Ecco chi sono gli jihadisti d’Europa – Repubblica.it

16 Aprile 2016 Off Di macwalt

repubblica.it/ – Ecco chi sono gli jihadisti d’Europa. Provengono soprattutto da quattro paesi: Francia, Belgio, Germania, Gran Bretagna. Il 30 per cento è rientrato a casa, il 20 è morto sui campi di battaglia, cinque su cento sono minorenni, 17 su cento sono donne.

Ma solo pochissimi si arruolano tra le fila dello Stato islamico per motivi religiosi. Lo fanno per soldi e per trovare un’identità e un ruolo che hanno smarrito. La conversione arriva dopo, una volta addestrati e rispediti in patria per colpire gli occidentali “infedeli”.

Siamo entrati in possesso del primo rapporto europeo su un fenomeno che conosciamo poco e male. di DAVID CHIERCHINI e DANIELE MASTROGIACOMO. Infografiche e elaborazione dati di PAOLA CIPRIANI

L’identikit dei foreign fighters

Quattro mila pronti a immolarsi

L’AJA – In un solo anno, dal settembre 2014 al settembre 2015, sono diventati 30 mila. Praticamente il doppio di quanti si contavano fino a quel momento tra le fila del Califfato di Abu Bakr al Bagdadi. Provengono da 104 paesi. Di questi, circa 4 mila arrivano dall’Europa. Il numero esatto varia. Dipende da dati contenuti negli archivi elettronici delle diverse sezioni dell’Europol. Ma una stima più che attendibile varia tra 3.922 e 4.294.

La maggioranza, 2.838, è fornita da quattro paesi: Francia, Germania, Gran Bretagna e Belgio che fornisce il numero più alto rispetto alla sua popolazione. Il 30 per cento, stando alle verifiche incrociate su più dati, sarebbe rientrato nei loro paesi d’origine; 14 su cento sarebbero morti sui campi di battaglia. Sul totale dei combattenti ben il 17 per cento sono donne, un cinque per cento minorenne.

Ma l’elemento che forse sorprende di più e che conferma una costante già registrata dagli investigatori europei sono le motivazioni alla base dell’arruolamento tra le fila dello Stato islamico: l’85 per cento lo fa per ragioni economiche e solo tra il 6 e il 23 per cento di chi parte verso la Siria e il nord dell’Iraq è mosso da una spinta religiosa.

La mappa. Per la prima volta l’Europa traccia una mappa accurata sui foreign fighters. Lo fa attraverso una ricerca durata tre anni ed elaborata in un dossier di oltre 150 pagine dall’International Centre for Counter– Terrorism de L’Aja.

L’Olanda vuole così segnare, su un tema assasi sensibile soprattutto dopo Parigi e Bruxelles, il turno di presidenza della Eu che svolge nei primi sei mesi di quest’anno. Le prime notizie sul fenomeno dei foreign fighters risalgono all’estate del 2012, quando gruppi di combattenti con passaporto europeo si sono raccolti sotto la bandiera nera dello Stato Islamico per unirsi alla rivolta armata contro il regime di Bashar al Assad in Siria.

Da allora, le fila di questo esercito internazionale verso i campi di battaglia del Medio Oriente sono cresciute in modo significativo. Il fenomeno risulta meno presente in Europa orientale, con nessun paese della regione che conti più di 50 casi.

Infografica L’identikit dei foreign fighters

La mappa interattiva

Reazioni pericolose. “I foreign fighters sono il più grave problema securitario che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi dieci anni”, sostiene Dick Schoof, coordinatore nazionale dell’anti terrorismo olandese. Diverse agenzie di sicurezza hanno da tempo messo in guardia le istituzioni sulla potenziale minaccia dei foreign fighters e dei fenomeni terroristici ad essi collegati, in primo luogo sulla coesione sociale dei paesi dell’Unione. Attentati perpetrati da cittadini europei su suolo europeo sono inevitabilmente destinati ad alimentare un circolo vizioso di radicalizzazione e risposte violente spontanee. Particolarmente insidiosa è poi la sovrapposizione nella percezione pubblica del fenomeno migratorio e di quello dei nuovi jihadisti, che spesso utilizzano proprio le rotte dei migranti per tornare in Europa.

