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Dove sono le navi di Greenpeace? | Motherboard

motherboard.vice.com – Dove sono le navi di Greenpeace? –  Di  Federico Nejrotti

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Greenpeace -

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Per Greenpeace dicembre non è stato un grande mese. Mi piacerebbe trovare una perifrasi un po’ più delicata, ma i fatti sono questi. Greenpeace si ricorderà questo dicembre 2014 perché vi ha devastato un patrimonio dell’UNESCO.

La storia è apparsa un po’ ovunque, ma il succo è che l’8 dicembre un gruppo di attivisti di Greenpeace provenienti da tutto il mondo si sono recati nel sito delle Linee di Nazca, in Perù, e portando avanti una dimostrazione pro-rinnovabili hanno accidentalmente danneggiato la zona delle Linee.

La realtà è che questa volta Greenpeace ha scazzato in maniera così gigantesca da risultare quasi surreale: come è possibile che il movimento salva-Terra per eccellenza abbia contribuito a distruggere uno dei suoi patrimoni? Greenpeace è ancora il baluardo della salvaguardia del nostro pianeta o è ormai solamente l’ombra di se stesso?

Lo strafalcione di Nazca è ormai una macchia indelebile sul curriculum del movimento, ma benché sembri paradossale dirlo, gli incidenti di percorso possono capitare. Sarebbe necessario cercare di capire cosa ha fatto realmente Greenpeace nell’ultimo periodo.

La dimostrazione di Greenpeace presso il sito delle Linee di Nazca. Immagine: Greenpeace

Prima, però, potrebbe essere utile cercare di delineare un profilo del “metodo Greenpeace”: lo scopo è sempre attirare l’attenzione. Difficilmente le questioni sollevate dall’organizzazione vengono approfondite dalla stessa, ma spesso e volentieri la priorità è quella di spostare la luce dei riflettori su un problema; il resto verrà da sé.

Questa non sarebbe una tecnica così malvagia: Greenpeace è una ONG piena di persone motivate e religiosamente credenti in un modo di vivere “sostenibile”, perché prendersi la spocchia di impelagarsi in approfondimenti scientifici che non possono riguardare la maggior parte di queste?

Ad oggi mi sento di definire il modus operandi di Greenpeace con l’espressione “piazza la bomba e scappa”. Dario Bressanini, in un articolo sul suo blog per Le Scienze, parla proprio di questo. nel 2011 Greenpeace annuncia che “gli agricoltori europei affossano gli OGM.” Un sogno ad occhi aperti: gli OGM fanno male e, incredibile dictu, per una volta il buon senso prende il sopravvento sulle logiche di mercato diminuendo gli ettari coltivati a mais OGM.

L’esempio di Greenpeace è quello della Spagna, unico paese europeo dove la coltivazione di mais OGM è una fetta importante dell’industria. “Greenpeace gioisce del fatto che nel 2009 in Spagna si coltivassero 76.057 ettari di mais Bt, stimati a 67.726 nel 2010, l’11% in meno!” dice Bressanini sul suo blog.

Una delle manifestazioni di Greenpeace contro gli OGM. Immagine: Greenpeace / Matteo Nobili

Greenpeace “piazza la bomba”: undici punti percentuali sono una cifra da sbandierare con vigore e che permettono di guadagnare una valanga di risonanza mediatica. Il problema è che il movimento passa alla seconda parte della sua tecnica, lo “scappa”. Nel documento pubblicato dove viene testimoniata questa diminuzione manca un dato importante, a tratti banale per quanto lapalissiana sia la sua inclusione in un rapporto del genere: il numero di ettari coltivati totali in Spagna.

“Nel 2008 sono stati seminati 372 migliaia di ettari a mais, nel 2009 erano 345 e nel 2010 ne sono stati stimati 322. Perbacco, ma era una riduzione generale delle coltivazioni di mais!” conclude Bressanini. I conti sono presto fatti: la percentuale di mais OGM coltivato in spagna nel 2008 (21 percento), 2009 (22 percento) e 2010 (21 percento), nonostante la diminuzione effettiva delle cifre interessate, è sostanzialmente invariato. Lo strillo di Greenpeace non riflette la realtà e,come i dati testimoniano, negli anni successivi i fatti smentiranno la sua posizione.

A Nazca l’organizzazione ha sfruttato lo stesso protocollo di azione: sicuramente di impatto le scritte a fianco alle Linee, un po’ meno le cicatrici nel terreno scavate dai passi degli attivisti. Ma la priorità è attirare l’attenzione.

Paul Watson, della Sea Shepherd Conservation Society—nata nel 1977 dopo la separazione di Watson da Greenpeace, che lo criticava di utilizzare metodi troppo diretti, ci dà un’altra testimonianza del “modello Greenpeace”. In un editoriale del 2010 per il sito della sua organizzazione, l’attivista si chiede dove siano le navi di Greenpeace nella lotta alle baleniere giapponesi.

Una foto di Rainbow Warrior, la flagship della flotta Greenpeace. Immagine: Greenpeace

“È dal 2007 che Greenpeace non invia una nave nell’Oceano Antartico per difendere le balene. […] Allora perché gran parte dell’opinione pubblica pensa che Greenpeace stia conducendo la lotta per salvare delfini, balene e foche? Potrebbe avere qualcosa a che fare col modo con cui Greenpeace sta spendendo i suoi soldi: invii di posta promozionale e appelli su Internet! Hanno bisogno del tuo denaro, per chiedere a più persone di avere più soldi” dice Watson.

Ironicamente uno dei più grandi successi di Greenpeace è stato ottenuto senza alcun tipo di azione sul campo. Nel contesto della campagna Save the Arctic, nella quale Greenpeace si è mossa per scoraggiare istituzioni e multinazionali dal mettere gli occhi sull’Artide e sulle sue riserve di petrolio, il movimento ha pubblicato un filmato per chiedere a Lego di eliminare il logo Shell da suoi giocattoli, visti i piani di trivellazione annunciati da quest’ultima.

Il video è stupendo, è una parodia della canzone “Everything is Awesome”, tratta da The Lego Movie—altrettanto stupendo, guardatelo. La campagna ha successo e Lego annuncia che non rinnoverà la partnership con Shell. Niente spedizioni anti-baleniere né gite in patrimoni dell’UNESCO: solo un filmato. Piazza la bomba e scappa col bottino, in questo caso una sponsorizzazione in meno e palate di pubblicità in più.

Certamente Greenpeace negli ultimi anni non si è limitata all’attivismo da scrivania: a ottobre 2013, sempre nell’ambito della campagna Save the Arctic, 30 attivisti hanno deciso di disturbare le attività di una piattaforma petrolifera russa targata Gazprom. Dopo esserci saliti sopra ci è voluto davvero poco prima che un plotone di Specnaz li prelevasse e li chiudesse in prigione, dalla quale verrano fatti uscire solo grazie ad un indulto emanato dal governo russo.

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