‘Ndrangheta in Lombardia, le intercettazioni dei boss: “La musica può cambiare ma noi siamo sempre noi”

19 Novembre 2014 0 Di luna_rossa

Milano, 19 novembre 2014 – «La musica può cambiare ma per il resto… siamo sempre noi… noi non possiamo mai cambiare». Parola di Michelangelo Chindamo, il 61enne di Palmi a capo come “trequartino“ (questa la sua “dote“) della locale di Fino Mornasco, e ieri arrestato per mafia con altri 37 compari nel blitz Insubria.

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La sua filosofia, intercettata il 4 luglio 2013 dal Ros, è esemplare della «rassegnata accettazione di un ineluttabile destino criminale» che, nel riprendere l’informativa del luglio 2014 degli stessi carabinieri, il giudice delle indagini preliminari Simone Luerti fa sua, a ulteriore dimostrazione di un assunto assodato – dalla ’ndrangheta non si esce «fino a quando non abiurino o vengano a morte» – e un altro più allarmante per la società: «La‘ndrangheta è radicata nel territorio lombardo, cioè ne costituisce una presenza stabile e costante. Si è pertanto superata la logica della infiltrazione, intesa come sporadico inserimento dei mafiosi in traffici illeciti e ad essa è subentrato il radicamento». E dunque pare quasi un invito-chiosa quello rivolto al Tribunale di sorveglianza, deputato a concedere permessi e liberazioni anticipate: «All’uopo il Tribunale di Sorveglianza potrà utilizzare anche le massime di esperienza, quali l’impossibilità per i capi di recesso dalla organizzazione mafiosa al di fuori della dissociazione in relazione alla persistenza a vita del vincolo mafioso».

Se la storia si ripete, questa volta la storia brilla di scoperte sociologiche e criminali, oltre che della decapitazione di tre “locali“, tre succursali mafiose, pezzi de «la Lombardia» finora sfuggiti al puzzle ricostruito con il blitz “Infinito“. Calolziocorte vede Antonino Mercuri (Pizzicaferro) e Antonio Manddaglio (Occhiazzi) capo locale e capo società (il vice) e a cui è affiliato nel 2014 con tanto di cerimonia di iniziazione il figlio minorenne (17 anni) di Salvatore Pietro Valente. Cermenate ha a capo Giuseppe Puglisi (Melangiana) e capo società Raffaele Bruzzese, «Gazzosa». E Fino Mornasco, capolocale Michelangelo Chindamo, il filosofo di ’ndrangheta. Torna, ma ancora per difetto, quel calcolo che nelle intercettazioni di “Infinito“ faceva Saverio Minasi (9 anni di reclusione per mafia): «Vedi che qua in Lombardia siamo venti locali. Qua siamo venti locali, siamo cinquecento uomini cecè, non siamo uno». E siamo arrivati – con Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Piotello, Rho, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno, Pavia – a diciannove: «colmando in tal modo (almeno parzialmente) la lacuna, ma sempre in difetto perché molti altri sono le “locali” della “Lombardia”». Quella Lombardia dove si fa tutto proprio come a Locri e vicinato: riti, iniziazioni, consensi.

Le «mangiate» filmate e ascoltate dai carabinieri sono otto summit di mafia in amene locande e agriturimo: La Dolce Fragola di Cermenate, il Colle di Sogno di Carenno, gli orti di Castello Brianza di un affiliato. 12 aprile 2014, 31 maggio 2014, come l’altro ieri. Le cerimonie segnano l’«evoluzione dello ndranghetista»: il passaggio alla prima stazione della “società maggiore“, il conferimento della “santa“ che rappresenta «un’evoluzione e un salto, financo una rottura, con la “società di sgarro” (precedente, ndr) che deve essere rinnegata». «Fino a ieri appartenevi alla società criminale» recita il rito di passaggio alla “santa“: «da ora appartieni alla ’ndrangheta». Per il «“Santista” – scrive il gip Luerti – non valgono più i vincoli e le regole dei comuni mafiosi. Ciò che prima rappresentava “infamità”, come il rapporto con politici, imprenditori e forze dell’ordine finalizzato allo scambio di reciproci favori, ora – nella nuova condizione – è non solo permesso, ma auspicato. La relazione, il mutuo vantaggio, l’interessenza non sono più strumenti proibiti, ma diventano i mezzi sofisticati ed eleganti della nuova elite ‘ndranghetista». «Formo la santa catena! Con parole… eh… a nome di Garibaldi… Mazzini e Lamarmora… con parole di uomo e di umiltà, formo la santa società!».

Così dai tre «oscuri cavalieri della tradizione con nomi da scioglilingua (Osso, Mastrosso e Carcagnosso)», sui quali si giura la fidelizzazione alla “società minore“, «si passa, infatti, a Garibaldi, Mazzini e La Marmora… tutte tre le figure elementi di spicco di logge massoniche». E che qui rappresentano simbolicamente: Garibaldi il capo locale, Mazzini il contabile, e La Marmora il mastro di giornata». Riti da non declassare a “colore“ se il 31 maggio da Giffoni arriva a Castello Brianza il boss Peppe la mucca, per conferire la dote di “vangelo“ a quattro affiliati. «Colgo e raccolgo questo mio bellissimo parere… lo nascondo sotto il livello del mare … nessuno lo può scoprire né oggi né domani. Nella diversità, se qualcuno lo scoprirà… sarà condannato da cinque a sette pugnalate nella spina dorsale…». Tutto detto senza veli perché, rivela il mammasantissima, «dopo che sono uscito dal carcere… telefonini, stop! Solo quelli svizzeri!». Ma non ci sono solo i telefoni.

via‘Ndrangheta in Lombardia, le intercettazioni dei boss: “La musica può cambiare ma noi siamo sempre noi” – Milano – Il Giorno – Quotidiano di Milano, notizie della Lombardia.

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