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Il razzismo italiano e i fantasmi del deserto, ovvero: 20 sfondoni di Maurizio Molinari (e una nota su Dacia Maraini)

Non possiamo cadere dalle nuvole parlando de La Stampa, giornale del potere FIAT non a caso soprannominato «La Busiarda».

Non possiamo cadere dalle nuvole parlando di un quotidiano che annoveratra le sue firme di punta – per fare un solo esempio –
uno del calibro di Massimo Numa, già condannato per diffamazione, più volte apparso in resoconti di vicende poco chiare e sempre coperto dal direttore uscente Mario Calabresi, il quale si è rifiutato di fornire chiarimenti. Lo stesso Calabresi che in questi giorni si sta insediando a Repubblica.

Non possiamo cadere dalle nuvole, e nemmeno isolare La Stampa dall’andazzo generale dei giornali e di tutti i media mainstream italiani. Lo squallore e il servilismo sono dappertutto.
Tuttavia, è importante segnalare passaggi di fase, salti di qualità, ulteriori salti in basso e spostamenti a destra.

Il nuovo direttore de La Stampa è Maurizio Molinari, grandissimo frequentatore di studi televisivi, dove è sempre introdotto come «esperto di Medio Oriente».
Tra le altre cose, Molinari è autore di un instant-book sull’ISIS che sembra proprio un grezzo copia e incolla di articoli della stampa internazionale e pezzi di un libro americano sullo stesso argomento. Qualcuno lo ha segnalato, ma Molinari ha fatto finta di nulla. È un uomo di mondo, lui. Ha fatto un anno di militare a Oxford.

Il 10 gennaio 2016, Molinari ha inaugurato il proprio mandato con un editoriale intitolato «Da dove viene il branco di Colonia». Con il pretesto di “spiegare” gli eventi di Capodanno nella città tedesca, il neodirettore si è tuffato in un’ambiziosa ricostruzione storico-antropologica, affrontando molto alla carlona temi ben più larghi delle sue spalle.

Diversi commentatori – ma sempre troppo pochi – hanno esaminato quelle righe, denunciando i numerosi falsi storici e le pseudo-teorie che Molinari ha preso in prestito da apologeti del colonialismo e propagandisti del più vieto razzismo culturale. È un fatto che discorsi del genere, così platealmente ed esplicitamente colonialisti, sulla prima pagina de La Stampa – e quindi in un ambito di accettabilità mainstream – non si vedevano da un’ottantina d’anni.

La Stampa, 20 febbraio 1935.

La Stampa, 20 febbraio 1935.

Come da sempre accade, le migrazioni di uomini e donne stranieri permettono agli autoctoni – o agli emigranti dell’ondata precedente – di specchiarsi nei nuovi arrivati per sentirsi più civili, più colti, attribuendo ai diversi le proprie mancanze. Così, proprio nella repubblica dei clan mafiosi e dei regolamenti di conti tra famiglie di camorra;
nella repubblica del più bieco familismo amorale e del più solido welfare familiare;
nel regno delle grandi signorie industriali e capitaliste, dove un pugno di cognomi torna e ritorna in tutti i gangli del potere economico;
nell’Italia di stupri e violenze sulle donne da parte di mariti, ex-mariti, compagni e padri;
in quest’Italia qui ci tocca leggere, su uno dei principali quotidiani del paese, un editoriale che accusa di atavico tribalismo – o ancestrale, primordiale, Molinari abbonda in riferimenti temporali vaghi – e maschilismo tutte le genti arabe da Gibilterra a Hormuz.

Detta come va detta: l’editoriale di Molinari è una pericolosa sequela di pericolosi sfondoni. Cercheremo di elencarli e smontarli uno a uno.

Manifestazione femminista e antirazzista a Colonia, 9 gennaio 2016

Manifestazione femminista e antirazzista a Colonia, 9 gennaio 2016.