L’Europol in questo contesto ha sottolineato la crescente potenzialità di attrazione che stanno avendo gruppi di estrema destra come i Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente (Pegida) in Germania, le cui ‘marce’ raccolgono ogni settimana decine di migliaia di persone a Dresda.

Giovane, maschio, con precedenti penali   –  di DAVID CHIERCHINI

L’AJA – Pur non essendoci un profilo preciso del foreign fighter europeo si possono riscontrare alcuni aspetti ricorrenti. Secondo il rapporto dell’ICCT, la maggior parte sono giovani maschi tra i 18 e i 30 anni, anche se il numero di donne ha visto una forte crescita nell’ultimo anno, arrivando a contare il 17 % dei casi. Molti provengono dalle aree metropolitane e dai sobborghi periferici delle grandi città europee, spesso dalla stessa zona come nel caso di Moleenbek in Belgio, a dimostrazione del fatto che i foreign fighters utilizzino network già esistenti o che gruppi di individui si radicalizzino insieme e decidano di partire.

Numero di combattenti stranieri in Siria e Iraq per paese di origine


Ragazzi di periferia. “Il fenomeno dei foreign fighters non è nuovo e si inscrive nella recente evoluzione del terrorismo internazionale”, sostiene Brian Donald, funzionario dell’ Europol, “tuttavia presenta caratteristiche peculiari”.  I nuovi combattenti, a differenza dei jihadisti in Afghanistan degli anni ‘80 e dei loro più recenti predecessori di al Qaeda, non sembrano spinti da una precisa ideologia politico-religiosa volta alla distruzioni dei regimi infedeli o dei valori occidentali. La religione, per quanto usata come polo di attrazione in una prima fase, non è il principale fattore della radicalizzazione.

Questa nuova generazione presenta un’età media decisamente bassa, è meno educata ai precetti religiosi e la sua azione si colloca in un contesto più simile a quello della delinquenza giovanile e delle gang di strada. La stragrande maggioranza ha precedenti penali per reati di piccola criminalità: furti, qualche rapinam, spaccio di sostenze stupefacenti. Solo raramente si registrano sparatoria con armi pesanti. Sono per lo più ragazzi che vivono alla periferia di una big society europea razzista e islamofoba, senza un futuro e alla disperata ricerca di una causa da adottare.

Questi giovani alienati diventano suscettibili alle interpretazioni di un islam radicale che rifiuta il concetto di cultura, di un islam della regola che gli permette di ricostruirsi da sé. Nelle parole del politologo francese Oliver Roy, non si tratta di una “radicalizzazione dell’islam ma piuttosto di un’islamizzazione del radicalismo”. Il linguaggio diretto e semplice dello Stato Islamico permette ai suoi seguaci l’individuazione precisa di un colpevole designato e una giustificazione a combattere ciò che più odiano, la mancata integrazione, la reale o percepita marginalizzazione da una società che li ha rigettati.

In questo senso il desiderio di andare a combattere in Siria e in Iraq più che rispondere a un obbligo religioso sembra una risposta emotiva a un senso di ingiustizia percepito nel proprio paese. Per molti, unirsi allo Stato Islamico offre una nuova, eccitante prospettiva di avventura, un’opportunità di rifarsi una vita e di guadagnarsi lo status di eroe.

Il numero dei foreign fighters nel mondo

Rinuncia alla discriminazione. “Nell’assenza di un profilo definito e del fallimento di politiche basate su un approccio esclusivamente securitario, il problema dei foreign fighters riguarda la società tutta”, sottolinea Sofia Zavagli, una delle autrici del rapporto. “E come tale richiede azioni preventive di tipo comprensivo e multidisciplinare, così come efficaci politiche d’integrazione che comprendano un lavoro capillare degli enti locali e la diffusione di messaggi concilianti che non intacchino il tessuto sociale. La rinuncia totale alla discriminazione in questa fase è forse più importante della distruzione fisica dello Stato Islamico”.

Il numero dei foreign fighters in costante aumento

FONTE:  ICCTSoufan Group
Elaborazione dati a cura di Paola Cipriani – Visual Desk – Repubblica.it

Sorgente: Ecco chi sono gli jihadisti d’Europa – Repubblica.it

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