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Perché il debito pubblico italiano continua a crescere? | VICE | Italia

vice.com/ – Perché il debito pubblico italiano continua a crescere? – Di Nicolò Cavalli

Illustrazione di Giovanni Forleo

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Quando avrai finito di leggere questo articolo, il debito pubblico italiano sarà aumentato di circa 500 mila euro.

Cercando “debito pubblico record” su Google, si trovano 422 mila risultati. Secondo i dati pubblicati la scorsa settimana, a maggio 2015 il debito pubblico italiano ha raggiunto la cifra record di 2218 miliardi di euro. Ad aprile, il debito aveva raggiunto la cifra record di 2194 miliardi di euro. A marzo, il debito aveva raggiunto il record di 2184 miliardi. A febbraio, aveva raggiunto la cifra record di 2169 miliardi. Si potrebbe andare avanti, ma penso abbiate capito qual è il punto: il debito pubblico italiano cresce costantemente, tanto da battere ogni mese il proprio record, facendo felici tutti i principali quotidiani italiani che hanno già il titolo pronto.

Un po’ meno facile da capire è perché il debito pubblico italiano continui a crescere. A questa domanda, Google risponde con una marea di articoli che suggeriscono una marea di differenti risposte, oltre naturalmente ai “video shock” che promettono di dire tutta la verità sull’aumento del debito e a quelli in cui Beppe Grillo, quando ancora faceva il comico, spiega “cos’è il debito pubblico.”

Sempre su YouTube, l’utente @cippala2 ha provato a rispondere alla stessa domanda, finendo per litigare con l’utente @brayangrif e incalzandolo: “ah ah ma perché non studi invece di scrivere cagate assurde? Il debito pubblico è la ricchezza del POPOLO, rappresenta il suo reddito. Sei ai livelli penosi di Travaglio.” Ma tra i più agguerriti sono gli utenti del “video shock” di cui sopra, che hanno risposto 289 volte a un solo commento: “Purtroppo temo che il signore che parla nel video abbia ragione. Il meccanismo di cui sta parlando è piuttosto conosciuto e si chiama signoraggio bancario.”

Abbracciare la complessità è esercizio intellettuale difficile: è per questo che attorno al tredicesimo secolo Guglielo di Occam ha formulato la “legge della parsimonia”—il cosiddetto Rasoio di Occam—secondo cui “a parità di fattori la spiegazione più semplice è sempre quella da preferire.” Nel caso del debito pubblico, la spiegazione più semplice è la seguente: il debito aumenta perché nel bilancio dello stato italiano le spese superano le entrate. Per coprire i costi non coperti dalle tasse, quindi, lo stato deve chiedere denaro in prestito, pagando un interesse su quel prestito. Accumulando prestiti si accumulano debiti, e poiché in generale i prezzi dei beni e dei servizi—compreso il costo del lavoro—aumentano costantemente (anche se, in questo periodo di bassa inflazione, di poco), aumenta costantemente anche la quantità di denaro da chiedere in prestito, e di conseguenza il debito pubblico aumenta.

Per fare un esempio: secondo il Documento di Economia e Finanza pubblicato dal Ministero dell’Economia, nel 2014 lo stato italiano ha speso 826 miliardi di euro e ne ha incassati 777, per un “indebitamento netto” di 49 miliardi. Nel 2015, è previsto che lo stato mantenga quasi invariate le sue spese e aumenti i suoi incassi fino a 785 miliardi, diminuendo l’indebitamento a 41 miliardi. Nei prossimi anni, il Ministero dell’Economia prevede che la spesa continuerà ad aumentare, arrivando nel 2019 a 864 miliardi di euro l’anno; allo stesso tempo, però, il governo prevede che aumenteranno le entrate, dai 777 miliardi del 2014 agli 881 miliardi del 2019. Un aumento di 104 miliardi l’anno determinato soprattutto da un aumento delle tasse, la cui raccolta passerà dai 485 miliardi del 2014 ai 565 del 2019. In quell’anno, il debito scenderà di 17 miliardi. Ma, se come promesso Renzi taglierà 50 miliardi di tasse, allora le uscite continueranno a superare le entrate.

