Armenia: genocidio e il resto – L’Indro

21 Aprile 2015 0 Di macwalt

lindro.it/ – Armenia: genocidio e il resto. La persistente inconciliabilità con la Turchia costringe Erevan a rafforzare i già solidi legami con la Russia – di franco soglian

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Sicuramente pastore, ex officio, piuttosto o prima che politico, papa Francesco viene accusato da più di una parte di essere sceso su un terreno che non gli compete condannando il genocidio armeno di un secolo fa. E’ una questione discutibile, naturalmente. Sembra, invece, difficile negare che il suo gesto sia stato poco ‘politico’ nel senso che ha probabilmente accentuato i guai odierni di quello che dovrebbe esserne il principale beneficiario: la piccola Repubblica di Armenia, almeno in quanto rappresentante e punto di riferimento di un ben più numeroso popolo che una diaspora plurisecolare ha sparpagliato in ogni angolo della terra. Di un Paese, cioè, sede di una civiltà tra le più antiche, che nell’era precristiana diede vita ad uno Stato potente esteso dalle rive del Mar Nero e del Caspio a quelle del Mediterraneo prima di venire inghiottito e smembrato in successione dagli imperi persiano, ottomano e russo. E che oggi, malgrado tanti ed epocali sconvolgimenti intorno a sé, si ritrova nuovamente sballottato tra tre grandi vicini con l’aggiunta del mondo euro-atlantico che ospita un elevato numero di suoi figli o loro discendenti, spesso ricchi ed influenti grazie ad una proverbiale vocazione affaristica oltre a comprovate attitudini professionali.

I rapporti della Repubblica ex sovietica indipendente dal 1991 con la Turchia repubblicana fondata da Kemal Ataturk all’indomani della prima guerra mondiale non potevano non rimanere fondamentalmente ostili dopo l’ecatombe del 1915. Benchè questa (preceduta del resto da altre ricorrenti stragi) fosse avvenuta quando sul Bosforo regnava ancora il sultano, il nuovo regime di Ankara non ha mai voluto riconoscere quello che solo dal secondo dopoguerra viene comunemente qualificato come genocidio. Una qualifica controversa, peraltro, quanto meno per motivi terminologici, anche se dietro l’ostinazione turca si può intravvedere il timore di un’irredentismo armeno tenuto conto che nonostante i massacri, le espulsioni e le fughe non pochi armeni vivano tuttora in terra un tempo loro, comprendente l’antica capitale, Ani, e sulla quale torreggia una montagna per loro sacra come il biblico Ararat.

La disputa terminologica, tuttavia, sarebbe stata probabilmente superata in questi ultimi anni se nel frattempo a dividere i due vecchi nemici non fosse sopravvenuto un altro motivo di attrito: la quasi trentennale guerra tra Armenia e Azerbaigian, mai veramente terminata malgrado un armistizio nel 1994, per il Nagorno-Karabach, la Provincia autonoma azera abitata in grande maggioranza da armeni e da questi conquistata con le armi prima ancora del dissolvimento dell’URSS, approfittando dapprima dell’indebolimento del potere centrale moscovita e poi di un certo appoggio da parte della nuova Russia di Boris Elzin. Legato alla Turchia dalla comune origine etnica e dalla fede musulmana-sunnita, l’Azerbaigian ha trovato a sua volta il sostegno di Ankara sotto forma di blocco degli scambi commerciali e di chiusura della frontiera con l’Armenia, già priva di accessi al mare e utilmente aperta solo lungo il breve confine con l’Iran oltre a quello con la povera e poco amica Georgia.

