CHI SALVERÀ IL MERIDIONE (GIOVANNI VALENTINI) | Triskel182

31 Luglio 2015 0 Di luna_rossa

meridione

NON bisogna essere nati necessariamente al Sud per sentirsi scossi e colpiti dal grido d’allarme lanciato dalla Svimez sul rischio di un “sottosviluppo permanente” che incombe sul nostro Mezzogiorno.

BASTA essere nati in Italia, in qualunque regione italiana. E cioè essere cittadini di questo benedetto Paese, meridionali o centro-settentrionali, non fa differenza. Un Paese sempre più diviso e diseguale, con un Sud che ormai va alla deriva. I dati forniti ieri dall’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno — fondata nel 1946 da un gruppo di industriali e finanzieri lungimiranti, tra cui diversi uomini del Nord — documentano drammaticamente uno stato di crisi che equivale a un coma profondo.
Il Sud è in agonia. E il pericolo maggiore è che con un handicap del genere non riesca più neppure ad agganciare una possibile ripresa, se e quando dovesse effettivamente manifestarsi a livello nazionale.
Nella “desertificazione industriale” che attanaglia il suo apparato economico, tanto da espellere dal mercato perfino imprese sane e tuttavia non attrezzate a resistere così a lungo, il Mezzogiorno attraversa oggi la crisi più grave del dopoguerra. Bassa produttività, bassa crescita e quindi minor benessere, questa è la spirale perversa che minaccia di soffocarlo in una morsa di disoccupazione e povertà, penalizzando in particolare i giovani e le giovani donne.
La durata della recessione, la riduzione delle risorse per infrastrutture pubbliche, la caduta della domanda interna, sono tutti fattori che concorrono ad alimentare un tale degrado.
Ma forse il dato ancor più significativo e preoccupante è quello demografico: nel Sud non si fanno più figli. L’anno scorso nelle regioni meridionali sono state registrate appena 174mila nascite, un minimo storico al livello di 150 anni fa, all’epoca dell’Unità nazionale. E per una società come quella meridionale, legata ai valori della civiltà contadina, della famiglia patriarcale, della “ricchezza delle braccia”, questo è il sintomo più evidente di un ripiegamento su se stessa, di una chiusura alla vita e al futuro. Una sindrome collettiva al limite della disperazione esistenziale.
Se l’Italia è stata negli ultimi tredici anni il Paese che è cresciuto di meno in tutta Europa, il Mezzogiorno è cresciuto addirittura metà della Grecia. E la stessa Confindustria, pur registrando recentemente qualche segnale di ripresa, avverte tuttavia che bisognerà aspettare il 2025 per recuperare i 50 miliardi di Prodotto interno “bruciati” dalla recessione. Ma il Sud, in queste condizioni, non può permettersi assolutamente di aspettare altri dieci anni nella speranza di riuscire a sopravvivere.
Il fatto è che, da molto tempo a questa parte, lo Stato italiano ha abbandonato il Mezzogiorno. È vero, come dicono ora gli esponenti della minoranza “ dem” in polemica con il segretario del loro partito, che il Sud è diventato un “impegno marginale” per il governo di Matteo Renzi. Ma bisogna avere l’onestà intellettuale di ricordare anche che questo abbandono era già iniziato con il centrodestra, sotto l’effetto della propaganda federalista e dell’influenza leghista: tra il 2001 e il 2013, il calo degli aiuti di Stato alle imprese non è stato in alcun modo compensato dagli investimenti diretti pubblici che, anzi, a loro volta si sono ridotti di circa 27 punti.

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