Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

È Dylan Dog, alla fine

Oggi esce il numero 351 di “Dylan Dog”, il primo scritto da Ratigher, uno dei nostri artisti preferiti e collaboratore di lunga data. L’abbiamo incontrato per sapere come ci si sente a lavorare su uno dei personaggi più popolari del fumetto italiano.

Nei primi Novanta Dylan Dog era il fumetto italiano. Vendeva moltissimo, e la gente ti stalkerava (anche se ai tempi la cosa era più sfumata, senza internet né cellulari) per comprare la tua copia del numero uno originale a sette, ottocentomila lire. Oggi il mio numero uno vale 150 euro circa, e nessuno mi aspetta sotto casa per chiedermelo o rubarmelo dopo avermi stordito con un colpo di Teledrin sulla nuca. Perché Dylan Dog vende molto meno di un tempo, certo. Ma non significa che sia morto. Le cifre del personaggio, per quanto ridimensionate rispetto ai tempi d’oro, sono comunque enormi per il mercato del 2015, se è vero che ogni numero sfiora le 110mila copie mensili, come dichiarato da chi lo pubblica.

A proposito: circa un paio d’anni fa la Sergio Bonelli Editore—che dal 2011 è retta dal figlio di Sergio, Davide—ha deciso che era arrivato il momento di rinnovare un po’ quello che rimane uno degli ultimi pezzi pregiati del mercato. Dunque ecco un nuovo curatore per la collana (Roberto Recchioni, da qualche anno nel giro degli sceneggiatori della testata), nuovi collaboratori, qualche novità narrativa tipo il pensionamento dell’ispettore Bloch. Tutto senza esagerare, e ci mancherebbe altro, visto che si maneggia un’icona. Risultato: attenzione su internet, lettori divisi nei commenti sulle singole storie, e vendite più o meno stabili.

L’ultimo numero di Dylan Dog è il 350, cifra importante. Infatti è stata celebrata con un albo tutto a colori, scritto e disegnato da Carlo Ambrosini che è bravo molto. A noi però interessa il 351, che esce oggi, perché è il primo Dylan Dog scritto da Ratigher. Come dire: uno degli autori più importanti di questo decennio—ma anche uno che scrive storie non esattamente mainstream—al lavoro su uno dei personaggi più popolari del fumetto italiano. Inoltre, Ratigher è uno dei nostri collaboratori storici e su VICE esce ogni mese con Intanto altrove. Può funzionare? Lui dice di avere “una certa strizza. È Dylan Dog, alla fine. Se non ho paura io per primo…”

VICE: Vabe’, cosa può succedere? Al massimo qualcuno ti insulterà su internet.
Ratigher: Certo, certo. Tra l’altro su internet per adesso vivo una situazione che è l’ideale per uno che fa il mio mestiere: o la gente mi dice cose belle, oppure non mi caga. Non ho ancora avuto a che fare con odio o roba del genere. Però, comunque… me la sono presa a cuore, ‘sta missione! Cioè, fare fumetti che piacciano a più gente possibile. Di solito non mi pongo il problema di piacere a qualcuno.

Adesso che ti sei unito alla malvagia corporation Bonelli, sicuramente qualcuno ti dirà che sei un venduto, e dovevi rimanere indie.
Guarda, sono abbastanza sensibile a questo discorso, per tanto tempo sono stato nel giro della musica indipendente e la cultura D.I.Y. In ambito musicale è un discorso che ha creato delle sconfitte totali. Comunque, nel fumetto non c’è davvero questo problema: la divisione tra mainstream e underground esiste solo all’esterno, non tra chi i fumetti li fa. Molti disegnatori di Tex conoscono e apprezzano gli autori underground, o alternativi, o come li vuoi chiamare. Ancora più spesso i disegnatori underground usano il fumetto mainstream come punto di riferimento. La tecnica, la storia del fumetto passa soprattutto per il mainstream. Nella musica è diverso, lì il mainstream, se è andata bene ha saccheggiato e annacquato l’underground, se è andata male non se l’è proprio cagato. Nel fumetto invece ci sono vette assolute che sono state raggiunte prima, soprattutto o solamente dal mainstream. Pensa alla scuola franco-belga, pensa a quanti autori underground rispettano Asterix o Tintin… Io e i miei amici amiamo alla follia Adriano Carnevali, l’autore dei Ronfi.

