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Processo Stato-Mafia: si rischia l’annullamento. Il caso Napolitano ucciderà l'”indicibile” verità? – International Business Times

it.ibtimes.com – Processo Stato-Mafia: si rischia l’annullamento. Il caso Napolitano ucciderà l'”indicibile” verità? – Di Claudio Forleo |

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La Corte d’Assise di Palermo ha respinto la richiesta degli imputati Nicola Mancino, Salvatore Riina e Leoluca Bagarella di essere presenti alla deposizione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, fissata per il prossimo 28 ottobre. La Procura di Palermo aveva invece accolto la richiesta degli imputati, evidenziando l’effetto di una loro possibile esclusione, vale a dire l’annullamento del processo. All’udienza che si terrà al Quirinale, in base all’articolo 205 del Codice di Procedura Penale, saranno presenti dunque solo i giudici, i pubblici ministeri e gli avvocati degli imputati.

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Che cosa è successo? Perché un diritto degli imputati, presenziare al proprio processo, viene meno di fronte alla deposizione del Capo dello Stato? Come vedremo la decisione della Corte si basa su alcune interpretazioni delle leggi vigenti. Interpretazioni che possono essere contestate dalle difese degli imputati, fino ad ottenere la nullità del processo.   

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L’ORDINANZA

Scrive la Corte d’Assise nell’ordinanza di ieri. L’articolo 205 del codice di procedura penale, che prevede la testimonianza del Capo dello Stato, non prevede in quali forme debba avvenire. Per questa ragione la corte ha deciso di applicare in via analogica l’articolo 502, quello che prevede l’audizione a domicilio, ma nei limiti in cui tale norma sia compatibile”.

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L’articolo 502 stabilisce che “in caso di assoluta impossibilità di un testimone, di un perito o di un consulente tecnico a comparire per legittimo impedimento, il giudice, a richiesta di parte, può disporne l’esame nel luogo in cui si trova, dando comunicazione, a norma dell’articolo 477 comma 3, del giorno, dell’ora e del luogo dell’esame. L’esame si svolge con le forme previste dagli articoli precedenti, esclusa la presenza del pubblico. L’imputato e le altre parti private sono rappresentati dai rispettivi difensori. Il giudice, quando ne è fatta richiesta, ammette l’intervento personale dell’imputato interessato all’esame“.

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La testimonianza di Napolitano verterà sulla lettera che nel giugno 2012 il consigliere Loris d’Ambrosio inviò al Presidente della Repubblica, in cui si faceva riferimento a “indicibili accordi fra il 1989 e il 1993”, e su un’altra missiva, quella inviata da Mancino alla Presidenza della Repubblica nell’aprile 2012 e girata dal Quirinale al Procuratore Generale della Cassazione con le doglianze dell’ex ministro. Gli imputati non sono forse ‘interessati’ a quanto risponderà il testimone Napolitano? “Il giudice ammette quando ne è fatta richiesta”: tale forma non sembra lasciare spazio alla discrezionalità della Corte, come conferma la giurisprudenza della Cassazione.

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Per la Corte le “prerogative di un organo costituzionale qual è il presidente della Repubblica” garantirebbero al Quirinale “l’immunità della sede, ad esempio esclude l’accesso delle forze dell’ordine con la conseguenza che non sarebbe possibile né ordinare l’accompagnamento con la scorta degli imputati detenuti, né più in generale assicurare l’ordine dell’udienza come avviene nelle aule di giustizia preposte”.

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A cosa fa riferimento la Corte per sostenere il principio dell”‘immunità della sede”? Non alla Costituzione, ma alla sentenza della Corte Costituzionale (la numero 1 del 2013) sul conflitto d’attribuzione sollevato proprio da Napolitano nei confronti della Procura di Palermo in merito alle intercettazioni con Nicola Mancino. Per intenderci quella che pone il Capo dello Stato “al di fuori dai tradizionali poteri dello Stato” e che ha imposto la distruzione di quelle telefonate in nome dell’articolo 271 del Codice di Procedura Penale (intercettazioni illegali, segreto professionale e/o confessionale), che nulla aveva a che fare con quel caso. E’ quella stessa sentenza a specificare che di “immunità della sede” non si fa cenno nella Costituzione: “Nessuno, ad esempio, potrebbe dubitare della sussistenza delle immunità riconosciute alle sedi degli organi costituzionali, sol perché non è prevista in Costituzione e rimane affidata esclusivamente all’efficacia dei regolamenti di tali organi, ove invece è sancita in modo esplicito“.

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Pur non essendo inserito nella Costituzione, il concetto di “immunità della sede” è acquisito dai regolamenti. Resta da capire in che modo questa prerogativa sarebbe minacciata, come “l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale”, dalla presenza fisica di Mancino e da quella virtuale, in videoconferenza, di Riina e Bagarella. La Corte, dopo aver evidenziato che i due mafiosi “per legge non potrebbero partecipare neppure a un processo che si svolga in un’aula ordinaria“, esclude anche la videoconferenza poiché “questa è prevista solo per le attività svolte nelle aule di udienza”.  

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Per definizione l’aula di udienza è dove si svolge il processo: durante la testimonianza resa dal Presidente al Quirinale, in presenza di giudici, pm e avvocati, l’aula di udienza non sarebbe temporaneamente il Quirinale stesso? Secondo l’interpretazione della Corte no, che stavolta non applica la “via analogica” utilizzata per l’articolo 502La legge che disciplina la ‘partecipazione a distanza’ degli imputati detenuti, valida anche per il regime di 41 bis, specifica cheil  luogo dove  l’imputato si collega in audiovisione è equiparato all’aula di udienza” e aggiunge che “quando è disposta la partecipazione a distanza, è attivato un collegamento audiovisivo tra l’aula di udienza e il luogo della custodia, con modalità tali da assicurare la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti in entrambi i luoghi e la possibilità di udire quanto vi viene detto” (articolo 146 bis del Codice di Procedura Penale). Dalla formulazione della legge, citata nella stessa ordinanza della Corte, si potrebbe dare anche l’interpretazione inversa espressa dai giudici della Corte d’Assise

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POSSIBILE EFFETTO COLLATERALE: L’ANNULLAMENTO DEL PROCESSO

Come ipotizzato tanto da alcuni giuristi che dalla stessa Procura di Palermo nel parere favorevole alla richiesta degli imputati, la decisione di impedirgli di partecipare alla deposizione mette a rischio il processo. È stato negato il diritto di difesa, chiederò l’annullamento del processo” le parole del legale di Riina, Luca Cianferoni. Lo stesso vale per Nicola Piergenti Piromallo, avvocato di Nicola Mancino che ha parlato di “ordinanza nulla” in base all’articolo 178 del Codice di Procedura Penale, richiamato anche nel nostro articolo di due giorni fa (leggi). L’inosservanza delle disposizioni in merito “all’intervento, all’assistenza e alla rappresentanza dell’imputato” può essere causa di nullità.

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Il diritto dell’imputato ad essere presente durante il processo è, quello sì, inserito nella Costituzione, articolo 111: “Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo”.

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In base alle dichiarazioni dei legali ci sarà dunque da aspettarsi richieste di annullamento del processo e le possibilità che gli venga data ragione, in punta di diritto, ci sono.  È un finale che molti, troppi, auspicano pur senza ammetterlo. Un degno finale per un paese geneticamente allergico a porsi le domande più scomode.

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