Prima, però, tocca dire alcune cose sugli eventi di Colonia, o meglio, su quel che gli eventi di Colonia sono diventati nei media nostrani e nel clima del razzismo italiano, tra invenzioni di sana pianta, foto false, video falsi trasmessi anche dai TG, invettive, deliri sulle «nostre donne» e perché le femministe non dicono niente? Dove sono, eh?

Già, dov’erano le femministe?
È presto detto: erano in piazza. A Colonia sono state le prime a mobilitarsi, contro le violenze di genere e contro la strumentalizzazione delle violenze di genere a fini razzisti.

Le nostre donne

Giù le mani dalle donne di Bruno Vespa!

Come ha scritto su Vice Mattia Salvia,

«I principali quotidiani italiani, per esempio, hanno parlato subito dei fatti di Colonia come di un attacco premeditato, nonostante la stampa tedesca non abbia dato credito a questa versione.»

Secondo Repubblica, «governo federale e [polizia federale] non smentiscono e di fatto confermano» l’ipotesi di violenze pianificate. [Per capirci, si sta descrivendo un attacco terrorista.]
Rileggiamo la frase: «non smentiscono e di fatto confermano». Cioè non hanno detto nulla al riguardo, ma il cronista è intelligente, lui capisce.

L’unica pezza d’appoggio (si fa per dire) era una congettura, un pour parler del ministro della giustizia che i giornali tedeschi e internazionali hanno riportato in quanto tale mentre in quelli italiani è diventato oro colato. Ne è derivato il titolo più sudicio della storia del giornale. Buon quarantennale.

La donna bianca

Non è Stormfront, è Repubblica. «Titolista, dillo con parole tue!».

Il ministro Heiko Maas aveva detto: «Nessuno può dirmi che questo non era coordinato e preparato».
E invece il rapporto dell’Ufficio Federale Anticrimine Nord Reno – Westfalia ha escluso che si trattasse di violenze pianificate, e se vi fate un giro sui siti dei giornali europei, la sicumera di Repubblica non ha un corrispettivo da nessuna parte.

Va ribadito: non stiamo parlando di pagine FB rivoltanti e piene di bufale come «Tutti i crimini degli immigrati». Non stiamo parlando nemmeno di Libero o de La zanzara. Parliamo della stampa mainstream presuntamente “seria”, faro della democrazia e quant’altro.

«E dai loro costumi ancestrali si originano…»

Torniamo a Molinari, e prendiamo in esame i suoi sfondoni, uno per uno. Ci vorrà molta pazienza. N.d.R. I numeri tra parentesi quadre sono nostri.

Ipse«[1] L’assalto di gruppo alle donne di Colonia è un atto tribale che si origina dall’implosione degli Stati arabi in Nordafrica e Medio Oriente. Il domino di disintegrazione di queste nazioni fa riemergere tribù e clan come elementi di aggregazione, esaltando forme primordiali di violenza. [2] Regimi, governi ed eserciti si dissolvono e vengono sostituiti da capo-villaggio, assemblee tribali, milizie.»

Il capovillaggioMolestare, aggredire e scippare donne per strada durante i festeggiamenti di Capodanno sarebbe dunque un atto tribale, riferibile a tribù nordafricane e mediorientali. Chissà da quale studio etnografico o storico-culturale è desunta questa affermazione. I responsabili di quelle violenze venivano da diverse parti del mondo. C’erano marocchini, e il Marocco non è uno stato arabo imploso. C’erano musulmani e cristiani. Ci sono state molestie tedeschissime.
E poi: capivillaggio, assemblee tribali, milizie… Le molestie e le violenze di capodanno erano guidate da colleghi arabi di Abraracourcix? Erano state decise da assemblee di tribù? Per strada c’erano milizie?
Secondo il già citato Ufficio Anticrimine Federale di Nord Reno e Westfalia, dall’inizio di questo decennio sono undicimila i casi accertati di furto e violenza nei pressi della stazione centrale di Colonia. La zona è ad alto rischio, per varie ragioni legate all’urbanistica, all’esclusione sociale, alla mancata prevenzione ecc. Molinari, invece, tira in ballo imprecisate milizie e fantomatici capivillaggio.