Credo dipenda anche dal fatto che il più famoso disegnatore del mondo non sarà mai famoso come—dico un nome a caso—Kanye West. E non se la menerà mai tanto, di conseguenza.
Certo, è un mondo più piccolo, senza dubbio: anche essere una superstar è relativo. O forse è che, mediamente, chi decide di fare il disegnatore è di base una persona diversa da chi decide di fare il rapper… Comunque è un fatto: nei fumetti, anche gli autori che sembrano più distanti, alla fine studiano lo stesso codice. C’è una condivisione di base.

A me piace molto la Bonelli, in generale. Mi piace anche la sede qui a Milano, vicino alla vecchia Fiera. I loro uffici sono pieni di roba, di carta, di libri, alle pareti dei corridoi sono appesi milioni di disegni…
Per me, che vengo solo da giri piccoli, underground, eccetera, l’impatto è stato favoloso. Quella è l’industria del fumetto italiana, ci lavorano professionisti, ma non hai mai l’impressione che ci siano caste, clientele, roba così. Non è come nel cinema, dove appena entri nella macchina di qualche produzione importante ti viene in mente che ci sia quello che ha avuto la spintarella, quella che è la figlia di, roba così…

E poi c’è il discorso della milanesità. Io, da non-milanese, ho visto la mia idea della milanesità che prendeva corpo: la professionalità, l’etica del lavoro, la produttività, però anche il rimanere popolari, senza prendersi troppo sul serio, coltivando la normalità.

Stiamo diventando un articolo del Sole 24 Ore. Parliamo di questo numero 351 di Dylan Dog. Si intitola “In fondo al male”, un gioco di parole che non so decidere sia bruttissimo o bellissimo.
Per me è bellissimo, nasce dal titolo di lavorazione che gli avevo dato, che era un altro gioco di parole, ma troppo lungo. Quando mi hanno comunicato il titolo definitivo ho sorriso in modo ebete pensando “peeerfettoooo!” Sarà che al momento mi piace tutto.

È stata dura scriverlo?
No, è bastato cambiare i miei punti di riferimento. Per semplificare: dalla figaggine di Francis Ford Coppola, che è la mia stella polare quando lavoro da autore completo, alla precisione di Hitchcock, che ho deciso sarà la mia stella polare per il mio impegno su Dylan. Per Dylan Dog sapevo di aver bisogno di una storia interamente strutturata e solidissima fin dall’inizio, il cui fine fosse l’intrattenimento.

Credo sia arrivato il momento di raccontarla un po’.
Allora. Dylan Dog viene assoldato da una ragazza che proviene da un piccolo paesino della provincia scozzese per indagare sulla scomparsa della sua migliore amica… Durante le ricerche si scopre che l’amica è stata uccisa. Che è uno spoiler, se volete, ma va be’.

Gli spoiler sono sopravvalutati, di questi tempi.
A me non frega quasi niente degli spoiler, in generale. Potremmo stare qui a parlarne per ore, ma per farla breve penso che sia una delle ansie più stupide create dai social network applicati ai prodotti d’intrattenimento moderni. Il problema non è lo spoiler: è che se l’intrattenimento che ci viene proposto è solo un susseguirsi di colpi di scena senza ciccia, non vale niente. Se ti raccontano il finale di un libro di Jack London, non è che ti rovinano la lettura. Se invece sei costretto a non rivelare i colpi di scena, vuol dire che il tuo racconto è superficiale, perché ci sono solo quelli, solo uno dei mille stratagemmi narrativi che puoi applicare a un racconto.

Ti ricordi la prima volta che hai letto Dylan Dog?
I miei cugini mi hanno introdotto ai fumetti “nuovi”, quando ero piccolo. Mio padre leggeva l’Eternauta, Corto Maltese, Linus. Poi sono arrivati i cugini con Splatter, Fangoria, Dylan Dog.

Non credo che riusciremo a spaventarci ancora tanto, con un fumetto.
Però ci sono molte cose che mi fanno paura anche adesso. Pensa a tutta la roba giapponese ero-guro, da Shintaro Kago e Suehiro Maruo in giù… quella è inquietante fino a farti sfiorare il terrore vero. Io spero di costruire storie che possono spaventare, magari andando in direzioni diverse rispetto all’orrore classico. Non sono più le streghe o gli zombi che fanno paura, ma i conflitti tra persone. Pensa a un dialogo tra due personaggi che hanno una relazione amorosa e si dicono esattamente quello che pensano l’uno dell’altro. Se lo scrivi, è spaventoso.

