Una settimana in prima linea nella guerra ucraina dimenticata dal mondo | VICE News

2 Dicembre 2015 0 Di macwalt

Ucraina -

news.vice.com – Una settimana in prima linea nella guerra ucraina dimenticata dal mondo –   Di Jack Losh

Il giorno diventa sera e scivola verso la notte, portando con sé il ritornello di un ‘cessate il fuoco’ che, tuttavia, nessuno ascolta. Il primo colpo di mortaio cade vicino alla mensa del plotone—una piccola scatola di metallo, infestata di topi, scavata nella terra gelida.

Un paio di soldati, i volti illuminati da una lampadina elettrica, distolgono lo sguardo dai piatti di stufato. Si sente il rumore di un’esplosione, poi quello di una raffica di mitragliatrice. Il più giovane dei due miliziani chiude la porta, per impedire che il sottile fascio di luce riveli la loro posizione. Una seconda esplosione segna la fine della cena. “Credo che dovremmo incamminarci,” dice il soldato più anziano. Si trascinano stancamente verso la trincea con le teste chine, mentre fuori infuria una raffica di colpi.

Conosci la notte ucraina? Se lo chiedeva in un impeto lirico lo scrittore russo Gogol, pensando a questo angolo di steppa slava. Gli uomini del secondo plotone conoscono bene la notte ucraina. Non c’è più nulla di incantato in essa.

Per ore, una cascata letale di proiettili e granate li costringe immobili al suolo. Da mesi difendono questa piccola lingua di terra, nell’oriente industriale del paese. E per più di un anno e mezzo, le loro unità – alleate dell’esercito ucraino – hanno combattuto una guerra devastante, la cui intensità cala e cresce di tregua in tregua.

Due uomini del secondo plotone si incrociano nella trincea durante un momento di massima allerta. (foto di Jack Crosbie)

Il primo settembre è stato siglato l’ultimo accordo di pace. Per alcune settimane ha avuto un successo inaspettato, alimentando la speranza che potesse portare alla fine di quello che è senz’altro il peggiore conflitto sul suolo europeo dalle guerre balcaniche a oggi.

Ma la speranza sta svanendo velocemente. Questo mese si è registrato un inasprimento dei combattimenti e della retorica bellicosa, che ha stracciato la già fragile credibilità del cessate il fuoco. I raid e gli attacchi missilistici, le battaglie feroci, e la guerra di trincea sono tutti ricominciati con maggiore frequenza e ferocia in questo angolo di Europa, dove dall’inizio del conflitto – aprile 2014 – ci sono stati più di 8.000 morti e 2.2 milioni di sfollati.

Per sette giorni VICE News ha vissuto insieme ai membri del secondo plotone, un gruppo molto unito ed eclettico formato da soldati di leva, militari di carriera, volontari nazionalisti, veterani dell’esercito sovietico, ex carcerati e un cappellano. Il plotone è stanziato alla periferia di Pisky, un tempo quartiere ricco dei sobborghi settentrionali di Donetsk e oggi quasi completamente distrutto dagli incessanti colpi di artiglieria.

I soldati combattono una guerra dimenticata, vivendo nello squallore, con pochissimi rifornimenti. Si sentono abbandonati dal loro paese e dall’Occidente, e disprezzano apertamente il cessate il fuoco. Continuano a sparare lungo il fronte orientale, in un labirinto di trincee fangose lungo 450 chilometri. Per noi è stata l’occasione di osservare dall’interno l’ultima guerra europea, e di capire che la pace in Ucraina è nuovamente sull’orlo del collasso.

* * *

La malconcia Vauxhall corre in direzione sud-est, verso il fronte. L’automobile è di proprietà di una coppia di giornalisti russi, vestiti in abiti militari, che si sono offerti di darci un passaggio. Il nome della loro rete WiFi rivela il loro schieramento politico—”Putin Khuylo,” che tradotto educatamente suona come “Putin è una testa di cazzo.” Alla guida c’è Slava, un gigante buono che ridacchia spesso; accanto a lui siede Anna, con i capelli raccolti e un viso dai lineamenti delicati.

“Gestiamo un canale pro-Ucraina su YouTube,” mi racconta Slava. “I miei genitori mi sostengono, ma per Anna la situazione è più complicata.” Interviene lei: “Non capiscono. Mio fratello mi ha bloccata su VK [l’equivalente russo di Facebook, ndr] e non ci parliamo più.”