Ipse«Le tribù sono protagoniste del deserto dall’antichità e dai loro costumi ancestrali si originano [3] il chador per le donne, [4] la decapitazione dei nemici, [5] la vendetta come proiezione di forza, [6] il saccheggio per arricchirsi, [7] la poligamia e [8] il potere assoluto degli uomini sulle donne.»

Hailù Chebbedè

Nel settembre 1937 gli italiani decapitarono il capo guerrigliero etiope Hailù Chebbedè. La testa girava in una scatola di biscotti, tra la truppa ridacchiante. Dopo il dileggio, fu appesa nella piazza del mercato di Socotà e lasciata marcire.

Non fa una piega. La decapitazione dei nemici è esclusiva delle tribù del deserto mediorientale, Molinari è certo che non si sia mai vista altrove, né in Europa né in estremo oriente né nelle Americhe. Nessuno ha mai tagliato teste in città, sulle montagne o nelle foreste.
Per non dire del potere assoluto degli uomini sulle donne: non è mai esistito se non nel deserto.
Il saccheggio per arricchirsi, poi, chi l’ha mai praticato se non questi selvaggi del deserto?
Quanto alla vendetta, nessuno se non nel deserto si è mai vendicato per mostrare la propria forza. Mai.
Idem per la poligamia, si è vista solo nel deserto.

Due parole sul velo femminile, per il quale Molinari – con involontaria sineddoche – usa la parola persiana chador. Il velo lo prescrive anche San Paolo, un ebreo ellenizzato di città, nella prima lettera ai Corinzi, e lo fa con toni più perentori di quelli che più tardi avrebbe usato il Corano. Il velo lo hanno portato per secoli anche le donne europee, fino a poche generazioni fa. Insomma, sospettiamo che la genealogia desertocentrica proposta da Molinari non regga al minimo fact-checking.

Va anche detto questo: se tra gli «atti tribali» sventati la notte di Capodanno c’erano almeno l’incappucciamento forzato e le decapitazioni (forse gli scippi possono essere derubricati alla voce «saccheggio»), non è andata malaccio, tutto sommato.

Ma se fino a qui l’editoriale di Molinari flirta con l’etnografia, è quando si lancia nella retrospettiva storica che raggiunge la vetta. Ma prima c’è da fare un excursus.

Excursus. Molinari e la nostalgia delle colonie

Omar al-Mukhtar in catene tra i panzoni del regime, Bengasi, 1931

Omar al-Mukhtar in catene tra i panzoni del regime, Bengasi, 1931

Questa storia delle «tribù del deserto» Molinari l’aveva già introdotta un anno fa, il 4 febbraio 2015, sempre su La Stampa. Scrivendo del pilota giordano Moath al-Kasasbeh bruciato vivo da Daesh, Molinari aveva infilato questa perla:

Ipse«Trattare un pilota da guerra come un animale – o un infedele – da arrostire è un messaggio nel linguaggio delle tribù del deserto che [9] evoca quanto Omar el-Muktar, leader della guerriglia libica anti-italiana, faceva ai carabinieri [10] negli Anni Trenta, usando le loro schiene per cuocere il tè ai propri uomini.»

Chi segue Giap sa bene chi era Omar al-Mukhtar, per gli altri riassumiamo: era il leader della resistenza anticoloniale in Cirenaica. Per molti anni tenne in scacco le forze di occupazione fascista, finché – già settantenne – nel 1931 non fu catturato, portato a Bengasi, sottoposto a un processo-farsa e infine impiccato nel campo di concentramento di Soluch, di fronte a migliaia di civili libici deportati.

La propaganda fascista e neofascista, per giustificare i crimini commessi in Libia (guerra chimica, torture, deportazioni su vasta scala, un vero e proprio genocidio sull’altopiano del Gebel-Achdar) ha sempre enfatizzato le crudeltà dei guerriglieri, selvaggi che si opponevano alla gloriosa «missione civilizzatrice» italiana.
Quanto all’esercito italiano, dopo decenni di silenzio si è autoassolto nero su bianco per il tramite della sua storica embedded, Federica Saini Fasanotti.

