Quirinale, Fassina accusa Renzi «Fu lui il capo dei 101» – Corriere.it

23 Gennaio 2015 0 Di macwalt

corriere.it – Quirinale, Fassina accusa Renzi, «Fu lui il capo dei 101». Guerin replica: «Sciocchezza incredibile». Grillo e Casaleggio: «Fuori la rosa di nomi per il Colle». In Aula ancora bagarre: minoranza non vota emendamento Finocchiaro – di Redazione Online

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Fassina -Corriere-Web-Nazionale

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ndr – Infine sarà il PD a liquidare il Renzi e d’altra parte tocca proprio al suo partito chiarire se questo segretario rappresenta l’anima di un partito democratico riformista e non si accontenti solamente di cambiare…..Sono due cose totalmente differenti il cambiare e il riformare…sic! – macwalt

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«A differenza di quelli che oggi chiedono disciplina e due anni fa hanno capeggiato i 101, noi siamo persone serie. Nessuno deve temere da noi i franchi tiratori». Così Stefano Fassina, della minoranza Pd, risponde a Montecitorio alla domanda su una possibile riedizione della vicenda del 2013. Così facendo fornisce garanzie, ma al tempo stesso rinfocola vecchi dissapori mai spenti. E infatti a chi gli chiede se Renzi ha capeggiato i «101» – riferendosi a quei 101 voti in meno per Romano Prodi alla quarta seduta per scegliere l’inquilino del Quirinale, nell’aprile 2013, appunto – , il deputato risponde: «Non è un segreto». Un’affermazione che subito il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, si è affrettato a liquidare come: «una sciocchezza incredibile».

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«Fu lui il capo dei 101» Il totonomi|Vota

In Aula schermaglie: minoranza non vota emendamento Finocchiaro

Intanto in Aula è ancora bagarre. I senatori della minoranza del Pd non voteranno il maxi-emendamento a prima firma di Anna Finocchiaro che recepisce gli accordi di maggioranza sul’Italicum. Lo ha annunciato in Walter Tocci, che ha pure annunciato che essi hanno ritirato i loro sub-emendamenti.

Fassina: «Matteo Renzi è il capo dei 101»

L’ex segretario Pd, Pier Luigi Bersani, glissa: «Renzi a capo dei 101? Non lo so, ci vorrebbero i servizi segreti per scoprirlo». «È l’opinione di Fassina». E aggiunge: «Ci vuole lealtà. Io ho subito slealtà, ma preferisco subirla che praticarla. Con il voto segreto puoi fare ipotesi che poi vengono smentite – osserva – L’ho già detto, allora c’era chi non voleva Prodi, chi non voleva Bersani. Si sono saldati. Ora andiamo avanti, l’importante è che quella cosa non la facciamo più».». E Rosy Bindi, intervenendo a Omnibus su La7 si unisce alla fronda critica contro l’asse tra Pd e Fi: «Il patto del Nazareno è una prigione per tutti. Se si deve fare un presidente funzionale a quel patto, io sono contraria». «Se viene meno il rispetto, è finita, ha detto giustamente #Bersani ieri. Poi oggi ho letto le sciocchezze di Fassina e di Bindi #disarmanti». Così su twitter Andrea Marcucci, senatore Pd.

«Ritroviamo l’unità»

Fassina ha però auspicato unità: «Speriamo – ha aggiunto – che per l’elezione del Presidente della Repubblica tutto il Pd possa condividere un criterio fondamentale: l’autonomia dall’esecutivo e la capacità di garantire autonomia al Parlamento». «Spetta a Renzi dire se si può ripartire dall’unità del Pd», aveva detto ieri Pier Luigi Bersani, in occasione della riunione delle varie anime del partito che non si riconoscono nelle scelte del premier. Unità che, nel 2013, si era sfaldata nel segreto dell’urna: le vendette interne e le trattative naufragate per scegliere un nome che mettesse d’accordo anche centrodestra e grillini portarono all’ «impallinamento» di Prodi. All’appello mancarono, appunto, 101 voti.

«A differenza di quelli che oggi chiedono disciplina e due anni fa hanno capeggiato i 101, noi siamo persone serie. Nessuno deve temere da noi i franchi tiratori». Così Stefano Fassina, della minoranza Pd, risponde a Montecitorio alla domanda su una possibile riedizione della vicenda del 2013. Così facendo fornisce garanzie, ma al tempo stesso rinfocola vecchi dissapori mai spenti. E infatti a chi gli chiede se Renzi ha capeggiato i «101» – riferendosi a quei 101 voti in meno per Romano Prodi alla quarta seduta per scegliere l’inquilino del Quirinale, nell’aprile 2013, appunto – , il deputato risponde: «Non è un segreto». Un’affermazione che subito il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, si è affrettato a liquidare come: «una sciocchezza incredibile».

In Aula schermaglie: minoranza non vota emendamento Finocchiaro

Intanto in Aula è ancora bagarre. I senatori della minoranza del Pd non voteranno il maxi-emendamento a prima firma di Anna Finocchiaro che recepisce gli accordi di maggioranza sul’Italicum. Lo ha annunciato in Walter Tocci, che ha pure annunciato che essi hanno ritirato i loro sub-emendamenti.

