Midterm, il grande assente è Obama | Europa Quotidiano

18 Ottobre 2014 0 Di luna_rossa

europaquotidiano.it – Il voto di medio termine è sempre sfavorevole per la Casa Bianca, mai come stavolta però i candidati dem si sono tenuti alla larga dal presidente. E Hillary ne approfitta

Domenica scorsa Barack Obama era di nuovo sul green di Fort Belvoir, in Virginia, non lontano dalla capitale. Non una qualsiasi giornata di relax dedicata allo sport che adora, e che corrisponde al suo carattere, passo dopo passo, lanci lunghi e tocchi millimetrici. I media segnalano che era la sua duecentesima partita di golf da quando è alla Casa Bianca.

Compito arduo, per i suoi collaboratori e amici, spiegare che lo svago preferito dal presidente costituisce per lui un salutare momento di distensione. Da rispettare. Compito impossibile, poi, se accade di tutto nel mondo ed Ebola contagia ogni giorno di più i notiziari americani, mentre sul prato, gambe un po’ divaricate, il commander-in-chief osserva compunto una palla che va in buca.

Ancor più difficile rispondere alla domanda più ovvia. Come mai il presidente, invece che darsi al golf, non s’impegna in qualche comizio in giro nel paese, per dare una mano ai candidati democratici in corsa per il senato, per la camera e per numerosi posti di governo locale? Non fosse imbarazzante, sarebbe semplice la risposta: non lo vogliono al loro fianco. Non vogliono farsi vedere in compagnia di un presidente impopolare. Specie negli stati dove la vittoria la decide un pugno di elettori.

Obama VacationIl voto del 4 novembre è ormai vicinissimo ma Obama non è della partita, anche se paradossalmente queste elezioni di medio termine sono considerate un referendum sulla sua presidenza, specie questa prima parte del secondo mandato. In realtà, proprio per questo, sia la stessa Casa Bianca, sia ancor di più i candidati vogliono tenerlo il più possibile fuori dalla competizione. Pochissime le apparizioni elettorali, se non un paio, una nella sua Chicago, e soprattutto un’attività (notevole) di eventi per raccogliere fondi (tanti) nel giro dei sostenitori democratici danarosi.

Ma nonostante sia un classico della politica americana aspettarsi che le elezioni di medio termine siano sfavorevoli per il partito della Casa Bianca, e che dunque il presidente non sia considerato il testimonial migliore, questa volta la distanza con i candidati del suo schieramento «è un Grand Canyon», come scrive su Time Jay Newton-Small.

Un esempio? Alison Lundergan Grimes. Quando le è stato chiesto in un dibattito tv, se aveva votato per Obama nel 2008 e nel 2012, si è trincerata in un imbarazzante «sono affari privati tutelati dalla costituzione». Sennonché è la sfidante democratica in Kentucky del capogruppo repubblicano al senato Mitch McConnell.

Sul tema dell’energia, al centro dell’agenda presidenziale, due senatori in cerca della riconferma, Mark Landrieu della Lousiana e Mark Begich dell’Alaska, hanno commissionato pubblicità televisive che attaccano frontalmente la politica prudente di Obama sullo sfruttamento del petrolio artico.

Un amichevole bacio sulla guancia del presidente, accogliendolo all’aeroporto lo scorso agosto, è costato caro alla senatrice della North Carolina Kay Hagan. Gli strateghi repubblicani l’hanno “usato” per inchiodarla sull’immagine della complicità politica con Obama. E lei, pur di distanziarsene, ha criticato con durezza la politica del presidente nei confronti dei militari reduci dalle guerre, i veterani, ai quali, proprio in North Carolina, aveva rivolto un discorso impegnato. Ma se quello fu uno degli stati dove Obama perse nel 2012, ci si può figurare a che punto sia la sua popolarità oggi. Stessa musica in altre competizioni per il senato (dove si rinnova un terzo dei seggi) e per tutta la camera dei rappresentanti (dove la maggioranza repubblicana è inossidabile).

Non solo negli stati che non lo votarono. Anche dove vinse due volte, il presidente è in difficoltà, dovendo registrare una popolarità del 42,6 per cento e un tasso di disapprovazione intorno al 52,3, secondo una media degli ultimi sondaggi effettuata da Real Clear Politics. Il guaio è che è ancora più impopolare in stati in bilico, dove vincere o perdere significa per i dem conservare la maggioranza al senato o consegnarla ai repubblicani.

