Renzi in Egitto cerca un mediatore sulla Libia | Linkiesta.it

14 Marzo 2015 0 Di macwalt

linkiesta.it – Renzi in Egitto cerca un mediatore sulla Libia. La presenza al summit di Sharm el Sheik ha obiettivi politici, ma anche di investimenti economici – Davide Vannucci

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Il titolo dell’evento è solenne, tanto quanto lo sono le sue ambizioni: Egypt the Future. L’occhiello potrebbe essere dickensiano: Grandi Speranze. Il parterre, invece, è sicuramente de roi: duemila delegati di 112 nazioni, amministratori delegati, funzionari di governo, finanzieri ed esperti di economia. Ma soprattutto una trentina capi di Stato (in particolare dai Paesi del Golfo e dall’Africa), ministri degli esteri, tra cui John Kerry, il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, e un solo premier di un Paese del G7, Matteo Renzi.

La conferenza economica di Sharm el Sheik, che si è aperta il 13 marzo e si conclude domenica 15 marzo, è stata preparata a lungo da Abdel Fattah al Sisi, il maresciallo che, quando defenestrò l’allora presidente Mohammed Morsi, promise due cose agli egiziani: ristabilire l’ordine politico-sociale, usando il pugno duro nei confronti degli islamisti, e dare respiro a un ambiente economico che aveva sofferto la cattiva gestione dei Fratelli Musulmani.

I numeri dell’economia sono ancora deboli: il Pil nell’era Mubarak cresceva del 7 per cento all’anno, ora il ritmo è sceso al due (anche se il Fondo Monetario prevede più 3,8 e più 4,3 per cento nei prossimi due anni fiscali) e per risollevare la situazione c’è bisogno di investimenti stranieri, crollati dai 13 miliardi del 2007-2008 ai 2,2 miliardi del periodo post-rivoluzione (malgrado l’anno scorso si sia raggiunta quota quattro miliardi). La somma degli investimenti, locali ed esteri, è il 14 per cento del Pil, uno dei livelli più bassi tra i Paesi emergenti.

Dall’annuncio della conferenza, circa un anno fa, l’asticella delle aspettative si è abbassata. In origine, si diceva che la conferenza avrebbe attirato un centinaio di miliardi di dollari, adesso si parla di circa cinquanta progetti, per un totale di 35 miliardi, da offrire alla valutazione degli investitori (e di una sessantina di miliardi che gli stranieri dovrebbero fornire nei prossimi cinque anni).

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Il messaggio, però, è chiaro: l’Egitto è un Paese business friendly, anche se la legge sugli investimenti promessa dal governo è stata approvata solo alla vigilia dell’evento e il settore privato nutre ancora dei dubbi sull’efficienza della nuova era. Malgrado l’importantissima riforma del sistema dei sussidi e la deregolamentazione del mercato energetico, infatti, restano troppi fattori di rischio: incertezza del diritto, corruzione, eccessi della burocrazia. Inoltre, gli attacchi dei militanti islamisti nelle ultime settimane si sono spostati dalle forze di sicurezza al mondo del business, tra cui un supermercato Carrefour ad Alessandria, con l’aperto obiettivo di sabotare la conferenza.

Gli aiuti delle monarchie sunnite del Golfo, in primo luogo l’Arabia Saudita, sono vitali (diciotto miliardi di dollari, sinora), ma al Sisi vuole diversificare i partner economici (anche per ragioni geopolitiche) e sono le imprese, comprese quelle occidentali, a dover investire, se il sistema intende diventare competitivo. Sceicchi a parte, l’Italia può dire la sua. Tra i dirigenti dei grandi gruppi che intervengono alla conferenza c’è l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, ma è soprattutto la presenza di Renzi a dare ulteriore peso all’impegno italiano.