E lo splatter? Quello ormai è stato normalizzato, quindi è come fosse morto.
Sì, nel senso che negli anni Ottanta aveva un impatto molto più forte. Io leggevo Fangoria, e mi scoperchiava davvero il cervello. Oggi lo splatter è entrato dentro la cultura popolare, ma non può più avere la forza sovversiva che aveva un tempo. Infatti anche nelle prime cose che ho scritto per Dylan Dog non c’è molto splatter… Il che non significa che non abbia voglia di provare a usarlo! Devo solo trovare un modo che abbia senso oggi.

Dylan Dog può fare delle cose e non può farne altre. Ti senti quello che deve provare a forzare le regole?
No, no. È bellissimo scrivere un personaggio definito da tanti anni di storia… Ad esempio, nel numero 351 c’è una scena in cui un ragazzino maltratta un cane, e Dylan lo rimprovera attaccandogli una pippa animalista tipicamente sua. Ora, io quella scena non l’avevo prevista inizialmente: è venuta fuori da sola, perché Dylan Dog è così, ha quegli ideali. Ti sembra di scrivere di qualcuno che è vero, nel senso di reale, esistente. I tratti codificati del personaggio non li vivo come dei limiti, anche perché, intendiamoci, non sono così stretti: Dylan Dog può andare ogni giorno con una donna diversa, combattere con le peggiori divinità lovecraftiane senza neanche la pistola… di possibilità ce ne sono un bel po’. Sarà solo che ho un approccio positivo, non so.

A destra, i disegni definitivi di Alessandro Baggi; a sinistra, gli sketch di Ratigher a confronto. Dylan Dog è un personaggio creato da Tiziano Sclavi © 2015 Sergio Bonelli Editore

Quello è importante.
Guarda, tempo fa stavo parlando con un disegnatore—diciamo del giro del fumetto “alternativo”—che mi ha detto: “Ma come fai a scrivere un personaggio come Dylan Dog? Quello è un ex-sbirro, con la mentalità da celerino.” Cioè, a parte che non la vedo proprio in questo modo… è comunque interessante scrivere un personaggio che sia altro da te. Credo che gli scrittori lo facciano da qualche secolo, no? Io non sono Dylan Dog. Come nessuno degli altri scrittori di Dylan Dog. Tranne forse Tiziano Sclavi all’inizio…

Lui ti faceva paura, quando scriveva Dylan Dog?
Nei Dylan Dog di Sclavi la paura è solo parte del pacchetto, di sicuro un buon 50 percento, però diciamo che rimanevo più affascinato che impaurito. Sinceramente la storia che mi aveva spaventato di più da piccolo era di Claudio Chiaverotti, credo fosse la prima che abbia mai scritto. Si intitolava “Il buio”.

“In fondo al male” l’ha disegnato Alessandro Baggi, che aveva iniziato proprio negli anni Ottanta con Splatter. Lui lavora alla Bonelli già da qualche anno… hai subito del nonnismo, da parte sua?
Mah, diciamo che mi ha fatto delle critiche anche piuttosto radicali: una volta mi ha detto “qui questa cosa l’hai descritta come se dovessimo fare un film. Ma questo è un fumetto.” Boom.

Però la cosa non mi ha mai preso male, anzi. Lui ha proposto alcuni cambiamenti, e nell’80 percento dei casi li ho accettati, perché aveva ragione. Mi ha convinto a togliere delle cose che, ripensandoci, erano molto “alla Ratigher”. Sai, magari una serie di dettagli, di micromovimenti, espressioni, cose che uso io di solito nei miei fumetti… Credo che fosse una specie di ansia da prestazione mia, di dare tipo un’impronta ratigheriana alla storia, invece i fumetti Bonelli si fanno in due.

E la tua prossima storia?
La sto scrivendo ora, non voglio dire niente finché non l’ho finita. Ma so che la disegnerà Paolo Bacilieri.

Sorgente: È Dylan Dog, alla fine | VICE | Italia

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *