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Brexit, chi ha paura di un referendum? Ecco gli scenari – Senza Soste

senzasoste.it – Brexit, chi ha paura di un referendum? Ecco gli scenari. Il referendum sullo status della Gran Bretagna nell’unione europea si è concluso. La vittoria della Brexit è ufficiale.

Ma non tutti gli scenari sono come gli attori avrebbero voluto: i capitali finanziari e le borse volevano più libertà dai controlli UE ma non l’uscita,

Cameron invece voleva una vittoria del Remain ma allo stesso tempo un referendum che mostrasse come anche lui era distante dall’UE, per tenere a distanza Farage che invece non è mai stato forte come ora.

Per quanto ci riguarda, non si tratta di niente di sorprendente. Piuttosto bisognerà saperne rappresentare gli effetti reali, a parte le tempeste valutarie, senza esagerare o minimizzare.

La rinegoziazione, e la relativa tempistica, degli oltre cento patti bilaterali tra Ue e Gran Bretagna sarà il terreno reale sul quale si misurerà l’effetto del referendum.

Il posizionamento della borsa di Londra, visto che il Pil inglese per metà è composto di servizi finanziari e asset di borsa, sarà decisivo per capire cosa sarà la Gran Bretagna, e con lei la Ue, nei prossimi anni. Di qui capiremo se la Gran Bretagna rimarrà inevitabilmente europea o si farà più asiatica.

Prima questione: i capitali asiatici e la forza della GB

Facciamo un esempio noto a chi si occupa di questi temi: la Gran Bretagna è il primo paese attrattore per gli investimenti cinesi in Europa, la prima piazza extra asiatica, quindi Usa compresi, per la trattazione dello yuan e Londra è stata la prima capitale, tra i centri decisionali del continente ad aderire alla Asian Infrastructure Investment Bank.

Se questi capitali asiatici premono verso l’Ue, usando Londra come piattaforma, sarà difficile, per l’Europa continentale, tenere la faccia dura mostrata, in queste ultime settimane, da Schauble e Juncker.

Allo stesso tempo gli accordi sull’unificazione tra borsa di Londra e Francoforte, che vedrebbero quest’ultima come specializzata nei servizi di clearing (la compensazione delle transazioni tra soggetti finanziari) su traffici generati a Londra, saranno un importante termometro della situzione.

Anche perché la Capital Market Union, l’unione europea dei capitali per gli investimenti in infrastrutture e innovazione, progettata dall’Ue senza, o peggio con l’interdizione, di Londra non arriva a fare i primi passi.

Nell’immediato sarà il momento delle oscillazioni, tra tempeste valutarie e dichiarazioni di rassicurazione e conforto, ma questo fa parte della dinamica delle novità.

“In borsa si vota tutti i giorni”: elezioni, sondaggi e speculazione

Un punto però importante da rimarcare è che i referendum vengono bancati e prezzati dalle borse. Fino ad avere effetti globali. La vera postdemocrazia, nonostante il libro di Crouch che porta quel titolo sia davvero buono, è questa. Quella in cui sul voto l’esplicita pressione da parte della finanza e gli effetti sui mercati valutari fanno sentire il loro peso.

Non tanto negli effetti sull’elezione in sé, buona parte dell’establishment della borsa londinese se si è espresso lo ha fatto a favore del Remain e ha perso, ma in quelli sul posizionamento globale del paese che vota.

Per non parlare della moneta: il ribasso della sterlina, causato dalle oscillazioni di mercato, imporrà un intervento alla banca di Inghilterra che poi arriverà all’economia reale. C’è anche da dire che, a differenza dei luoghi comuni che spiegano le crisi, come quella sulla Brexit, con il classico “i mercati non amano le incertezze”, che il mondo reale è un po’ diverso. In un mondo di tassi bassi, e quindi margini di profitto sui bond ridotti all’osso, le incertezze, le crisi drammatizzate con le conseguenti oscillazioni dei valori di borsa sono una manna dal cielo, una vera occasione di strappare dei profitti veri.

Certo qualcuno ci guadagna, qualcuno resta in mutande ma è la borsa non l’esercito della salvezza. E nei giorni scorsi, e nei prossimi che verranno, di movimenti speculativi attorno alla sterlina, e agli asset di marca britannica, ne vedremo. Intanto alcuni sondaggi sono stati occasione, infatti, per comprare da subito a basso prezzo asset destinati a rivalutarsi.

Altri, come qualche fuga di notizie sul Bremain, sono stati l’occasione per vendere, e al rialzo, prima del prevedibile crollo azionario di alcuni titoli al momento della Brexit. Come è noto il più importante quotidiano di fantascienza italiano, Repubblica, ha abboccato sia agli uni che agli altri sondaggi prendendoli per veri e non cogliendo il contesto di borsa in cui venivano rilanciati.

Ma il legame tra elezioni, sondaggi e speculazione è molto forte e rappresenta una parte sostanziale delle postdemocrazie contemporanee. Quella in cui la democrazia è ridotta ad essere un momento della necessaria creazione di volatilità per la speculazione finanziaria.

Un rapporto tra democrazia e creazione di valore che non va affatto sottovalutato e che non è episodico ma, invece, fa parte della catena di creazione di valore dell’industria finanziaria.

Cameron, Farage e borsa: vincitori e vinti

Quanto al voto in sé è evidente che l’apprendista stregone Cameron si trova con i demoni, che aveva evocato, che sono fuggiti dal suo comando.

Una autonomia più marcata dall’Europa era stata chiesta non solo dalla finanza, per sottrarre Londra dalle velleità di controllo Ue, ma anche dallo stesso partito conservatore. Per tenere a distanza la Ukip di Farage.

Il risultato è che Farage, dopo la sconfitta alle politiche del 2015, non è mai stato cosi’ vincente come oggi.

E che la stessa piazza finanziaria di Londra è insoddisfatta. Voleva autonoma dall’Ue, poi ribatezzata con un referendum pro Ue dopo la trattativa sullo status speciale della Gran Bretagna, non questo casino. Già perché la piazza finanziaria londinese non può entrare in grossa contraddizione col Lussemburgo.

Ovvero con il paese che, dall’entrata in vigore dell’Ue, più di tutti è cresciuto in servizi finanziari (e specializzazione in evasione fiscale e prodotti finanziari offshore). E, guarda te il caso, esprime il commissario della Ue, Juncker, euroburocrate di lungo corso. Anche questi sono temi seri e, non ci sarà da stupirsi, Juncker smetterà di fare la faccia dura con l’Inghilterra al momento giusto.

Lo ha fatto con un Renzi qualsiasi figuriamoci con un paese e una borsa strategici per il pianeta. Insomma, senza spaventarsi, gli effetti della Brexit non vanno nè minimizzati nè ingranditi. Ce n’è abbastanza come si vede, per chi vuol capire come cambia il mondo, sul terreno reale.

Le autoreti del Bremain, dei laburisti e di Schauble

Sulla sostanza del voto, il fronte Bremain di autoreti ne ha viste tante. Il partito laburista, ad esempio, marcia di sconfitta in sconfitta. Il simbolo è proprio Corbyn che nel 1975 si schierò, nel referendum precedente sull’Ue, contro l’unione e fu travolto.

Oggi si è schierato per l’Unione, contro la Brexit, e ha subito una sconfitta storica. Tra l’altro il programma di stato sociale per il quale è stato eletto sarebbe improponibile in Ue, forse c’è qualche confusione seria nella sinistra istituzionale britannica (mentre alcuni sindacati di base hanno votato Leave).

Forse l’autorete più grossa l’ha fatta però Schauble che è arrivato, con il consueto stile da dottor Stranamore, a minacciare conseguenze in caso di Brexit. In un referendum dove la componente dell’orgoglio nazionale britannico ha il suo peso, l’immagine della Germania che minaccia l’Inghilterra se si scommette sul Bremain non è una trovata da spin-doctor geniali.

Impoveriti e anziani hanno votato Brexit. Sotto effetto Trump

Sul voto in sé ha pesato l’Inghilterra profonda. Londra, la zona di Liverpool, Bristol e la Scozia, le zone che si ritengono più collegate o collegabili col continente, hanno pesato a favore del Remain. Il resto, tra cui molte zone dove la crisi del 2008 ha fatto sentire sul serio i suoi effetti ha prodotto un plebiscisto a favore della Brexit.