La coppia vive in esilio e non può fare ritorno in Russia, il paese accusato dall’Occidente di sostenere la campagna militare dei ribelli nell’Ucraina orientale. “Non possiamo tornare a casa, ci è stato proibito,” prosegue Slava. “Ci spostiamo continuamente lungo il fronte e dormiamo nei paesi vicini. Sono la nostra casa. Siamo qui per raccontare la verità.”

‘Tra 10 o 20 anni Putin sarà morto. Forse allora le cose potrebbero migliorare un po’.’

L’alba è stata fredda e grigia, ma verso mezzogiorno il sole dissolve la nebbia. Arrivati alla base militare saliamo su una Citroen Berlingo gialla, e sfrecciamo verso la trincea a 80 chilometri orari, evitando le buche e i crateri lasciati dalle bombe. Lungo la strada costeggiamo case distrutte, villaggi semi-abbandonati, fuoristrada della Croce Rossa, rarissimi contadini al lavoro nei campi. Il nostro autista, Yarik – un giovane soldato con il sorriso facile e il taglio moicano tipico dei Cosacchi – ascolta la Sinfonia Pastorale di Beethoven a tutto volume.

All’ultimo checkpoint una coppia di soldati ci fa passare, e prendiamo il sentiero che conduce alla trincea sotto il controllo di Kuprum (Rame, ndt)—il nome con cui è conosciuto il secondo plotone della settima compagnia del terzo battaglione della 93esima brigata delle Forze Armate ucraine.

La loro posizione confina con la terra di nessuno, una distesa incolta infestata di mine e munizioni inesplose. Le linee ribelli si trovasno a circa tre chilometri di distanza. La rete di trincee, bunker e posizioni di fuoco sotto il controllo di Kuprum è diventata la casa di una tribù militare che ha abbandonato gli abiti civili per adottare, in tempo di guerra, una serie colorita di identità.

Tra di loro sono Casper e Conan; Cinghiale e Dragone; Pianista, Papa e Primus; Sabre e Lo scettico.

Dragone pulisce il suo AK seduto su una postazione di guardia nelle trincee. (foto di Jack Crosbie)

Scettico, il cui vero nome è Yevgeny Pakhomov, 50 anni, è il comandante—un pacato Primo Tenente ed ex attivista per i diritti degli animali: si occupava della protezione dei delfini. La sua speranza di pace si infrange con la cruda realtà. “Ci saranno altri combattimenti, poi un altro cessate il fuoco, poi altre morti e così via. Questa guerra non finirà mai,” ha detto a VICE News. “Tra 10 o 20 anni Putin sarà morto. Forse solo allora le cose potrebbero migliorare un po’.”

Due veicoli armati sono parcheggiati come sentinelle sopra la trincea, con i cannoni puntati verso la terra di nessuno. Materiali da costruzione sono stati scaricati a casaccio, mentre le cicche delle sigarette sono sparse sul parapetto. Intrecciandosi tra il fango e la terra appena scavata, il labirinto delle trincee fornisce un riparo esiguo tra le postazioni fortificate. Dominano la noia e il senso di pericolo.

Ma anche lì, tra la sporcizia e un’esistenza sgangherata, ci sono occasionali bagliori di lusso. Basta entrare in un bunker per trovarsi davanti una scena molto diversa.

Per una settimana la nostra casa è stata una stanza sotterranea, rettangolare, con le pareti rivestite di legno e arredata con tre letti a castello allineati lungo un muro. Una stufa a legna irradiava calore nella notte, un router wi-fi emetteva un segnale affidabile e un grande televisore allestito nell’angolo trasmetteva una selezione giornaliera di notizie, film d’azione e quiz televisivi fino a mezzanotte, quando si spegneva il generatore.

Casper, un giovane soldato ucraino, tiene in braccio in suo gatto all’interno del bunker. Casper dice che dopo la guerra lo porterà a casa con sé. (foto di Jack Crosbie)

Una piccola cucina ospita forno a microonde, frigo, teiera e credenze piene di biscotti, cioccolata, caffè e tisane. Accanto ai giubbotti anti-proiettile c’è una ciotola di latte per Shlyoma, il gatto rosso del plotone. Stivali, tute mimetiche, kit medici da combattimento, caschi e radio militari riempiono ogni angolo e ciondolano da ogni letto. C’è persino una sauna artigianale attaccata al bunker vicino, anche se la scarsità d’acqua la rende spesso inutilizzabile.