L’ex segretario Pd, Pier Luigi Bersani, glissa: «Renzi a capo dei 101? Non lo so, ci vorrebbero i servizi segreti per scoprirlo». «È l’opinione di Fassina». E aggiunge: «Ci vuole lealtà. Io ho subito slealtà, ma preferisco subirla che praticarla. Con il voto segreto puoi fare ipotesi che poi vengono smentite – osserva – L’ho già detto, allora c’era chi non voleva Prodi, chi non voleva Bersani. Si sono saldati. Ora andiamo avanti, l’importante è che quella cosa non la facciamo più».». E Rosy Bindi, intervenendo a Omnibus su La7 si unisce alla fronda critica contro l’asse tra Pd e Fi: «Il patto del Nazareno è una prigione per tutti. Se si deve fare un presidente funzionale a quel patto, io sono contraria». «Se viene meno il rispetto, è finita, ha detto giustamente #Bersani ieri. Poi oggi ho letto le sciocchezze di Fassina e di Bindi #disarmanti». Così su twitter Andrea Marcucci, senatore Pd.

«Ritroviamo l’unità»

Fassina ha però auspicato unità: «Speriamo – ha aggiunto – che per l’elezione del Presidente della Repubblica tutto il Pd possa condividere un criterio fondamentale: l’autonomia dall’esecutivo e la capacità di garantire autonomia al Parlamento». «Spetta a Renzi dire se si può ripartire dall’unità del Pd», aveva detto ieri Pier Luigi Bersani, in occasione della riunione delle varie anime del partito che non si riconoscono nelle scelte del premier. Unità che, nel 2013, si era sfaldata nel segreto dell’urna: le vendette interne e le trattative naufragate per scegliere un nome che mettesse d’accordo anche centrodestra e grillini portarono all’ «impallinamento» di Prodi. All’appello mancarono, appunto, 101 voti.

Grillo: «Fuori i nomi»

Ma non è solo la minoranza Dem ad alzare la voce sul Colle: il giorno dopo l’incontro tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio chiedono al premier di fare pubblicamente i nomi dei “quirinabili».
In una nota pubblicata sul blog, dal titolo «Fuori i nomi» – accompagnata dalle foto di Giuliano Amato, Sergio Mattarella e Pier Ferdinando Casini – i vertici Cinque Stelle invitano il premier alla trasparenza. «Chiediamo a Renzie prima che inizino le votazioni» per il nuovo Capo dello Stato «la rosa di nomi che si appresta a presentare, come ha ribadito più volte, in qualità di presidente del partito di maggioranza, per proporla ai nostri iscritti in rete e farla votare». «Toc, toc, Renzie, batti un colpo di democrazia».

«Presidente del Nazareno»

Parlano di «negazione della democrazia», i leader del M5S. «Il duo Berlusconi/Renzi, in attesa di fondare ufficialmente il partito unico della nazione, detterà ai suoi nominati i nomi da votare, dai quali uscirà un presidente del Nazareno». Il nuovo presidente – continua la nota sul blog, «sarà scelto quindi da un condannato in via definitiva, che in cambio riceverà la grazia attraverso la legge della delega fiscale, e l’assicurazione che la sua concessione per le frequenze nazionali non verrà toccata. Le opposizioni non esistono in questo disegno. È un baratto, un mini comitato di affari, un suk». Le opposizioni, si legge nella nota, «sono chiamate in causa dal magnifico duo solo per ricattarsi a vicenda, se serve, e spuntare qualcosa, come è successo per il voto per la legge elettorale. I nomi che avrebbe fatto il Movimento 5 Stelle sarebbero stati tutti scartati come lo furono nel 2013. Per questo chiediamo a Renzie, prima che inizino le votazioni, la rosa di nomi che si appresta a presentare».

Fitto: «Martino? Meglio impiegarlo in un altro modo»

L’incontro tra Berlusconi e Alfano è servito a sigillare un «Patto per il Quirinale» per proporre a Matteo Renzi e al Pd un candidato comune del centrodestra per il Colle. La scelta di Berlusconi è caduta su Antonio Martino, tessera numero 2 di Fi ed ex ministro della Difesa. Martino dovrebbe essere il candidato di bandiera dei moderati per le prime tre votazioni per poi arrivare alla quarta con un nome condiviso con il Pd. Ma lo stesso Martino giovedì dichiarava di non essere al corrente della decisione e anzi di «sospettare uno scherzo»). Un progetto che non piace a Raffaele Fitto, il capo dei dissidenti, che critica «la linea di obbedienza cieca a Renzi». Sul nome che berlusconi intende indicare nelle prime votazioni commenta così: «Ho una grande stima di Antonio Martino, credo che da 20 anni rappresenti una delle bandiere di Forza Italia. Avrei preferito che fosse stato impiegato in un altro modo e non per un pomeriggio di votazioni».

Il calendario del premier

Intanto, giovedì, Matteo Renzi ha fatto il punto a Palazzo Chigi con Debora Serrachiani, Lorenzo Guerini, Matteo Orfini, Luigi Zanda e Roberto Speranza, la delegazione del Pd in campo per il Quirinale e, come spiegano fonti del Pd, è stato confermato il metodo condiviso in Direzione sull’elezione del presidente della Repubblica. Domani alle 16 è stata convocata la segreteria allargata ai componenti della delegazione del Pd. Al termine verrà diffuso un calendario degli incontri tra il Pd e le altre delegazioni dei partiti sul Quirinale.

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