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Maybe I’m just like my mother | Wittgenstein

luca sofri

Nel 1984 io di Prince non sapevo quasi niente, malgrado ci fossero già stati 1999 e Little Red Corvette, tra gli altri, e cinque dischi prima. A primavera uscì “When doves cry” e per l’inizio dell’estate cominciò a girare molto nelle radio anche qui, malgrado fino ad allora Prince fosse stata una cosa soprattutto americana. Ed era un pezzo pazzesco, che non c’entrava niente con le cose che si sentivano di solito, arrangiato e costruito in maniere irrituali e appiccicosissime insieme – non c’era il ritornello, e lo stesso avrebbe potuto durare venti minuti, sempre allo stesso modo – e con singoli elementi che sarebbero diventati inconfondibili (alla fine fu il singolo più venduto negli Stati Uniti quell’anno). Poi arrivò il disco, e dentro c’erano “I would die 4U”, “Let’s go crazy” e “Purple rain”, “Take me with you” e “The beautiful ones” (insomma, tutte, tranne “Darling Nikki” che non si poteva sentire). Con “Purple Rain”, la canzone, ci si potrebbe chiudere qualsiasi cosa, anche un rubinetto, e commuoversi. Che fu un disco storico lo dicono tutte le storie della musica, ma a me sembrò doppiamente storico, da che io, nel 1984 – l’ho detto? – di Prince non sapevo quasi niente. Fu un bel modo per cominciare, dopo ci fu un’infilata di quattro dischi uno più formidabile dell’altro (culminò nello spettacoloso concerto di Dortmund trasmesso in diretta dalla Rai in prima serata, pensa tu che tempi).

“Purple rain” uscì il 25 giugno 1984, trent’anni fa esatti.

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