Fasanotti pubblica libri per la casa editrice dello stato maggiore dell’esercito, scrive su riviste della destra cattolica e in pochi anni è diventata un punto di riferimento per gli apologeti del nostro imperialismo, tanto in Africa quanto nei Balcani. Un sample a caso della sua produzione:

«La data dell’8 settembre per le pacifiche popolazioni italiane dell’Istria segnò l’inizio di sofferenze che ebbero termine solamente dopo l’occupazione dell’Istria da parte dell’esercito tedesco.»

Viene quasi da ringraziare Hitler, lenitore delle italiche sofferenze.

Lo stato maggiore dell’esercito ha messo a disposizione i suoi archivi e sembra aver dato a Fasanotti un preciso compito di framing: relativizzare, ridimensionare, sminuire e in ultima istanza giustificare le violenze perpetrate nelle ex-colonie, descrivendole come risposte alla ferinità indigena.

Repetita iuvant: è un vecchio espediente quello di mettere sullo stesso piano la violenza del colonizzatore e quella del colonizzato. Non è necessario leggere Fanon – benché sia utile farlo – per capire che tale equivalenza rimuove troppe cose.

Abbiamo il forte sospetto che la fonte più recente della cazzata neocolonialista su al-Mukhtar scritta da Molinari – con tanto di sfondone temporale, perché «negli anni Trenta» la guerriglia era già stata stroncata – sia proprio un libro di Fasanotti sulle operazioni militari italiane in Libia. Il neodirettore de La Stampa potrebbe esserci arrivato via Wikipedia (il che è tutto dire). Questo forte sospetto è condiviso anche da Nicoletta Bourbaki. Ma ora è tempo di tornare all’editoriale.

«Ehi, ma quello è Lawrence d’Arabia!»

Una scena del film «Lawrence d'Arabia» di David Lean, 1962.

Una scena del film «Lawrence d’Arabia» di David Lean, 1962. No, aspetta…

Ipse«[11] Fino all’Impero Ottomano tale società tribale sopravvisse pressoché intatta nello spazio geografico fra Gibilterra ed Hormuz. [12] Fu la Prima Guerra Mondiale ad arginarla grazie al colonnello britannico Thomas Edward Lawrence che raggiunse con i leader delle maggiori tribù l’intesa che portò alla nascita dei moderni Stati arabi.»

Per essere uno che ha studiato a Oxford, Molinari dà sfoggio di un’ignoranza dei fatti storici a dir poco imbarazzante. Si dà il caso che negli anni precedenti il Primo conflitto mondiale e durante il conflitto stesso, l’Impero Ottomano fu guidato dal partito laicista dei Giovani Turchi, che agì proprio nella direzione di modernizzare lo stato e limitare il potere tribale regionale, altro che mantenerlo intatto. Anche per questo le tribù si rivoltarono contro l’impero e gli agenti occidentali come T.E. Lawrence ebbero buon gioco a farle combattere come truppe irregolari al fianco dell’esercito britannico. Quanto agli accordi raggiunti con le suddette tribù, vennero del tutto disattesi. Il trattato segreto Sykes-Picot infatti prevedeva la spartizione del Medio Oriente e della Mesopotamia tra le potenze dell’Intesa. A guerra finita gli inglesi, a cui era toccato il boccone più grosso, organizzarono la conferenza del Cairo, che fu l’occasione per disegnare con il righello – letteralmente – i nuovi stati nazionali e mettere a capo di ciascuno non già i capi-tribù (o i capi-villaggio?), bensì un membro della dinastia hashemita che aveva condotto la rivolta anti-turca, e farlo così governare come re fantoccio dell’impero britannico.

