Eleonora Forenza | Renxit alla napoletana

29 Giugno 2016 0 Di luna_rossa

Antonio Perillo Francesco Piobbichi –

“Napulitano terrone e ignorante, magnate ‘o sapone, lavate cu l’idrante”, con questa canzone in testa, “Napoli” dei 99 posse, in questi decenni ci siamo cresciuti. Cantavamo questo testo fra noi pensando che un giorno sarebbe arrivato il momento del

del riscatto. Oggi, leggendo i giornali, vedendo come i poteri forti si sono spaventati dell’esito delle elezioni di Napoli, come hanno provato goffamente a ignorare un risultato straordinario, ci piace pensare che quel momento è finalmente arrivato. Ci piace pensare che i terroni ignoranti hanno dato una lezione di dignità al resto d’Italia. “Renzi, ti devi cacare sotto!”, probabilmente a de Magistris per vincere le elezioni è bastata questa frase improvvisata in un comizio. Un’espressione che è stata tanto criticata quanto poco compresa. I napoletani hanno capito che un sindaco libero era sotto attacco di poteri forti politici ed economici esterni della città e interessati a riprenderne il controllo. E che quindi era necessario reagire. E hanno risposto alla loro maniera, con una grande pernacchia elettorale.
Contro tutti i buoni consigli della politica nazionale, dei giornali, degli intellettuali organici ai poteri che parlavano di fallimento totale, i napoletani hanno riconfermato l’anomalia de Magistris. Quella che doveva essere per alcuni una parentesi da dimenticare, addebitandola con un filo di razzismo al carattere un po’ eccentrico del sindaco e della città, si è trasformata in un caso politico nazionale. Napoli infatti può diventare la capitale del Sud Ribelle. E intendiamo Sud d’Italia, d’Europa e anche del mondo. Una città che sfida il nord liberista e disciplinato, i suoi processi di centralizzazione e di svuotamento della democrazia, la messa a produzione e lo sfruttamento sistematico delle persone e di ogni angolo del territorio per i meccanismi di profitto. L’unica grande città d’Italia che ributta a mare i vincoli di bilancio e i patti di stabilità imposti dall’Europa e dai suoi servi al governo di Roma e che applica la volontà del referendum votato dal popolo, rendendo completamente pubblica la gestione dell’acqua. Non è stato semplice costruire questo laboratorio, questo intreccio tra un sindaco coraggioso come de Magistris ed i processi di riappropriazione democratica dentro la crisi e degli spazi restituiti al sociale. E il processo è ancora tutto e completamente in divenire. In questi mesi a Napoli l’antimafia sociale si è praticata ogni giorno, i suoi eroi sono i comitati che organizzano attività nei quartieri o i militanti dei centri sociali che fanno il controllo popolare nei seggi durante le elezioni. Un processo di ripoliticizzazione in controtendenza rispetto allo scenario nazionale. E i napoletani fanno tutto questo nonostante i menestrelli che vendono il pacchetto mediatico della città criminale nello scenario devastato della globalizzazione. Qui il NOI collettivo sta assumendo nuovi significati, ridisegna un popolo.
Il laboratorio Napoli – queste due parole sembrano un sogno se pensiamo a come il sistema di potere attorno al PD aveva ridotto la città – si impone quindi con forza e immediatezza e, a partire dal Sud, parla a tutto il Paese. Interpreta quel riscatto meridionale, diremmo anche mediterraneo, che rende del tutto coerente l’impegno del Comune per l’accoglienza dei migranti e per la solidarietà internazionale, pensiamo alla cittadinanza onoraria assegnata ad Abu Mazen e poi a Ocalan. E a differenza di quanto accade alla Sinistra in altre città, questo senso di riscatto mette in sintonia l’esperienza di governo non solo con il centro borghese e i quartieri benestanti, ma anche con le sue periferie, indicate in campagna elettorale come punto principale dell’impegno per il secondo mandato. La seconda vittoria di de Magistris infatti segna un’avanzata elettorale anche nelle zone periferiche. Avanzata ben più significativa di qualche consenso perso invece fra chi ha potuto permettersi il lusso di storcere il naso per qualche tono sopra le righe usato dal sindaco. E proprio nella periferia ovest, fino ad oggi bastione storico e indiscusso del Pd, nel cuore dello scontro più mediatico fra Comune e governo nazionale sul tema del commissariamento di Bagnoli, segniamo una vittoria simbolica fenomenale: si strappa al Pd la municipalità di Bagnoli-Fuorigrotta, ora guidata da un giovane compagno, ricercatore precario e fra i protagonisti delle mobilitazioni degli ultimi anni. Questa esperienza però ci dice anche dell’altro: oggi il processo di resistenza all’austerità e al neoliberismo prende forma concreta nel territorio, nel “comune”, perché questo è il luogo più vicino alle persone e dove più forti e immediate sulla loro pelle nascono la contraddizioni. E’ nella capacità di ridisegnare il tema della rottura che si vince oggi, non in quello del compromesso, sempre al ribasso, o della gestione dell’esistente. In queste ore, da militanti di Rifondazione Comunista, ci chiediamo quale sia il nostro compito dopo questo dato elettorale così importante.
