La sostituzione del Dissenso: otto fatti, e un’interpretazione – [email protected]

21 Aprile 2015 0 Di ken sharo

La sostituzione del Dissenso: otto fatti, e un’interpretazione jacopo iacoboni la Stampa

La sostituzione da parte di Matteo Renzi di dieci deputati contrari all’Italicum dalla Commissione affari costituzionali segna una pagina sulla quale è necessario dire qualcosa, che resti agli atti. Naturalmente, provando a mettere in fila ciò che abbiamo capito di fattuale, e poi come la vediamo.

– Il primo punto è che l’assemblea del Pd ha votato, a maggioranza, il sì all’Italicum. In quella occasione, dei 310 parlamentari Pd, in assemblea erano presenti in 190. Gli altri, hanno scelto di non votare. Questo configura un dissenso sostanziale, ma altrettanto innegabilmente un mandato politico conferito ai parlamentari. Possono essi disattenderlo, non solo in aula ma in commissione?

– Il Pd, come ogni partito, rivendica le decisioni a maggioranza, e che poi gli eletti si adeguino, senza ulteriore libertà (la stessa libertà negata da Grillo ai suoi tanti epurati): il che è comprensibile, ma un giusto vanto del Pd è proprio avere, nel suo stesso statuto, una norma che consente libertà assoluta agli eletti su due materie: quelle di rilevanza costituzionali (e questa legge, legata alla riforma del Senato e alla rottura del bicameralismo paritario, certamente lo è) e quelle bioetiche. Lo Statuto non spiega se tale libertà si riferisca solo al voto in aula, o anche al voto in commissione. Nel silenzio, dobbiamo presumere di sì.

– Il punto è che però la questione non riguarda la vita interna di un partito, ma le istituzioni, la Costituzione, i regolamenti parlamentari. Secondo l’articolo 67 della Carta, il parlamentare esercita, come noto, le sue funzioni senza vincolo imperativo, in totale libertà. La distinzione tra un’aula – dove ciò sarebbe concesso – e una commissione – dove invece si voterebbe secondo spirito di gruppo – semplicemente, non esiste in quell’articolo della Costituzione. La libertà dell’eletto è totale, tanto è vero che nel testo dei costituenti si parla di “funzioni” tout court, senza distinguere tra aula e commissioni.

– L’interpretazione dell’articolo 67, già di per sé poco contestata, è rafforzata dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 14 del 1964. “Il parlamentare – scrive la Corte – è libero di votare secondo l’indirizzo del suo partito, ma anche libero di sottrarsene”. Questo perché l’eletto rappresenta, per la Costituzione, la nazione, non il partito. Trattasi di un principio notissimo, e fondamentale nel diritto pubblico italiano. Siamo, lo dico in maniera meno forbita, dinanzi a una vicenda in cui non sono in questione i rapporti di forza dentro un partito, ma il funzionamento di alcune istituzioni comuni (poi le si possono cambiare, naturalmente, ma finché ci sono, questo è).

– Il regolamento della Camera prevede (ex articolo 19) la sostituzione dei membri di una commissione. Ma menziona solo sostituzioni individuali, per alcune fattispecie precise (tre o, secondo una interpretazione estensiva, quattro): impedimenti dell’eletto, scambio tra eletti dello stesso partito in commissioni diverse, partecipazione di un commissario al governo. Non è assolutamente menzionata altra ipotesi (anche nel caso di una sostituzione ad hoc relativa a un progetto di legge specifico: dove si può inserire un altro parlamentare, singolarmente, ma con ragioni specifiche: poniamo, si inserisce Iacoboni nella commissione sulla musica elettronica di Los Angeles negli anni dieci, in quanto utile e riconosciuto esperto del genere).

– Le prassi parlamentari e le ricerche che ho potuto fare non ricordano grandi casi analoghi di sostituzioni in blocco. Naturalmente la questione può essere aperta e dibattuta, in sede giuridica e storico-parlamentare; ma è dunque – perlomeno – molto controversa. Eufemismo.

– Ciò nonostante, la rilevanza del problema che si pone è politica, prima che costituzionale. A dispetto di quello che ci ha sempre promesso (“legge elettorale solo con ampio consenso”) il premier si trova ad andare in porto con una legge elettorale molto probabilmente votata (se ci sarà scrutinio segreto finale) neanche da tutto il Pd (anzi), e stampellata di nascosto dalla parte di Forza Italia verdiniana: Forza Italia ha disdetto l’accordo, nella sua linea ufficiale; ma potrebbe proporsi come utile ascaro. Si può dire che l’ampio consenso è venuto meno a Renzi strada facendo, e che lui l’ha cercato in tutti i modi e in perfetta buona fede. Lo si può pensare. Il fatto è che a oggi non ce l’ha.

– Tutto intorno, come si capisce, ci troviamo dinanzi uno scenario di grandi divisioni, Aventini – giusti o strumentalmente evocati, sensati o speculativi che siano, non entriamo qui nel merito di questo ulteriore tema – e una profonda sensazione collettiva (direi francamente innegabile) di logoramento del quadro politico, e della qualità democratica generale del confronto. Lo si percepisce non solo nelle stanze parlamentari, ma anche fuori, soprattutto fuori. Un terzo d’Italia ama molto Renzi, due terzi lo quasi odia.

– Ps. Renzi si ritrova con un totale caos dentro il partito che guida. Può finire in nulla, e i dissidenti allinearsi e risultare infine vinti, molli e sfiniti. Ma anche no: la frattura è sempre più grande, i guai per il segretario sempre più estesi, il suo guadagno politico, nella manovra interna, sempre più opinabile (parentesi: secondo quanto risulta qui, i guai oggi sono veri, e configurano un rischio reale).

I fatti sono questi. Restano in piedi tante interpretazioni possibili; per esempio i sostenitori del segretario-premier potranno, anche correttamente, ricordare quanto di strumentale ci sia in certe opposizioni dentro la minoranza Pd. Ma poco possono rispondere, credo, sulle perplessità giuridiche – che certo configurano una forzatura delle regole – e sul quadro di totale, non mediato scontro politico che questa triste vicenda ci consegna; nel logoramento collettivo anche della mera possibilità di dialogo pubblico tra le parti.

twitter @jacopo_iacoboni

via FB MS

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