Questi uomini sanno badare a se stessi. Il soprannome del plotone, Rame, nasce presumibilmente dalla pratica di rubare i metalli dalla locale cittadina fantasma per poi rivenderli.

‘La fede in Dio non vale nulla senza l’azione’

Tra i soldati più calorosi e carismatici spicca Pianista, il cappellano del plotone. Con una barba rossa fiammante e un grande crocifisso metallico appeso al collo, quest’uomo evoca la presenza e la filosofia dei guerrieri slavi del Medioevo.

“La fede in Dio non vale nulla senza l’azione,” mi dice. “Se è necessario impugnare le armi e uccidere i separatisti, io lo faccio. Sono prima un soldato e poi un cappellano.”

Nonostante la presenza di un uomo di fede, le cerimonie ufficiali sono meno possibile. “Non facciamo nulla di particolare la domenica — sono sempre fuori di guardia. Nei nostri ranghi abbiamo cristiani ortodossi, protestanti, musulmani… Io aiuto chiunque ne abbia bisogno, qualsiasi sia la sua fede.”

Dopo il tramonto ci si avvicina un soldato. “È ora di cena,” dice Cinghiale, il cui vero nome è Ruslan. “Seguitemi.” Ci guida attraverso l’oscurità, giù per una discesa fangosa, fino alla cucina. Ufficialmente quest’uomo robusto – di quasi 40 anni – è un mitragliere, ma gli uomini del plotone lo considerano il loro cuoco.

Ruslan prepara la cena nella cucina del plotone, una baracca di metallo piccola e buia che si trova all’interno di una profonda trincea infestata dai topi. (foto di Jack Crosbie)

Dopo aver rapidamente affettato, tagliato a cubetti, spezzato e fritto varie pietanze, ci sediamo davanti a una padella di patate e a un’omelette fatta con dieci uova. Mentre il fumo di sigaretta riempie l’oscurità, i topi zampettano dietro di noi e si ode un colpo di fucile. A questo punto, Cinghiale inizia a raccontare la sua storia.

“Ora tutti i miei amici combattono per i separatisti. Quando lo scorso anno hanno preso Kramatorsk [una cittadina dell’est ora controllata dal governo], sono andati in giro a cercare i sostenitori dell’Ucraina.”

“Mi è arrivata la telefonata di un vecchio amico che era diventato un comandante dei separatisti—mi ha detto che il mio nome era sulla loro lista. Ho preso mia figlia e alcune cose e ho lasciato la città il più velocemente possibile. Ho scoperto che qualche minuto dopo la mia fuga, hanno fatto irruzione in casa mia. Ma io ero già andato via.”

“Ho iniziato una nuova vita a Poltava, più a ovest, e ho speso tutti i miei soldi per cercare di rifarmi una vita. Alla fine ho deciso di tornare in guerra. Avevo in programma di unirmi al Settore Destro [la milizia ucraina ultra-nazionalista] ma la 93esima brigata mi ha offerto un contratto e sono finito con loro. Da allora, sono rimasto sempre qui.”

Dev’essere stato difficile recidere i legami con i vecchi amici, penso. Riesci mai a parlare con loro? “Certo, a volte ci scambiamo dei messaggi,” spiega Cinghiale. “Mi dicono che mi daranno la caccia e che mi taglieranno la gola.” Nella penombra, sorride leggermente. “Ma li prenderò prima io.”

Una sequenza di colpi particolarmente feroce rimbomba nel campo. “L’avete sentito?” chiede, mentre i suoi occhi incrociavano i miei nella penombra. “Questo dovrebbe essere un ‘cessate il fuoco.'”

* * *

Basta visitare il fronte per capire che la guerra non si è mai interrotta. Nelle ultime settimane, la sua intensità è passata dalla calma del cessate il fuoco alla sporadica ondata di violenze, che si stanno però trasformando in qualcosa di più preoccupante.

L’accordo di pace firmato a febbraio, seguito dalla tregua di settembre, hanno aiutato a calmierare il ritorno ai blitz e alle offensive che infuriavano nell’estate del 2014 e durante l’inverno seguente. Secondo alcune indicazioni il Cremlino avrebbe cercato di stabilizzare la crisi, mentre la Russia spostava la sua attenzione verso la campagna a sostegno del Presidente Bashar al-Assad in Siria.

Tuttavia, non sembra che la guerra in Ucraina stia andando fuori controllo. L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che monitora l’andamento del conflitto, ha riportato un aumento nell’utilizzo di missili Grad e mortai—entrambi proibiti dall’accordo di febbraio. Nelle ultime settimane, l’OSCE ha parlato di una serie di attacchi compiuti da armi contraeree, lancia-granate automatici e grandi mortai nelle regioni di Donetsk e Luhansk.

Un sistema anti-carro SPG-9. Durante il giorno i soldati sparano centinaia di colpi per scovare le posizioni ribelli e colpirle di nuovo quando iniziano i combattimenti notturni. (foto di Jack Crosbie)

Decine di obici e di altri pezzi di artiglieria sono scomparsi dai magazzini ucraini, nonostante gli accordi prevedono che vengano accantonati, mentre secondo l’OSCE un numero “consistente” di attrezzature militari continua a essere spostato da una parte all’altra della linea di confine.

Gli ultimi attacchi non sembrano attacchi improvvisi sulla prima linea né l’azione isolata di un comandante ribelle locale. Piuttosto, si incastrano in una più ampia escalation di violenza che minaccia di far deragliare il progetto di pace.

Durante la visita di VICE News al fronte, nel corso di un solo giorno l’esercito ucraino ha contato attacchi ribelli in nove città, oltre a esplosioni e spari dei cecchini nella zone demilitarizzata di Shyroknye. Daniel Baer, Ambasciatore americano all’OSCE, ha segnalato che si corre il rischio di “ripiombare nella violenza su vasta scala,” e ha detto che il “preoccupante intensificarsi delle violenze potrebbe causare la fine del cessate il fuoco.”

‘Non siamo solamente frustrati — siamo arrabbiati.’

Negli ultimi mesi, l’esercito ucraino ha portato a casa alcune vittorie: è riuscito a impedire la conquista di altri territori da parte dei secessionisti delle cosiddette Repubbliche Popolari di Donetsk e di Luhansk. È anche riuscito a mobilitare più di 200.000 soldati nel giro di un anno—una cifra significativa, in un lasso di tempo relativamente breve.

Rimangono tuttavia dei problemi, ad esempio nella struttura di comando—un’ingombrante eredità dell’era sovietica. Gli alti ufficiali si affannano a pubblicizzare il rispetto del cessate il fuoco da parte delle truppe ucraine, e insistono che i loro soldati usino le armi pesanti solo per legittima difesa. Tuttavia molti combattenti ucraini sono frustrati dalle limitazioni sulla potenza di fuoco e si lamentano delle pratiche burocratiche che limitano le controffensive. Per farla breve, odiano la tregua.

“Non siamo solamente frustrati—siamo arrabbiati. Dovremmo avere il permesso di rispondere al fuoco quando vogliamo. Possono anche raccontarmi il contrario, ma questa è ancora una guerra,” dice Doc, il cui vero nome è Alexander, un ex-psichiatra di 45 anni che ora è il vicecomandante del 18esimo plotone di Pisky. “Non ci sono soluzioni diplomatiche. La guerra finirà solo quando i piedi dei soldati ucraini toccheranno il confine con la Russia.”

Mentre parla, Doc scruta la terra di nessuno con un binocolo, in piedi sopra alla trincea in un quartiere della città ora completamente distrutto, dove le case sono ridotte a mucchi di macerie circondate da un paio di pareti. “Il cessate il fuoco è unilaterale,” prosegue. “Stanno accumulando veicoli armati e armi pesanti proprio di fronte a noi.” Quasi a conferma delle sue parole, si sente il caratteristico suono di un carro armato provenire dalle postazioni dei ribelli.

‘Prima eravamo eroi. Ora non siamo nessuno’

Il Presidente ucraino Petro Poroshenko ha condannato la “netta escalation del conflitto” e ne ha attribuito la colpa “all’aumento nel numero degli attacchi” delle forze pro-Russia. Ha anche emanato un ordine presidenziale che permette ai soldati di rispondere al fuoco “quando le vite dei nostri soldati sono in pericolo.” Nonostante l’ordine abbia lo scopo di velocizzare una catena di comando notoriamente inefficiente, indebolisce ulteriormente la tenuta del cessate il fuoco.