Pensiamo che non si possa guardare a Napoli come una semplice “anomalia locale”, ma che invece occorra posizionare la discussione su un livello più alto, che tenga conto di cosa sia stato in questi ultimi anni il processo di ristrutturazione neoliberista sviluppato nella crisi e che effetti devastanti abbia avuto sul terreno della rappresentanza. Se infatti lo Stato centrale oggi è quello che taglia risorse ed abbandona i comuni al loro destino, facendoli diventare dei “gabellieri” e dei curatori fallimentari al lavoro per l’alta finanza, noi dobbiamo avere la forza di immaginare la rottura creando una risposta reale, praticabile. Pensiamo di non arrivare impreparati a tutto questo, anzi. L’esperienza e la riflessione che abbiamo fatto in questi anni sul “comune sociale” inteso come forma dialettica tra pratiche sociali di tipo neo mutualistico e l’istituzione locale è un tema che dobbiamo agire nel laboratorio napoletano. Pensiamo che lavorare nella solidarietà e nel mutualismo e in prospettiva nell’autorganizzazione sociale e tradurre questo in atti amministrativi che consolidino queste esperienze sia la traccia di lavoro con la quale aprire una discussione con tutti i soggetti sociali in campo. L’esperienza napoletana ci obbliga quindi a pensare al tema della confederazione tra pratiche sociali come elemento ineludibile ovunque nel Paese. Ci dà inoltre la possibilità di misurarci su questo con le realtà sindacali conflittuali che hanno capito e saputo attraversare anche lo spazio della rappresentanza. Riteniamo che si debba lavorare in questa direzione, pensando che un domani questa esperienza contagi il resto del paese e diventi modello replicabile. Quello che ci serve oggi è aprire un dibattito che faccia parlare e renda protagoniste le pratiche sociali, che ridisegni un popolo ed una visione comune, che partendo dai territori del sud ribelle rimetta al centro il tema del rapporto diretto con il nostro blocco sociale nella crisi. Napoli però ci dice anche che è arrivato il tempo di abbandonare definitivamente il mito e la retorica dell’unità della sinistra, dei vecchi rituali sclerotizzati, dei convegni romani post elezioni tra gli apparati, come quello del 2 luglio. Convegno dove tra l’altro l’assenza di de Magistris e dell’esperienza napoletana è incredibile e pesa come un macigno. Proprio sul terreno delle amministrative, poi, il progetto di Sinistra Italiana, cioè l’idea di unire la Sinistra sulla costruzione di un partito tradizionale guidato dall’alto da un gruppo parlamentare e da dirigenti di lunghissimo corso, ha mostrato tutta la sua inconsistenza. Non è questa la strada che dobbiamo percorrere.
Nel laboratorio napoletano la Sinistra cittadina ha provato a mettersi a disposizione del processo, non incentrando il dibattito sulla necessità della propria unità e della propria sopravvivenza. Scontrandosi con i suoi limiti e con i suoi errori del passato anche recente ha costruito una lista elettorale che si ispira all’esperienza di Barcelona en Comu, ovvero Napoli in Comune, e proponendosi di sperimentare davvero l’innovazione delle proprie pratiche e dei suoi meccanismi di funzionamento. Ma anche a Napoli la Sinistra non è certo ancora quella di Barcellona: occorre proseguire, radicalizzare e allargare questo processo, non accontentarsi di essere presenti nelle istituzioni. L’esperienza di Napoli ci dà un terreno concreto di costruzione del “Partito sociale” di cui ragioniamo ormai da anni e quindi anche l’opportunità di cambiare noi stessi. Il nostro non è quindi un semplice appello ad aprire immediatamente questa discussione nel partito e fuori di esso rispetto a Napoli, ma è l’idea di lanciare un percorso comune di confronto per innovare e cambiare radicalmente le forme della politica per come le conosciamo. Oggi c’è bisogno di questo, far capire che le elezioni sono solo un passaggio, soltanto una delle tante cose in cui da militanti dobbiamo impegnarci, mentre la rappresentanza sociale vera si costruisce giorno per giorno. Napoli ci dice che questa strada è percorribile, lavoriamo per estenderla e qualificarla.

Sorgente: Eleonora Forenza | Renxit alla napoletana

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