Una schiarita si era profilata con gli accordi del 2008-2009 tra i governi di Erevan e Ankara per affidare ai rispettivi storici il compito di chiarire congiuntamente, a fini di riconciliazione, l’entità e la natura dei massacri del 1915 escogitando innanzitutto la formula giusta per definirli. Nel frattempo, però, la contesa per il Nagorno-Karabach si è ulteriormente aggravata, non tanto per il susseguirsi di incidenti e scontri di frontiera quanto per il progressivo rafforzamento economico e militare dell’Azerbaigian, tale da far temere sempre più suoi tentativi di riscossa sul campo in grande stile. Un Azerbaigian, per di più, alquanto indocile nei confronti della Russia e suo temibile concorrente energetico ma proprio perciò tenuto a bada e blandito da Mosca sia con copiose forniture di armi, sia mediante un crescente impegno mediatore tra i governi di Erevan e Baku. Il tutto ha reso automaticamente più pesante la dipendenza dell’Armenia dalla Russia per la propria sicurezza esterna, garantita dalla presenza di una base militare e di truppe russe sul suo territorio, a spese delle velleità autonomistiche del Paese a livello internazionale in generale e, in particolare, della pur multiforme attrazione per un Occidente relativamente lontano. Ciò, beninteso, dal punto di vista di una parte della popolazione e degli ambienti politici più legati alla diaspora e alle sue cospicue sovvenzioni, a differenza di un’altra parte più devota alla Russia nel ricordo dell’accoglienza ripetutamente ricevutavi dai profughi armeni nel corso della storia, per quella più recente di tanti emigrati per lavoro e naturalmente in virtù della comune fede cristiano-ortodossa sia pure all’insegna dell’indipendenza ecclesiastica.

Praticamente priva comunque di alternative, la protezione russa avrebbe potuto, se non proprio diventare inutile, trovare un ovvio contrappeso in un’effettiva distensione con la Turchia che sinora, invece, è mancata. Gli accordi bilaterali sopra menzionati non sono stati ratificati dai rispettivi parlamenti nonostante le aspettative alimentate, ad esempio, dalle condoglianze che l’attuale Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha rivolto lo scorso anno ai discendenti delle vittime armene del 1915. Oppure, dai passi compiuti negli ultimi mesi da Ankara verso una possibile pacificazione con un’altra, ben più numerosa e combattiva minoranza dell’attuale Repubblica e dell’ex impero ottomano: i curdi, oggi maggiormente sotto tiro altrove nel Medio Oriente ma al tempo stesso galvanizzati da nuove e insperate prospettive di affermazione di una propria identità statale. Non a caso da parte armena si simpatizza per la loro causa e il Governo si è, anzi, affrettato ad aprire un consolato a Erbil, capoluogo del Kurdistan irakeno, anche in vista di un proposto collegamento aereo con Erevan.
Simili sviluppi non mancano, però, di sollevare nuovi allarmi ad Ankara, dove già si guardava con sospetto ai buoni rapporti tra Armenia e Iran, altra potenza regionale che invece non fraternizza affatto con l’Azerbaigian perché teme l’attrazione che potrebbe provare per esso la propria cospicua minoranza azera, già fonte in passato di seri contrasti con la Russia e l’Unione Sovietica. Si tratta di un buon vicinato importante sul piano economico, dove campeggiano gli scambi tra gas iraniano ed elettricità armena, e la cui rilevanza anche politica risulta adesso accentuata dal dilagante antagonismo mediorientale, e non solo, tra lo schieramento sciita capeggiato appunto dall’Iran e quello sunnita sotto guida saudita ma comprendente in una certa misura anche la Turchia. Si è creato, quindi, un contesto che contribuisce a spiegare perché gli accordi del 2008-2009 siano rimasti congelati, e con essi anche la chiusura del confine turco-armeno, benchè ne esista una causa specifica e dichiarata: il condizionamento della ratifica da parte del Parlamento turco ad una cessazione concordata delle ostilità tra Armenia e Azerbaigian, che sfortunatamente sembra più che mai in alto mare malgrado tutti gli sforzi di mediazione a livello internazionale.