Dopo settimane di relativa pace, a novembre Poroshenko ha detto che le forze armate ucraine sono nuovamente pronte alla guerra: “Abbiamo aumentato notevolmente le capacità di reazione in caso di attacco e incrementato le possibilità di difesa a disposizione dell’esercito ucraino.” I suoi commenti sono arrivati qualche ora dopo l’annuncio della morte di cinque soldati ucraini a causa di attacchi diretti da parte dei ribelli—il più alto numero di morti giornalieri dall’inizio del cessate il fuoco di settembre.

Nonostante la retorica dell’élite politica ucraina, le truppe si sentono dimenticate—sia dai loro compatrioti, sia dagli alleati stranieri. “Prima eravamo eroi. Ora non siamo nessuno,” ha detto Viktor, 45 anni, anche noto come Il Prete. “Il resto del paese non vuole sapere nulla di noi.”

Viktor, Il Prete, è di stanza nella chiesa distrutta di Pisky. (foto di Jack Crosbie)

Quest’uomo di mezza età dalla pelle scura, padre di due bambini, si è guadagnato il soprannome dopo avere fatto di una chiesa bombardata la sua casa. Nonostante affermi di essere stato abbandonato dal suo paese, Il Prete rimane speranzoso. “Abbiamo un lavoro da compiere, non c’è altro da aggiungere.”

Gli Stati Uniti hanno fornito 250 milioni di dollari di aiuti “non-letali” all’esercito ucraino da marzo 2014, dai giubbotti anti-proiettile all’attrezzatura per la visione notturna, dai sistemi radar avanzati a una serie di veicoli militari. Nelle prossime settimane avrà inizio il prossimo ciclo del programma americano di addestramento ed equipaggiamento. Ma i soldati al fronte vogliono armi. E, per quel che li riguarda, parlare di negoziati di pace è un anatema.

“Ci sono solo soluzioni militari,” ha detto Artur, parte di un gruppo di soldati seduti fuori dalla chiesa di Viktor a fumare sigarette e bere tè nero in una mattina gelida. “Chi sceglie la diplomazia è un codardo.”

Gli ho chiesto se un’offensiva non servirebbe soltanto a provocare una feroce risposta dei nemici, fornendo un facile pretesto per un’aggressione russa. Ha minimizzato la mia insinuazione con sdiprezzo. “Siamo pronti a spingere fino al confine. Affronteremo la Russia.”

* * *

Dopo la seconda esplosione, la cena finisce. I colpi di mortaio e le granate iniziano a esplodere nell’oscurità. Gli archi rossi disegnati dalle munizioni traccianti dipingono il cielo notturno, mentre si infittiscono i colpi dei fucili d’assalto e delle mitragliatrici. Entrambe le parti, formate da centinaia di soldati, incrociano il fuoco per diverse ore.

Gli uomini sembrano avvezzi ai suoni di questo ritornello mortale. I veloci scoppi intermittenti di una mitragliatrice leggera PKM. Il martellare pesante di un DShK calibro 50. Le botte di pressione al petto e il sibilo persistente nelle orecchie dopo i colpi degli SPG-9 di fattura sovietica.

‘Benvenuti a Disco Partisan.’

Nella trincea del secondo plotone, a circa duecento metri dall’epicentro della battaglia, la radio emette conversazioni frenetiche—”Fuoco pesante in arrivo;” “Stanno colpendo il 18esimo plotone;” “Un’unità nemica sta avanzando verso Lynx.” Nel frattempo, quasi con riluttanza, i soldati si gettano nelle trincee, sotto il sibilo dei proiettili.

Il momento più acceso della battaglia passa una sigaretta dietro l’altra, alternando le risate alle bestemmie quando una granata atterra troppo vicino, scuotendo il terreno. Un uomo caccia la testa fuori dal bunker durante un conflitto a fuoco particolarmente cruento. Tra le ombre e i lampi di luce, trova la voglia di scherzare: “Benvenuti a Disco Partisan.”

Un paio di cani – abbandonati all’inizio della guerra e ora adottati dal plotone – seguono fedelmente il comandante Skeptic, mentre si sposta tra le diverse postazioni di fuoco nella trincea. Sobbalzano a ogni esplosione, ma mugolano appena quando le bombe cadono a cento metri dal fossato.

Skeptic, il comandante del plotone, con i fedeli compagni Misha e Mukha. Prima della guerra, era un attivista per i diritti degli animali. (foto di Jack Crosbie)

Il soldato Viktor Bogan, un carpentiere di 46 anni che si è unito all’esercito l’anno scorso, ha continuato ad armeggiare nel suo laboratorio improvvisato sul confine della terra di nessuno. Ha perso parte dell’udito in battaglia e non sembra impressionato dall’ultimo scambio di fuoco. “Sono qui solo perché così i miei figli e i miei nipoti non dovranno affrontare la guerra,” spiega.

È vestito con un gilet di pelle, una bandana e dei guanti consunti; una estetica “alla Mad Max” completata da un’enorme lama artigianale custodita in un fodero di pelle di cervo. Durante i momenti di leggerezza, il suo viso grinzoso si distende in un sorriso generoso. È così che Viktor inizia a raccontare il suo sogno: ricostruire la chiesa della sua città natale, distrutta dalla rivoluzione russa del 1917.

“Solo i più vecchi dovrebbero essere al fronte,” ha sospirato. “Sarebbe stato meglio se i giovani non fossero stati mandati a combattere.”

Giunta l’alba fredda e grigia, i combattimenti si sono calmati—sono stati tra i più feroci delle ultime settimane. Le posizioni sono rimaste le stesse, ma la fragile tregua ucraina sembra in frantumi.

* * *

“Due notti fa ho sognato che la guerra ricomincerà tra 121 giorni. Non so perché mi sia venuto in mente quel numero. In realtà è sciocco. Ma ho queste visioni di guerra tutte le notti. Questa non è la fine dei combattimenti—è solo una tregua, e non durerà.”

Mentre il pomeriggio si fa buio parliamo di sogni, di morte, dell’inverno che arriva. Anatoliy e Svetlana, entrambi sulla soglia dei 70 anni e sposati da 46 anni, sono persone per bene che la guerra ha maledetto ma non ancora corrotto. Ignorano l’arrivo del conflitto a Pisky, la loro città, e si rifiutano di andarsene. Svetlana ci racconta una sua strana premonizione mentre assaporiamo del vino di more fatto in casa, tazze di tè e biscotti ricoperti di miele.

In qualche modo, nonostante la devastazione che li circonda, nonostante i colpi di artiglieria, nonostante l’odio, la loro casa rimane intatta. È difficile da credere.

“Dio,” dice Sveltlana. “È quello l’unico motivo. Non c’è altro modo di spiegare come siamo sopravvissuti.”

Svetlana and Anatoliy, sposati da 46 anni, hanno resistito per tutta la durata della guerra nella loro casa di Pisky. (foto di Jack Crosbie)

Le risate riempiono ancora l’aria della loro umile casa, insieme a sfuggenti segnali dell’oscurità che è là fuori. Li ho incontrati per la prima volta ad agosto, quando il loro giardino era ancora pieno di fiori e frutti alla fine di un’estate calda e sanguinosa. Il loro forte legame è chiaramente ancora lì, ma gli eventi degli ultimi mesi hanno impresso i segni della fatica sui loro visi.

“Il resto dell’Ucraina ci ha dimenticati,” dice Svetlana. “Non riescono nemmeno a immaginare quello che abbiamo passato. Abbiamo perso più di quanto potrebbe mai sopportare un politico di qualsiasi fazione.”

La nostra conversazione prosegue per un’ora, forse due. I ricordi di Pisky prima della guerra e di lontani parenti si mischiano ai discorsi sulla paura, la politica e la perdita. Si parla di Putin, così come di Poroshenko; la coppia dice che spera di poter festeggiare il 70esimo compleanno nel 2016.

Alla fine, Anatoliy si alza dalla sedia di legno e riempie di vino i nostri bicchieri—l’ultimo giro della giornata. Sta scendendo la sera, e la minaccia di nuove battaglie è sospesa sopra questo piccolo villaggio d’Europa.

Alza il bicchiere. “Za mir,” dice. “Alla pace.


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Lo Stato Islamico (Parte 1)

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Sorgente: Una settimana in prima linea nella guerra ucraina dimenticata dal mondo | VICE News

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