Ma perché le spese continuano ad aumentare? Tra i 321 mila risultati forniti da Google a questa domanda si trovano le risposte più disparate. Lo stato ladro, le regioni ladre, la spesa per interessi causata dal “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro italiano nel 1981 e così via.

Il punto principale è che tagliare le spese durante una crisi economica non è impresa facile: innanzitutto perché in recessione esistono i cosiddetti “stabilizzatori automatici,” che implicano minori entrate (essendo le tasse proporzionali a redditi in discesa) e maggiori uscite (per via dell’aumento del numero di sussidi di disoccupazione e altre “prestazioni sociali” a sostegno delle fasce più colpite dalla crisi). Questi stabilizzatori, che in quanto automatici non sono nell’immediata disponibilità dei governi, agiscono in modo tale da risultare in una maggiore spesa complessiva. Per questo motivo, la spesa per le prestazioni sociali è cresciuta da 60 a 71 miliardi tra il 2010 e il 2014, per un aumento del 18 percento. Altre spese, invece, sono difficili da abbattere, come dimostrato di recente dalla sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni—quando a fine giugno è stato considerato illegittimo il blocco dell’aumento delle pensioni sopra i 1400 euro deciso dal governo Monti, che aveva fatto guadagnare al governo oltre 10 miliardi e avrebbe generato consistenti risparmi in futuro. E sono proprio le pensioni una delle principali voci di spesa dei prossimi anni, visto che il loro costo per il bilancio pubblico aumenterà da 256 a 284 miliardi di euro nel 2019.

Secondo il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, il debito non deve essere fonte di preoccupazione, perché “sono solo soldi che dobbiamo a noi stessi.” In effetti, circa il 60 percento del debito pubblico italiano è detenuto da cittadini e banche italiane. Il che significa che quello che conta come “debito”—e quindi come passività—per lo stato, conta come “credito”—e quindi come ricchezza—per alcuni cittadini e banche. Ma come abbiamo visto questo è vero solo in parte, perché oltre un terzo del debito è detenuto da banche e cittadini e stranieri, oltre che dalla Banca Centrale Europea.

Questi potrebbero, come successo nel 2011 e nel 2012, preoccuparsi per la sostenibilità del debito pubblico italiano e venderlo, richiedendo interessi più alti per riacquistarlo. Il governo può rifarsi sui propri cittadini, ma non su quelli esteri e, in assenza di qualcuno disposto a comprare debito, il costo più elevato degli interessi non fa che aumentare le uscite dello stato, rendendo però ancora più precaria la situazione finanziaria del bilancio e più difficile ripagare i debiti accumulati in precedenza.

Quando questo è accaduto, i governi italiani hanno risposto diminuendo un po’ la spesa (passata da 724 a 697 miliardi tra il 2010 e il 2015 al netto degli interessi da pagare sul debito) e aumentando il prelievo fiscale (passato da 723 a 785 miliardi). Ma alzare le tasse durante una crisi economica non fa che peggiorare la situazione. Anche diminuire le spese ha un effetto negativo sull’economia: secondo il Fondo Monetario Internazionale, per ogni euro di spesa tagliato l’effetto negativo sull’economia è di -1,5 euro, mentre un aumento della spesa avrebbe un effetto positivo della stessa dimensione.

Questo mix di politiche, insomma, avrebbe contribuito al riacutizzarsi della crisi di questi anni, contribuendo alla caduta del PIL. E ovviamente all’aumento del rapporto tra debito (che è aumentato) e Pil (che è diminuito), oggi al 132 percento, che pone l’Italia seconda dietro solo la Grecia in Europa per debito e terza, dietro Grecia e Giappone, tra i Paesi avanzati. Ma poiché in fondo è proprio il PIL, che è il reddito di una nazione, a determinare l’abilità di ripagare il proprio debito sul lungo periodo, è questo rapporto (e non il valore assoluto o nominale del debito) che conta davvero e, quindi, solo una ripresa della crescita economica può rendere più sostenibile il debito pubblico italiano nel lungo periodo.

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Sorgente: Perché il debito pubblico italiano continua a crescere? | VICE | Italia

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