Una svolta verso la pace non sarebbe in realtà proibitiva se si tiene conto del fatto che un compromesso quanto meno preliminare potrebbe portare all’evacuazione da parte armena di aree etnicamente azere adiacenti al Nagorno-Karabach e la cui occupazione militare (seguita dal parziale esodo della popolazione locale) persiste verosimilmente come moneta di scambio da utilizzare ai fini di una soluzione complessiva e definitiva della questione. Ma riguardo a quest’ultima le rispettive posizioni appaiono ancora lontane. Mentre il Governo di Baku tiene fermo sul pieno ripristino della propria sovranità sulla provincia perduta, sia pure con l’eventuale rafforzamento della sua autonomia, quello di Erevan non si mostra disposto a rinunciare ad una sia pur parziale riunificazione nazionale indubbiamente rispondente alla volontà della popolazione interessata. E un simile ostacolo appare tanto più difficile da superare (anche agli effetti della mediazione russa) in quanto nel cuore della Transcaucasia si è creata una situazione molto simile a quella ucraina. Il Nagorno-Karabach, infatti, non è stato annesso all’Armenia ma ha proclamato l’indipendenza, che Erevan naturalmente appoggia per un verso e rispetta per un altro, esigendo che sia rispettata anche dagli altri. Una situazione, insomma, complicata da un gioco delle parti reso, però, meno fittizio dal fatto che uomini e gruppi provenienti dalla provincia contesa dominano attualmente la scena politica armena. I loro indirizzi, nella fattispecie improntati all’intransigenza, potrebbero tuttavia incontrare crescenti resistenze domestiche su questa come su altre questioni, in un Paese tradizionalmente agitato da un’accesa e spesso destabilizzante conflittualità interna, oggi come oggi, forse, solo temporaneamente sopita.

Sotto la guida sinora incontrastata del Presidente Serzh Sargsyan, ospite recentemente anche dell’Italia, l’Armenia si è attestata su una linea di responsabile equilibrio sull’altro problema nazionale di più scottante attualità: la collocazione del Paese tra la spinta espansiva verso Est dell’Unione europea e il decollo dell’Unione eurasiatica promossa dalla Russia. Nelle presenti circostanze la scelta di fondo era praticamente obbligata: aderire alla seconda organizzazione rinunciando almeno per ora alla vagheggiata associazione alla UE sfruttando, però, ogni spazio disponibile per mantenere e anzi intensificare la cooperazione in primo luogo economica con la comunità di Bruxelles. Un’esigenza, quest’ultima, non solo sostenuta dalla prevalente vocazione filo-occidentale del Paese, ma resa pressante dalla stessa scelta suddetta. L’Unione eurasiatica, infatti, anzichè promettere tangibili vantaggi a breve scadenza aggrava il peso dei molteplici legami con la Russia la cui crisi economica si ripercuote inevitabilmente sui suoi partner minori, dei quali il solo Kazachstan è in grado di offrire qualcosa di apprezzabile; gli altri due sono, per ora, la Bielorussia e la diseredata Kirghisia.

Esteso ai tempi lunghi il discorso naturalmente cambia, considerando anche le prospettive di sviluppo dei rapporti in ogni campo tra la nuova organizzazione dello spazio post-sovietico, eventualmente completata almeno verso est, e i grossi calibri del continente asiatico a cominciare dalla Cina, con la quale l’Armenia, ad ogni buon conto, ha già in cantiere sostanziosi progetti comuni in campo industriale e infrastrutturale. Per il resto, Sarkisian e compagni possono certo fare affidamento ancora più di prima sulla protezione russa dalla morsa della Turchia e dell’Azerbaigian, tenuto conto che Baku non mostra alcuna intenzione di agganciarsi all’Unione eurasiatica. Mosca, tra l’altro, ha esplicitamente approvato le parole del pontefice sul genocidio. Se però a Erevan si nutrivano speranze di alleggerire la dipendenza dalla Russia grazie ad un avvicinamento con Ankara, il putiferio scatenato da quelle parole, per un verso gradite quanto si voglia, deve averle scoraggiate non poco.

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