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Come colpire il petrolio per fermare il Califfato – Il Sole 24 ORE

Come colpire il petrolio per fermare il Califfato – di Alessandro Ovi e Luca Longo

Sono necessari grandi finanziamenti per mettere in campo l’enorme numero di armi e mezzi che hanno permesso all’Isis di consolidarsi in Iraq, Siria e parte della Libia, di fagocitare al-Qaeda e attrarre altre bande terroristiche dal centro Africa. Una parte consistente del “prodotto interno lordo” dello Stato Islamico deriva dal petrolio. Secondo stime del governo Usa, l’Isis guadagna almeno 50 milioni di dollari al mese da estrazione e vendita illegale di petrolio a prezzo di saldo: dai 35 $ fino a soli 10 $ al barile.

Infatti, la strategia di espansione dell’Isis in Iraq e Siria non ha fatto altro che puntare al controllo dei pozzi. L’ultimo pozzo siriano è stato conquistato a luglio 2015: i terroristi controllano ora 253 pozzi e di questi circa 161 risultano ancora operativi. Secondo il comitato parlamentare per l’Energia del legittimo governo dell’Iraq, l’Isis estrae ora 30-40mila barili di petrolio al giorno dalla Siria e circa 20mila dai pozzi iracheni attorno a Mosul.

La gestione di pozzi di estrazione, o di raffinerie, è tutt’altro che banale. Mentre è certo che l’Isis non possegga i mezzi e le conoscenze necessarie per effettuare prospezioni petrolifere o nuovi scavi, è in grado di mantenere in efficienza almeno parte dei pozzi. Va sottolineato che non si ha più traccia di 275 ingegneri e 1.107 operai specializzati che gestivano i pozzi siriani prima dell’invasione; ma pare molto improbabile che, anche se ancora vivi e disponibili a lavorare, possano da soli effettuare le continue e delicate manovre di regolazione necessarie al funzionamento dei pozzi di estrazione, o intervenire efficacemente in caso di serie avarie.

Per ovviare a questi problemi, i jihadisti hanno lanciato proposte di ingaggio a manager e ingegneri esperti nella gestione dei pozzi. I salari offerti arrivano a 225mila $/anno. Gli interessati devono inviare curriculum dove dimostrano tanto la loro competenza tecnica quanto la loro devozione alla causa jihadista. In secondo luogo, pare abbastanza evidente che gli Stati che finanziano sottobanco il Califfato siano altrettanto interessati a inviare anche macchinari e personale esperto.

Infine, lo Sato Islamico pare avere dimostrato ampie competenze nel settore del “fai da te”. A Deir ez-Zor – la sesta più grande città siriana e capitale dell’industria petrolifera locale prima che le sanzioni imposte nel 2011 bloccassero i contratti con Shell e Total – gli impianti di raffinazione, in buona parte distrutti nel corso della guerra civile, sono stati rimpiazzati da decine di microraffinerie a gestione familiare. Alla gestione di questi impianti, facilmente individuabili dalle colonne di fumo nero che sprigionano, vengono adibiti bambini che spesso rimangono vittime di esplosioni dovute a perdite o alla sovrappressione generata da temperature troppo alte.

Pure la distribuzione del greggio, o dei suoi rudimentali derivati, viene effettuata in modo non convenzionale. Gli oleodotti in superficie sono stati sabotati all’inizio dell’invasione dagli stessi terroristi, e comunque, anche se rimessi in attività, risulterebbero troppo vulnerabili. Ma sono stati individuati presso Besaslan brevi oleodotti sotterranei proprio a cavallo della frontiera turca.

Quello che oggi è certo è che convogli costituiti da centinaia di autocisterne partono giorno e notte da Raqqa per passare clandestinamente in Turchia lungo rotte che si distaccano dalla strada per Aleppo, oppure verso sud per poi passare in Medio Oriente. Alcune autobotti sono di proprietà di commercianti indipendenti, che acquistano il greggio direttamente sui campi petroliferi o presso i “mercati” di Manbij o al-Bab, oltre Aleppo, trasportandolo con autobotti di proprietà. Sono stati anche individuati contrabbandieri a piedi o a cavallo, che trasportano petrolio o derivati in taniche caricate sulle spalle filtrando attraverso la molto vaga frontiera settentrionale. Ma la maggior parte delle esportazioni è costituita da convogli gestiti direttamente dall’Isis che provvede a scortarli finché non vengono ceduti a broker che a loro volta li passano ad altri intermediari, finché il petrolio non risulta “ripulito” dalle proprie impresentabili origini ed è pronto per entrare nei rispettabili canali di distribuzione ufficiali. Il detto latino “pecunia non olet” pare che valga anche qui .

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L’Isis certamente non ha conoscenze e tecnologie necessarie per nuove esplorazioni o anche trivellazioni in aree note ma possono, con complicità specializzate provenienti dall’esterno, solo gestire pozzi e impianti esistenti. Mentre il valore di un’autocisterna è inferiore al valore di un missile, la posizione di ogni singola testa pozzo è nota con l’approssimazione di qualche millimetro alle compagnie che l’hanno perforata ed è facilmente individuabile . Attacchi mirati e concertati su queste permetterebbero allo stesso tempo di bloccare la produzione alla fonte e di ripristinare con relativa semplicità la produzione quando il campo petrolifero sarà riconquistato.

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Sorgente: Come colpire il petrolio per fermare il Califfato – Il Sole 24 ORE

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