Di seguito, Molinari fa un salto in avanti di un secolo:

Ipse«[13] Da allora al 2011 tali nazioni, create dalle potenze coloniali e moltiplicatesi con la decolonizzazione, hanno dominato le tribù. Ma le leadership di tali Stati raramente sono riuscite a legittimarsi nelle rispettive popolazioni col risultato di innescare periodiche proteste, di origine diversa, che cinque anni fa hanno iniziato a travolgerli.»

Quindi, secondo Molinari, dal 1919 al 2011 le nuove nazioni avrebbero dominato sulle tribù del deserto, ma queste ultime si sarebbero infine ribellate, dando avvio alla Primavera Araba… Uhm, c’erano le «tribù del deserto» in Piazza Tahrir? E nello sciopero generale in Tunisia? E negli scontri nelle città siriane?

Ipse«[14] Il risultato è su più fronti: le guerre in Siria, Iraq e Yemen, la nascita di entità non-statuali come il Califfato di Abu Bakr al Baghdadi, il dilagare del terrorismo jihadista come virus ideologico e soprattutto [15] il riemergere della società tribale che il colonnello Lawrence, detto «d’Arabia», era riuscito a contenere.»

Un pot-pourri incredibile: nazioni che scompaiono, altre che si disgregano, jihadismo e tribalismo uniti nella lotta… E il solito colonnello Lawrence arruolato nel contenimento della società tribale, lui che sulla potenza del nomadismo delle tribù arabe ha incentrato un tomo di ottocento pagine, I Sette Pilastri della Saggezza. Ma almeno dare un’occhiata al film di David Lean, no? E’ piuttosto famoso… Se Molinari andasse a raccontarla a Oxford questa versione dei fatti, non lo prenderebbero a pernacchie dai due lati di High Street solo per britannica politeness. Ora, però, è il momento di un altro excursus.

Excursus. Italiani per il tribalismo

Somalia Italiana

Dalla nostra storia coloniale possiamo trarre un buon esempio di come gli europei si sono serviti del tribalismo, fomentandolo per il loro tornaconto e guardandosi bene dal combatterlo.

A partire dal 1950, per dieci anni, l’Italia ha amministrato la Somalia con un mandato fiduciario delle Nazioni Unite. La formula, con il classico pretesto di esportare la democrazia, consisteva in una sorta di “colonialismo a tempo”: nel 1960 i somali avrebbero proclamato l’indipendenza, dopo aver imparato a costruire la loro brava repubblica da un paese così ben ferrato in materia. I risultati, infatti, si sono visti e si vedono ancora.

Il percorso didattico prevedeva, nel 1956, le prime elezioni dell’Assemblea legislativa, una sorta di parlamento provvisorio. In quel frangente, l’amministrazione italiana temeva la vittoria schiacciante della Somali Youth League, il partito più intransigente con i rappresentanti del vecchio potere coloniale. La Lega era un partito nazionalista, deciso a superare le divisioni tra le diverse cabile. Di fronte alla tipica domanda “A che tribù appartieni?”, gli iscritti al partito rispondevano orgogliosi «Soomaali baan ahay!» (Io sono somalo!).

Ecco perché il governo italiano decise di introdurre una strana legge elettorale: nelle città si sarebbe votato a suffragio universale, mentre in boscaglia, vista la natura nomade e dispersa della popolazione, alcuni “grandi elettori”, scelti in base ai sottoclan di appartenenza, avrebbero avuto tanti voti quanti erano i membri del loro gruppo. In questo modo, nacquero un centinaio di partitini, ciascuno legato a una determinata famiglia.

Per i vecchi colonialisti, quel risultato fu la dimostrazione che i somali non erano in grado – per «mentalità di razza» – di emanciparsi dal potere dei clan. Un’idea di atavismo e predisposizione che si ritrova tal quale nelle parole di Molinari; un’idea razzista, perché descrive interi popoli come vincolati per destino, tradizione e cultura a una certa organizzazione sociale, che invece si mantiene o riemerge grazie a fattori economici e politici. Bisogna tenersi alla larga da tutte quelle “spiegazioni” nelle quali la cultura viene descritta come una parte del corpo, qualcosa che le persone «hanno» e «si portano dietro», e non una valigia che ognuno «fa» e «si costruisce» mentre cammina per il mondo.

Scontro di civiltà a Desenzano del Garda

Torniamo a Molinari.

Ipse«È il declino del nazionalismo arabo che spinge individui e famiglie a ritrovare nelle origini tribali la propria identità. È un processo di portata storica, che accelera, con conseguenze imprevedibili in Nordafrica e Medio Oriente. Gli Stati arabi-musulmani sono le prime vittime di questo processo: lacerati da un confronto interno fra modernità e tribalismo che è un conflitto di civiltà.»

Dunque le popolazioni arabe post-nazionaliste cadono in balia del tribalismo, della selvatichezza, e ovviamente, migrando… li importano da noi:

Ipse«L’Europa ne è investita a causa delle migrazioni di massa verso la sponda Nord del Mediterraneo. [16] Fra chi arriva vi sono portatori di usi e costumi che si originano dalle lotte ataviche per pozzi d’acqua, donne e bestiame. Le conseguenze sono nelle cronache di questi giorni: dagli abusi di massa a Colonia [17] al grido di «Allah hu-Akbar» per intimorire il prossimo a Brescia e [18] Vignola.»

Attenzione: l’immigrazione dai paesi arabi porta con sé la lotta per l’acqua, il ratto delle donne e l’abigeato! I fatti di cronaca parlano chiaro.

Quali fatti di cronaca?

Beh, le molestie collettive a Colonia, ovviamente, che non sarebbero già una manifestazione di maschilismo, frustrazione sessuale e bestiale ignoranza da parte di giovani maschi immigrati (ma non solo), bensì il riemergere di forme ataviche di lotta per le donne inscritte nel DNA culturale di certe popolazioni neo-tribali morte di sete.

Oppure l’episodio avvenuto in quel di Desenzano del Garda (Brescia), dove pare che un facchino pakistano – non arabo – in sciopero abbia invocato Dio mentre la polizia trascinava via lui e altri partecipanti a un picchetto. Apriti cielo! Tutti a parlare di Allah e non della lotta di quei lavoratori. Ma è colpa loro. Se fossero stati italiani e avessero gridato «Oh, madonna santa!», sarebbe stato facile distinguerli dalle tribù del deserto in cerca di acqua, figa e bestiame.

O ancora, lo scherzo idiota a danno di cinque adolescenti di Vignola (MO), che si sono sentiti domandare se fossero cristiani o islamici con una pistola puntata addosso da parte di alcuni balordi nordafricani, i quali successivamente si sono costituiti ai Carabinieri, rivelando che la pistola era caricata a salve. Ridateci i nostri teppisti autoctoni modenesi, che non rubano i pozzi d’acqua a nessuno.

Ed eccoci alla conclusione dell’editoriale di Molinari:

Ipse«[19] Non si tratta della maggioranza degli immigrati ma di una minoranza in grado di scuotere la sicurezza collettiva. Da qui la necessità di una rigida applicazione della legge, grazie ad un’intesa fra cittadini e forze dell’ordine, [20] per difendere l’Europa dal ritorno delle tribù.»

Chiaro, no? Cittadini e forze di polizia devono allearsi contro il tribalismo allogeno, difendere l’Europa dalla barbarie atavica insita in altre culture e importata da una minoranza di stranieri. Altre volte, nella storia europea – davvero tutta europea – si è visto a quale sbocco politico ha portato questa rappresentazione delle cose.

«Da noi c’è stato Gesù Cristo» (ma ci ha dato «pessimo» su Tripadvisor)

US Jesus

L’impasto di notizie e false notizie in arrivo da Colonia è stato un macigno gettato nel brodo di stereotipi e clichés che moltissimi italiani si portano dietro a proposito dell’Islam, con il risultato che i liquami sono tracimati senza controllo. Anche una scrittrice come Dacia Maraini, in un articolo per il Corriere della Sera, ha infilato un passaggio come questo:

Ipsa«Da noi c’è stato Gesù Cristo che ha sconvolto e rovesciato le prescrizioni della Bibbia: le parole “amore” e “perdono” hanno sostituito il “dente per dente” e l’odio di religione. Nei Paesi musulmani un Gesù è mancato, ma è invalsa la prassi di una saggia convivenza fra popoli e culture diverse. In certi momenti di crisi però si sente la mancanza di un libro sacro che reclami l’amore per il prossimo e la misericordia, come predica il Vangelo.»

Cosa intende Maraini dicendo che Gesù è stato «da noi»? Forse che è nato dalle parti di Zagarolo? A quanto dicono le mappe, Betlemme, Nazaret e la Galilea sono più vicine alla Mecca o a Medina di quanto non lo siano a Roma. E cosa significa che «nei paesi musulmani un Gesù è mancato», dal momento che Gesù compare nel Corano, fa miracoli, viene chiamato «il messaggero di Dio» e nasce dalla Vergine Maria per volontà di Allah? E che dire della «mancanza di un libro sacro che reclami l’amore per il prossimo e la misericordia»? Tra i 99 nomi che i musulmani attribuiscono a Dio, «Il Misericordioso» è forse il più ricorrente, e sarebbe molto lungo elencare gli hadith sulla vita del Profeta dove si riportano i suoi insegnamenti sulla carità, l’amore, la cura. 

E’ strano come in certi momenti ci si dimentichi che il Corano, la Bibbia, il Vangelo e tutti i libri sacri dell’umanità hanno ricevuto interpretazioni contraddittorie, e che sono di volta in volta queste ad avere giustificato guerre e conflitti, spesso proprio tra individui che credevano nelle stesse parole, ma le leggevano in maniera differente.

Poco più avanti, l’autrice si domanda:

«Che c’entra tutto questo con le molestie contro le donne in una piazza tedesca in un giorno di festa? In realtà c’entra, soprattutto se si riconoscerà che i molestatori sono giovani emigrati.»

E’ significativo che anche Dacia Maraini, abituata a una scrittura riflessiva e ponderata, si sia lasciata prendere dall’esigenza di stendere un articolo, prendere posizioni e additare problemi, sulla base di un dato che lei stessa giudica ipotetico: «Se si riconoscerà…» (il pezzo è stato pubblicato il 10 gennaio).

E per concludere, l’invito a «ragionare insieme» a «inventare nuove strategie»:

«se non vogliamo cascare nella loro provocazione, ovvero in una guerra mondiale che farebbe migliaia di morti.»

L’eurocentrismo che porta a considerare Gesù come un «nostro» profeta, porta anche, drammaticamente, a non considerare che la guerra c’è già, che la si può già considerare mondiale, e che i morti, fuori dall’Europa, sono ben più di migliaia.

Altre letture

Lorenzo Declich sull’editoriale di Molinari

Il capodanno del patriarcato e l’urgenza di una politica femminista – di Paola Rudan

I corpi su cui si uniscono le civiltà: non su Colonia ma sul nostro passato – di Loredana Lipperini

Violenza di genere e femminicidi politici – di Nicoletta Poidimani

La Colonia in sé e la colonia in te – di Giulia Blasi 

L’indice di Colonia – di Ida Dominijanni

Prima le donne, i vecchi e i bambini. Riflessioni a freddo sui fatti di Colonia e gli strilloni del regime – di Genus Migrans

Grazie a Nicoletta Bourbaki e Anubi d’Avossa Lussurgiu.

N.d.R. I commenti a questo post saranno attivati dopo il 18 gennaio 2016, per consentire una lettura ragionata e – nel caso – interventi meditati (ma soprattutto, pertinenti).

Sorgente: Il razzismo italiano e i fantasmi del deserto, ovvero: 20 sfondoni di Maurizio Molinari (e una nota su Dacia Maraini) – Giap

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