Il premier arriva a Sharm con un obiettivo politico, spingere al Sisi a lavorare a una mediazione in Libia, ed uno economico, sfruttare le opportunità del nuovo corso egiziano. I numeri sono già buoni: all’interno della Ue, l’Italia è il primo partner commerciale del Cairo (su scala globale è superata solo da Stati Uniti e Cina) e gli scambi a fine 2014 hanno raggiunto quota sei miliardi di dollari, come rivela Massimiliano Sponzillo, direttore della sede Ice della capitale egiziana. Il saldo è nettamente positivo per il nostro Paese, che importa cotone, frutta, verdura, prodotti petroliferi raffinati e metalli di base, esportando meccanica strumentale, prodotti energetici raffinati e chimici. In Egitto, poi, molte imprese italiane hanno un’esperienza di vecchia data, in vari campi: costruzioni, idrocarburi, banche, manifattura.

Che quella tra i due Paesi, soprattutto negli ultimi tempi, sia una relazione speciale lo si capisce sfogliando l’agenda degli incontri: nell’agosto 2014 Renzi è andato in visita ufficiale al Cairo e al Sisi ha ricambiato con un viaggio a Roma, lo scorso novembre. Dopo la decapitazione, per mano dello Stato Islamico, di 21 copti in Libia, è sbarcato in Egitto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Marco Minniti. A fine febbraio, poi, un’ampia delegazione imprenditoriale italiana (90 aziende, 190 partecipanti), capitanata dal viceministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, è andata al Cairo per monitorare le opportunità di investimento (c’erano anche i banchieri dell’Abi e i rappresentanti di Intesa Sanpaolo, che controlla la prima banca straniera del paese, la Bank of Alexandria).

Quali sono i progetti che verranno presentati a Sharm, e che potrebbero interessare agli investitori italiani? Ci sono alcuni settori chiave: l’energia, l’industria mineraria, quella delle costruzioni, i trasporti, la logistica. Il piano più grande riguarda il raddoppio del Canale di Suez (ai tempi di Morsi doveva essere finanziato dal Qatar, poi la storia ha cambiato verso) e la costruzione di almeno dieci centrali elettriche, sia nell’Alto Egitto che nella regione di Suez. Il Cairo soffre di un pesante deficit in questo campo e ha assoluto bisogno di aumentare la propria capacità energetica, puntando sul gas del Delta del Nilo, su cui sta lavorando la British Petroleum, ed anche sulle rinnovabili, in particolare l’eolico e il solare. A metà degli anni Duemila il Paese è diventato un importatore netto di petrolio, soprattutto perché le raffinerie e i pozzi sono piuttosto vecchi.

Un altro grande appalto è quello per l’ampliamento dell’aeroporto internazionale del Cairo, a testimonianza della priorità data alle infrastrutture e ai trasporti: porti, strade, treni, metropolitane, autobus locali. Non bisogna trascurare, però, la manifattura. L’Egitto è il terzo produttore africano di auto (assembla modelli di BMW, Citroen, Daewoo and Jeep) e il governo sta richiamando l’attenzione dei capitali privati per finanziare la produzione della plastica nella zona di Alessandria, l’area di industriale di Robeiky (pelle), la nuova città del tessile (nell’Alto Egitto) e i ventiquattro progetti in ambito petrolchimico.

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La Sace vede buone opportunità economiche nell’energia, ma anche le telecomunicazioni hanno un notevole margine di sviluppo. Il settore delle costruzioni, dal canto suo, è rimasto stabile anche dopo la caduta di Mubarak ed è certamente uno dei più redditizi, perché la domanda di abitazioni, per le classi medio-basse, è in crescita vertiginosa (anzi, si stima che si riuscirà a coprire tutte le richieste) e i costi dei materiali non sono ingenti.

E poi c’è il turismo, una delle strutture chiave dell’economia (11,3 per cento del Pil), nonché quella maggiormente aperto ai privati (il 73 per cento degli investimenti è non statale). Il governo vuole raddoppiare il volume turistico entro il 2018 e chiama all’adunata i capitali stranieri. Per Matteo Renzi, a Sharm, sarà tutt’altro che una vacanza.

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