Nella mappatura fatta dal Guardian si nota come a favore del Remain abbiano votato i soggetti delle zone a più alta educazione e maggior reddito. Mentre a favore della Brexit avrebbero votato gli elettori più anziani e quelli con peggiore qualifica professionale. Lasciare mezza Inghilterra a piedi, socialmente ed economicamente parlando, è stato fatale per i conservatori, il laburisti e l’Ue.

E, guarda caso, si tratta del tipo di elettorato che in Usa si è avvicinato a Trump. Non ci vuole molto a capire che la miseria, senza soluzioni di sinistra, produce effetti nazionalistici. Ci arriverebbero, opportunamente lasciati liberi di esprimersi, anche Orfini, Giachetti e persino lo stesso Renzi.

Il pollaio italiano

Finiamo quindi con il pollaio di casa nostra. Lasciamo un attimo da parte Salvini, le possibili dichiarazioni di Renzi, quelle di Padoan, la fretta di Grillo (si parla a voti scrutinati, ora il M5S rischia di doversi rimangiare delle dichiarazioni facendo la parte del soggetto ondivago). Concentriamoci su uno degli artefici del disastro italiano per un quindicennio: Romano Prodi.

Non contento di aver accompagnato la più spettacolare regressione del Pil dall’Italia unitaria ad oggi, come politico e come comissario Ue, non pago di aver varato una finanziaria utile per la contrazione economica alla vigilia di Lehman Brothers (che era ormai percepita come prossima), l’indimenticabile “professore” si è rifatto vivo. Dicendo che auspicava che la Gran Bretagna non solo rimanesse nell’Ue ma anche che entrasse nell’eurozona.

Famoso per non azzeccarne una (disse che la crisi di borsa che si annunciava per l’Italia sarebbe stata compensata dalla crescita della Cina, infatti è accaduto il contrario) anche stavolta è stato smentito negli auspici, e in tempo reale, dal voto britannico.

Ecco, di una cosa non abbiamo bisogno per i prossimi anni: che gli artefici di politiche demenziali, che ancora oggi vanno a dire in giro “io si che ho privatizzato davvero”, che hanno affossato il paese dopo la caduta del muro, restino politicamente a galla. Il resto è una pagina da scrivere con pericoli e opportunità. La storia, la politica e l’incertezza sono gemelle.

E se è vero che la politica usa categorie di origine teologica il suo campo di applicazione è differente.

Tanto da far si che se non mette sotto la finanza, non ci sarà retorica del politico che tiene, programma politico credibile, democrazia in grado di essere davvero chiamata tale.

Per questo il referendum britannico non deve far paura. Deve far riflettere. Ma forse per qualcuno questa è la paura più grande.

p.s.

va fatta una utile nota, visto che in queste ore prevalgono approssimazione, paura e disinformazione. Abbiamo scritto ” La rinegoziazione, e la relativa tempistica, degli oltre cento patti bilaterali tra Ue e Gran Bretagna sarà il terreno reale sul quale si misurerà l’effetto del referendum”.

Già abbastanza chiaro per capirsi sul fatto che non è che sta stamani la Gran Bretagna ha messo i ponti levatoi e buttato a mare gli indesiderati. Giova ricordare, viste diverse reazioni isteriche e improvvisate, che il voto è solo consultivo.

Apre negoziazioni non altro. Perché diventi davvero efficace occorre infatti che il governo britannico chieda ufficialmente di uscire e che faccia scattare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Per questo Cameron si è dimesso stamani ma annunciando che fino a ottobre non si dimette.

Per governare il processo nel partito conservatore e in parlamento. In parlamento, sulla carta poi va visto l’effetto Brexit nel voto, quasi i tre quarti dei membri sono contro l’avvalersi dell’articolo 50.

Se questo rifiuto si formalizzasse in parlamento dovrebbe esserci un secondo referendum stavolta vincolante.E’ una fase molto delicata, per la politica britannica e per l’Europa, che pero’ va presa per come e’.

redazione, 24 giugno 2016

Sorgente: Brexit, chi ha paura di un referendum? Ecco gli scenari – Senza Soste

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