Former U.S. Secretary of State Hillary Clinton and U.S. Democratic Senate candidate Alison Lundergan Grimes wave to crowd at campaign event in LouisvilleAppare ancora più evidente la seria crisi d’immagine della (ex) rockstar della politica americana nel contrasto con il favore che godono le nuove “stelle”, come la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren e, naturalmente, Hillary Clinton (nella foto è proprio con Alison Lundergan Grimes,  l’aspirante senatrice democratica del Kentucky che ha “snobbato” Obama). La loro partecipazione a eventi a sostegno dei candidati democratici è molto richiesta. Ed è chiaro che entrambe si giocano questa partita con l’occhio rivolto alle presidenziali del 2016. Entrambe lo fanno con l’assillo di posizionarsi il più lontano possibile da Obama. Particolarmente decisa a distanziarsi è Warren, che cerca simpatie a sinistra dipingendo un’amministrazione che «ha protetto Wall Street e non le famiglie che perdevano le loro case, non le persone che perdevano il lavoro, e questo è accaduto più e più volte», come ha detto in un’intervista a Thomas Frank di Salon.

A questo paesaggio malinconico per la Casa Bianca, non fa da contrappunto un clima entusiasmante sul fronte avverso. Su tutto prevale la noia di un voto di cui poco si parla e che è tipicamente disertato da importanti settori demografici dell’elettorato. In genere, i giovani e le minoranze partecipano molto di meno alle elezioni politiche di medio termine rispetto a quelle presidenziali. A risentirne è il Partito democratico. Di converso è più consistente la presenza alle urne dei bianchi e degli anziani, il grosso del bacino del Partito repubblicano.

Ormai ci sono due distinte platee elettorali. Per i dem votano soprattutto neri, ispanici, bianchi “educated”, i giovani e i giovanissimi, i cosiddetti Millennials. Per il Grand Old Party i bianchi del ceto medio e alto, molta classe operaia bianca, tendenzialmente gli anziani, i conservatori. Poiché il primo “grappolo” è particolarmente presente alle presidenziali mentre il secondo prevale alle parlamentari di metà mandato, è inevitabile che si creino due maggioranze distinte, una a sostegno della Casa Bianca, l’altra a sostegno del Congresso.

Inevitabilmente queste due maggioranze tendono a consolidarsi, anche perché i repubblicani, vincendo le elezioni congressuali con parole d’ordine molto di destra, indigeste alle minoranze, rimangono sempre più ingabbiati dentro un recinto bianco, che a sua volta diventa determinante per loro nelle elezioni presidenziali. In una simile prospettiva, ad avvantaggiarsene dovrebbero essere i dem, che possono contare su nuove ondate di voto giovanile ed etnico, due constituency che anche nelle successive midterm elections peseranno di più.

Anzi, si può ritenere che, grazie a loro, perfino il prossimo 4 novembre il risultato potrebbe essere alla fine, sia pure di misura, favorevole ai democratici. E poi non può essere sottovalutato un altro fattore, mai trascurabile nelle elezioni americane: il denaro. Che, investito in sofisticate campagne, possono spostare quei voti in bilico che nei battleground states – gli stati “di battaglia” – sono decisivi. A questi si aggiunge poi un pacchetto di voti mobili, di un elettorato ancora in via di definizione, che rispecchia il cangiante mix demografico americano.

Su The Atlantic Ronald Brownstein scrive che il sondaggista repubblicano Bill McInturff ritiene sbagliato dare per scontato che i democratici vivranno un tracollo, come di consueto in questo voto, in particolare nei battleground states. «Girano talmente tanti soldi che dovremmo essere prudenti nei nostri vecchi ragionamenti sulla composizione dell’elettorato».

Se il voto andrà invece in linea con le previsioni, il secondo mandato di Obama sarà ancora più caratterizzato dalla polarizzazione. Per il presidente democratico sarà un braccio di ferro aspro e frustrante con i due rami del Congresso ostili, un’anatra zoppa in cerca di una via d’uscita onorevole da una presidenza iniziata in modo trionfale. Chi nel Partito democratico punta a occupare il suo posto beneficerà, nel 2016, di un avversario fortemente condizionato dal suo partito, da un Gop estremista e oltranzista, incapace di conquistare il voto moderato e centrista e le minoranze. In tal caso, per Obama si prospettano due anni in salita, ma per Clinton, o Warren, in discesa.

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