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Il contrario di guerra non è pace: è conflitto – infoaut.org

infoaut.org – Il contrario di guerra non è pace: è conflitto.

Ci sono tanti modi, tutti parziali, per analizzare gli attentati di Parigi. Partiamo da noi, cioè da alcune brevi considerazioni su ciò che ci sta intorno, che possiamo definire opinione pubblica di movimento, visibile da una rapida osservazione sui social network e dalle valutazioni a caldo in rete. Lo diciamo così, in modo secco: l’opinione pubblica di movimento riflette drammaticamente l’opinione pubblica dominante, aggiungendo magari qualche secondario e ininfluente accenno di distinzione ideologica. In queste ore l’attivista medio (usiamo appositamente questo termine debole) sembra essere mosso alla tastiera da una doppia urgenza. La prima è il bisogno di dire che l’Isis non ha niente a che vedere con noi (!). La domanda è: con chi vi state giustificando? La seconda è di aggiungersi al coro dell’orrore, urlare alle bacheche degli amici che gli attentatori sono nazisti, esprimere cordoglio per le vittime, affermare come sia brutto quello che è successo. Come se l’opinione dell’individuo contasse qualcosa, soprattutto di fronte ad eventi di natura globale e tellurica.

Primo dovere per un militante – in senso forte – è invece innanzitutto di capire, senza farsi travolgere dalle emozioni individuali (“quello è il ristorantino in cui ero andato durante le mie vacanze a Parigi”) o dall’opinione pubblica dominante, che è l’opinione dei dominanti, per di più espressa sulle piattaforme tecnologiche dei dominanti. Per esempio guardando alle biografie degli attentatori, probabilmente simili a quelle dell’azione contro Charlie Hebdo o di chi va a combattere con l’Isis, quando scopriamo che si tratta di cittadini francesi, giovani, di seconde o terze generazioni che portano sulla propria pelle i segni di storie lunghe di oppressione e marginalizzazione, che magari alla religione islamica ci sono arrivati dopo aver visto le immagini di Abu Ghraib o dei bombardamenti occidentali in una delle tante guerre combattute nelle ex colonie. Persone a cui l’Isis offre un reddito, un’aspettativa mistificata, la possibilità di un perverso riscatto alla rabbia accumulata, fosse anche nella forma di teste da tagliare o di persone da lasciare stese per terra.

Dobbiamo poi guardare a come pezzi differenti della composizione sociale reagiscono rispetto a questo tipo di attentati: a gennaio la segmentazione geografica della metropoli francese, di classe e di razza, emerse con chiarezza, con buona parte del ceto medio bianco raccolto attorno ai valori della Republique e buona parte delle banlieue indifferente o addirittura ostile al cordoglio per Charlie. Pensare che ciò ci restituisca da una parte i nemici e dall’altra gli amici sarebbe caricaturale, perché i nemici e gli amici sono sempre il prodotto di un processo di lotta e di organizzazione. Al momento, gli uni e gli altri in forma diversa sono perlopiù le figure soggettive prodotte dallo sfruttamento e dalla crisi, dall’impoverimento e dal declassamento, dall’assenza di futuro e dalla privazione di aspettative. Sono i soggetti così come vengono costruiti dal capitale, quindi da destrutturare e trasformare radicalmente, da scomporre e ricomporre in una direzione opposta.

Ma per farlo, dobbiamo capire che – piaccia o non piaccia – da qui partiamo. Senza capire questo, cosa opponiamo alle retoriche degli sciacalli che, sentendo odore di sangue, si fiondano su media e social network per eccitare le passioni popolari? Certo, è semplice associare il termine sciacalli a chi lo è per definizione, i Salvini, i fascisti e le varie risme di reazionari conclamati. Ma costoro non sono altro che il prodotto dei progressisti per bene, degli Hollande, degli Obama e dei buffoni di corte alla Renzi, che con l’elmetto in testa chiamano alle armi per difendere i valori universali della civiltà. Parlate per voi, sciacalli, perché quell’universale è da sempre fratturato da una linea di classe, da secoli di guerra e di colonialismo, dalle divisioni razziali che avete creato per costruire la vostra civiltà capitalistica e imporla, appunto, come universale. Al netto dalle dietrologie e dei mostri usciti dai laboratori della geopolitica imperiale, l’Isis e l’orrore di Parigi sono il prodotto dell’orrore della civiltà che ci hanno imposto.

Questa guerra è la loro guerra, non possiamo combattere l’effetto senza combattere la causa. Chi oggi pensa che basti urlare ai nazisti perché colpiscono le zone della città “progressiste” o “libertine”, imposta la questione su basi sbagliate, applicando degli schemi di lettura completamente inadeguati e autoreferenziali. Per gli attentatori di Parigi, probabilmente, quelle zone rappresentano il consumo e la forma-merce, questi sì i valori che il capitale ha imposto sul piano globale. Chi oggi dirige tali azioni indiscriminate non lo fa per mettere fine ai rapporti di oppressione e sfruttamento, ma per costruirne di nuovi. Non per dare nuove prospettive alle periferie, ma per costruire un nuovo centro. Questa è la contraddizione, dura e difficilissima, da agire.

In questo scenario, infatti, non abbiamo bisogno di mitologie sugli ultimi o codismo verso i primi. Da anni siamo in guerra, chi se ne accorge solo quando approda a New York o Parigi ne è complice. Dobbiamo sapere che la guerra ci pone sempre di fronte a una situazione radicale, nel senso letterale del termine: siamo cioè alla nuda radice dei problemi, rispetto a cui non tengono quelle forme di mediazione e compromesso che in altre circostanze possono invece funzionare. Oggi la guerra è alimentata dalla difficoltà delle lotte collettive e del conflitto radicale. Se vogliamo batterci contro la guerra, che è la loro guerra, non possiamo farlo con i buoni sentimenti o vaghe idee di giustizia: bisogna porsi il problema di come quelle radici vengono destrutturate e organizzate in una forma opposta a quella attuale. Da quei pezzi di composizione apparentemente impazziti bisogna passare, per rovesciarli in un’altra direzione; altrimenti faremo esclusivamente gli spettatori di eventi su cui l’unico potere che abbiamo è quello del “like” o del “dislike”. Citare quello che stanno facendo i curdi è semplice e corretto, ma non basta. Il punto è come facciamo come i curdi qui, nel ventre della bestia, contro l’unico nemico e le sue molte teste.

Sorgente: Il contrario di guerra non è pace: è conflitto

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