il record è per le tariffe dei servizi idrici, salite del 34,8%, 21,3 punti più dell’area della moneta unica. Il fatto è che a dinamiche così sostenute dei prezzi, peraltro in stretta relazione con il fatto che quei servizi sono erogati da imprese per il 95% pubbliche e non particolarmente efficienti, corrispondono spesso prestazioni assai scadenti.

Prova ne sia il fatto che fra le 83 città europee esaminate in una indagine della Commissione europea dedicata alla qualità della vita connessa ai servizi pubblici locali, le ultime tre posizioni sono occupate da Palermo, Roma e Napoli.

Con la seconda che ha un poco invidiabile primato nella percezione degli intervistati. Quello di capitale più sporca del continente.

Sorgente: Corriere della Sera – I dieci punti deboli dell’Italia che arranca

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