Litighiamo – Wittgenstein

9 Maggio 2015 0 Di luna_rossa

litighiamo 2

C’è in giro un’aggressività un po’ preoccupante: non solo per i suoi risultati diretti – macchine bruciate, violenze, insulti quotidiani – ma anche perché spinge a stare alla larga, farsi da parte, evitare di mettersi nei guai. Io, per piccolo esempio, ho smesso di rispondere a tutti su Twitter con la frequenza di un tempo: il rumore, la sciocchezza, la ricerca di rogne, la violenza di minoranze, feriscono, deprimono, demotivano. Lo so, lo sappiamo, lo diciamo, che sono minoranze, e ci confortiamo dell’esistenza di complici e benintenzionate maggioranze. Ma sappiamo anche che qualcosa di irrazionale ed epidermico poi riesce a battere la logica e il buon senso. La soluzione – è capitato a molti – è relazionarsi meno con gli sconosciuti, frequentare solo luoghi e persone conosciute. Finisce che stiamo alla larga, da Twitter o da certe periferie.

Non sto parlando di Twitter. Parlo di tutto: le violenze di Milano di venerdì hanno generato un’ulteriore rabbia che nel giro di poco si è trasformata in litigi e aggressività sui social network, in tv, sui giornali. Tante persone hanno voglia o bisogno di sfogarsi: in rare occasioni – soprattutto di vicinanza fisica, devo dire – come ieri a Milano ci si sfoga cercando qualcuno a cui stare vicino, con cui condividere buone intenzioni, e sentirsi meglio. Ci si ricorda, si sa, si dice, che sono minoranze, e ci si conforta dell’esistenza di complici e benintenzionate maggioranze. Ma in una gran parte di casi qualcosa di irrazionale ed epidermico poi riesce a battere la logica e il buon senso e ci si sfoga cercando qualcuno da avere lontano, da indicare come nemico, e sentirsi meglio.

Mi chiedo quanto siano diversi gli animi responsabili dalle stesse violenze di Milano: nessuno sa esattamente quali fossero le quote antropologiche tra quelli che hanno fatto danni e casino – teppisti seriali, ribelli politicizzati, giovani disadattati in cerca di emozioni qualunque – ma io non credo che quello che li muova sia “un’idea” a cui opporsi, o che quelli siano “un nemico”. Voglio dire, non più di quanto lo siano gli spacciatori in periferia, o gli ultras violenti degli stadi. Disagi personali, trogloditismi individuali, problemi di degrado e di ordine pubblico: responsabilità e limiti individuali. E mi domando se non siano in fondo le stesse insoddisfazioni e frustrazioni di sé che portano ad aggressività su diverse scale (ferme restando le notevolissime differenze di scala: lo scrivo per quelli che si animano intorno all’uso delle parole, e litigano se uno li definisce “fessi” perché bisogna chiamarli “criminali”: le due cose tra l’altro non si escludono, nella maggior parte dei casi).

Il darsi da fare a pulire, tutti insieme, ieri a Milano, è stata una cosa molto bella. Mi convinceva un po’ meno un altro approccio che avevo percepito nell’appello di questa manifestazione: quello del “manifestare”, dei “milanesi che dicono no”, eccetera. Mi sembrava una prova di debolezza: una città, il suo sindaco, le sue istituzioni, non protestano contro i problemi di ordine pubblico (generati anche da diversi milanesi, tra l’altro, a quel che sembra), per quanto eccezionali: li affrontano e risolvono, per quanto possibile, e mostrandosi forti e superiori, guardando altrove con senso della misura. Non per presunzione, casomai per consapevolezza di sé, ma soprattutto per efficacia.

Invece mi pare che procediamo – plagiati anche da un sistema del’informazione che ha grosse responsabilità – per sensazionali emergenze cicliche, e buttiamo tutto sotto il tappeto tre giorni dopo, fino alla prossima. I problemi si misurano solo in auto bruciate o facce manganellate: che esistano decine e centinaia di violenti in cerca di sfogo è una questione rimossa fino a che non bruciano delle macchine in centro, e allora in quel momento lì ci si dimentica il grande trionfo italiano e la bellissima giornata di dieci minuti prima, e tutta l’Italia diventa solo la nuvola di fumo nero in via Carducci. Che esista un problema di gestione delle proteste e delle tensioni di piazza è una questione rimossa fino a che qualcuno non si prende una manganellata in faccia e la foto piena di sangue può essere condivisa e pubblicata ovunque. E tutto diventa una nuova battaglia di violenze verbali per dimostrare che qualcun altro da noi è più cattivo o è il cattivo.

Sta nelle cose, direte: il male esiste, e la comunicazione confonde dove sia, quindi ognuno si crea il suo, istruito da messaggi più o meno strumentali, più o meno in cattiva fede. Però allora bisogna farsi una ragione anche di Milano – o di Bologna -, di auto bruciate, poliziotti bastonati e manganellate in faccia. Lavorare di polizia, e di educazione di polizia, tenendo d’occhio cosa esce da sotto il tappeto, e chi se ne importa fino a che sta sotto il tappeto. Cercare di essere, nel campionato della violenza, quelli che vincono.

A me non piace, poi fate voi. Mi piace di più quando le persone vanno insieme a metterci una pezza, e mi piace che ci siano persone che ce la mettono ogni giorno, facendo cose che in diversi modi migliorano pensieri, persone, atteggiamenti, vite. Mi piace che il racconto della realtà non sia avvolto dalla nuvola di fumo di via Carducci. Mi piace che le persone si parlino per farsi capire e non per sfogarsi o cercare se stessi in vittorie verbali, scritte sui muri e auto incendiate. Mi piace che la giornata di venerdì abbia suggerito che forse Genova qualcosa ha insegnato, a quel caro prezzo. Ma la gara di propagande politiche e personali per indicare i cattivi e gonfiare il petto, non è tanto che non mi piaccia: è che non funziona, contro la violenza. È, la violenza.

Litighiamo – Wittgenstein.

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