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La coscienza dell’Occidente – Repubblica.it

Dobbiamo essere consapevoli di ciò che siamo, solo così potremo difendere la nostra cultura e la nostra democrazia

L’UOMO che esce di casa venerdì sera per andare allo stadio, in un ristorante o in un teatro non sa di essere braccato da altri uomini che in quel momento stanno stringendosi addosso una cintura di esplosivo, nascondono i fucili in una borsa, nell’altra i mitra e le bombe. Camminano per le strade della stessa città, la vittima inconsapevole e il carnefice che la cerca. Uno esercita la sua libertà nella serata che apre un week-end d’autunno, sapendo che la città dove vive è fatta per lavorare ma anche per il tempo libero, è organizzata con strade, piazze, bar, treni e stazioni per far incontrare la gente, ragazzi e ragazze, amici, richiamati fuori casa dagli appuntamenti di una grande metropoli, ma anche semplicemente dalla voglia di vivere, insieme con gli altri.

È esattamente questo spazio della civiltà europea, questo rito banale della vita quotidiana che diventa bersaglio del fanatismo jihadista. Un costume collettivo, un esercizio minore, quasi inconsapevole ma costante di libertà. Ci attaccano perché siamo liberi, nella nostra autonoma scelta di incontrarci al bar, correre ad un incontro, avere in tasca due biglietti per un concerto: ma anche di riunire i nostri Parlamenti, studiare e lavorare, pregare o non pregare, protestare e dire no, e attraverso questi gesti esercitare il nostro status di cittadini.

Cercando così di costruire per i nostri figli un futuro migliore del nostro presente. In questo, i terroristi islamici vedono qualcosa di grandioso e di terribile, la traduzione quotidiana della democrazia, la sua materialità, addirittura la sua capacità di farsi vita. Hanno ragione. Noi non ci accorgiamo nemmeno più degli spazi di autonomia e di libertà che la democrazia ha aperto nella nostra vita associata, diventando costume condiviso e accettato. La democrazia “minore”, quella di cui ci nutriamo ogni giorno nello spazio a noi proprio, fuori dalle istituzioni, è infatti un insieme di garanzie reciproche che ci scambiamo mentre intrecciamo la nostra vita con le vite degli altri, è la forma quotidiana di regola civile che abbiamo dato alla nostra società vivendo, e per cui stiamo oggi morendo.

Nell’epoca in cui non c’è più quel “cuore dello Stato” che le Brigate Rosse cercavano uccidendo Aldo Moro (perché lo Stato nazionale non fronteggia gli urti della globalizzazione, e il potere vive altrove, nei flussi transnazionali della finanza e dell’informazione) gli jihadisti assassini confusamente sanno che qui è custodita l’anima universale che loro vogliono annientare, perché dà vita a ciò che hanno eletto come il loro nemico supremo e finale: la civiltà occidentale, culla, sede e testimonianza della democrazia dei diritti e della democrazia delle istituzioni. Questo è il bersaglio, perché questo è intollerabile, in quanto è l’ultimo universalismo superstite, dunque alternativo, l’unico modello di vita che resiste dopo la morte delle ideologie, e viene liberamente scelto ogni giorno da milioni di uomini e donne, riconfermato nei riti del venerdì sera, a Parigi come altrove. Se è così, non è da oggi che l’Europa è sotto attacco, e non lo è da sola. L’attacco è infatti a quella pratica e a quella testimonianza della democrazia che chiamiamo Occidente, e che tiene insieme in una comunità di destino Europa, Stati Uniti, Israele. Una pratica spesso infedele, ma costante; una testimonianza sovente bugiarda, tuttavia irriducibile e testarda. Per questo sono sempre stato convinto che dire “siamo tutti americani” dopo l’11 settembre fosse troppo facile, e troppo poco. Bisognava avere il coraggio di dire “siamo tutti occidentali”, passando dalla compassione alla condivisione, con il peso della responsabilità che ne consegue, anche per reggere il carico della risposta indispensabile per garantire la sicurezza dei cittadini, fino all’uso della forza militare se necessaria: naturalmente nel rispetto del diritto e della legalità internazionale, perché le democrazie hanno il diritto di difendersi ma hanno il dovere di farlo restando se stesse.

Ecco perché siamo coinvolti dal 13 novembre: perché lo eravamo dall’11 settembre. L’orrore di Parigi ci interpella non perché la Francia è vicina a noi, ma perché ciò che gli jihadisti cercavano al Bataclan lo possono trovare identico nelle notti italiane, nelle abitudini dei nostri week-end, nei riti dei ragazzi, nell’uguale costume di autonomia e di libertà. Certo c’è uno specifico francese, i 1500 islamisti partiti a combattere abiurando la Republique, e cresciuti dell’84 per cento nell’ultimo anno. Ma l’assalto è al nostro modo di essere e di vivere, a quel credo comune che ci rende liberi e che parte dalle piccole regole di convivenza per arrivare alla regola istituzionale, alla Costituzione. Per questo, occorre una coscienza comune dell’Occidente per rispondere alla sfida. Sul piano dell’intelligence soprattutto, sul piano militare se è necessario. Ma prima ancora sul piano culturale. Se l’attacco è alla nostra cultura, dovremmo essere consapevoli che ha un valore, e dovremmo difenderla. La svalutazione quotidiana della democrazia che noi occidentali facciamo nei nostri discorsi e nella nostra pratica, è distruttiva. Il rifiuto di distinguere, la tentazione di fare di ogni erba un fascio, sono cedimenti culturali colpevoli. Il disimpegno da ogni cosa pubblica, la scelta di non partecipare e rimanere ai margini sembra un gesto di ribellione ma è solitudine repubblicana, perché mentre io dico allo Stato che non mi interessa, nemmeno io interesso allo Stato: se l’esercizio dei miei diritti è esclusivamente individuale e non si combina con gli altri, se l’uso della mia facoltà di cittadino è soltanto personale e non esce di casa, lo Stato può infatti ignorarmi, e ridurmi a numero isolato nei sondaggi. La democrazia ha bisogno del cittadino per essere in salute: ne ha tanto più bisogno quando è sotto attacco.

Il patto di cittadinanza dovrà essere riformulato anche con l’Islam moderato che vive da noi, usufruisce delle nostre garanzie democratiche, usa le libertà di culto, di associazione e di espressione in cui noi crediamo per noi stessi e per gli altri: per queste ragioni e per quel che è accaduto oggi deve affermare pubblicamente la sua condanna dell’islamismo terroristico che trasforma una religione in ideologia di morte, deve dichiarare una scelta non equivoca per il quadro di valori e di regole della democrazia, separandosi per sempre dal terrore omicida.

Tutto questo è possibile, a patto di essere consapevoli della sfida e di ciò che noi siamo. I terroristi lo sanno, dovremmo saperlo anche noi. Nel vortice dell’asimmetria che abbiamo visto a Parigi – uomini armati in agguato contro uomini in pace – nonostante le nostre colpe storiche e le nostre infedeltà gli “innocenti” eravamo noi occidentali. Dobbiamo ricordarlo per non diventare come loro, cedendo all’intolleranza e all’irrazionale. Ma difendendo un modo di vivere che ha dato forma a una cultura, a una civiltà democratica, a città come Parigi, che per queste ragioni oggi è la vera capitale dell’Occidente.

Sorgente: La coscienza dell’Occidente – Repubblica.it

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