[Pisa] Corteo contro la morte nucleare | www.informa-azione.info

28 Aprile 2014 0 Di ken sharo

CORTEO CONTRO LA MORTE NUCLEARE

No acqua radioattiva! No militarizzazione dei territori!
Solidarietà rivoluzionaria ai ribelli!

Esprimere, attraverso un corteo a Pisa, opposizione al progetto in corso di smantellamento del reattore nucleare del CISAM, significa rifiutare l’incubo atomico, qui, dovunque e in qualsivoglia forma si manifesti.  Il decommissioning del reattore sperimentale pisano, primo esperimento del genere in Italia, farà evidentemente da apripista a quelli delle altre obsolete centrali nucleari dislocate sul territorio. “Esperimento riuscito!”, plaudiranno i suoi promotori, “l’opinione pubblica è lubrificata, il tessuto sociale pronto e connivente; fatta eccezione per il solito manipolo di eretici facinorosi, bastian contrari per definizione, ben pochi muovono obiezione”. Già perché non dimentichiamo che, dopo il referendum del 2011, fresco di shock per l’esplosione dell’impianto di Fukushima, lo stato italiano non ha potuto che abbandonare, esclusivamente nella propaganda politica di facciata, il rilancio del nucleare per la produzione di energia, ben consapevole di poterlo riciclare dalla finestra a tempo debito. La memoria storica, sappiamo, è una qualità scomoda alla civiltà moderna: “manipolare per concertare” è un virtuoso motto decisamente più al passo con i tempi. Di fatto, l’ipotesi nucleare, irrinunciabile tassello per un complesso socioeconomico fondato sulla sovrapproduzione energetica, non è mai stata accantonata. Ne è prova lampante il proliferare di ricerca scientifica, civile e militare, pubblica e privata, in questo settore. E Pisa, ancora una volta, si fa pioniera. L’università di Ingegneria nucleare di Pisa, ad esempio, parte del CIRTEN, un consorzio interuniversitario per la ricerca tecnologica nucleare formato da alcuni atenei quali quelli di Milano, Torino, Bologna, Padova, Palermo e Roma, studia e progetta quei reattori di quarta generazione che vengono sperimentati, per il momento, nei paesi dell’est Europa. Anche in questo la necessità di dare un segnale proprio a Pisa, una città dove tanti progetti vengono ideati e si sviluppano nel più totale silenzio, nella più ipocrita complicità. Non possiamo cadere nel tranello del “volevate uscire dal nucleare, noi lo stiamo facendo. Di cosa vi lamentate?!”. Vogliamo ribadire ancora una volta che quello dell’energia atomica è stato e continuerà ad essere il sogno e il motore di una civiltà energivora e deva-stante per l’ambiente, che rincorre unicamente il profitto di pochi a discapito del pianeta e di chi lo abita. Non si tratta certamente di trovare soluzioni alternative, non siamo noi a dover trovare soluzioni ai danni creati da questi specialisti del terrore, saranno loro a trovarle quando saranno messi alle strette dalla determinazione di una lotta senza compromessi.

IL NUCLEARE E IL MONDO CHE LO GENERA 

L’attacco atomico alla città giapponese di Hiroshima, il sei agosto del 1945, insieme a quello su Nagasaki, avvenuto qualche giorno dopo, sono le tragedie che hanno decretato l’alba dell’era nucleare e, con essa, il tramonto della vita sul pianeta. Da allora, nera, cupa, incombente, l’ombra del nucleare minaccia ogni possibilità di un futuro diverso, un futuro libero da questo sistema politico-economico, da questo sistema di relazioni gerarchiche e finanziarie, libero dalle nocività, dallo sfruttamento, dall’oppressione. La sua nascita, infatti, contiene in sé la morte preannunciata del pianeta, sia da un punto di vista di prospettive altre, limitate dall’impossibilità di sbarazzarsene definitivamente (l’eredità instabile che ci lascia per milioni di anni è una realtà consolidata), sia per la sua espressione contemporanea che non smette di causa-re disastri irreversibili: dai più noti (Kyshtym, Three Mile Island ,Chernobyl, Fukushima) a quelli meno conosciuti, dai test francesi nell’atollo di Mururoa, a quelli in India e in Nevada. Il nucleare è ciò che rappresenta meglio la via del “non ritorno”, una volta intra-presa questa strada non si può che giungere ad un vicolo cieco. L’ideologia nuclearista è parte integrante e strumento del sistema capitalista; in qualche modo lo perfeziona, rafforzandolo nella sua irreversibilità. Il sistema tecno-industriale, declinato nelle odierne democrazie occidentali capitaliste, ha utilizzato l’atomo per imporsi, per rafforzarsi, per rendere ineluttabile il suo dominio sul pianeta. Il dominio di una società protetta e generata dalla e sulla paura. Il nucleare richiama la paura più atavica: la paura della morte. E ancora, la paura della “guerra fredda”, la paura che venga a mancare uno stile di vita privilegiato, la paura che delega agli esperti il nostro futuro. L’energia atomica significa morte in ogni momento della sua produzione. Tutta la filiera industriale dell’atomo, di cui non ci sentiamo complici perché incoscienti e irresponsabili fruitori del prodotto finito, implica gravose conseguenze sociali ed ecologiche. Dall’estrazione nelle miniere di uranio, al trasporto-stoccaggio delle scorie, alla costruzione delle stesse centrali, non esiste un passaggio che non comporti una tragedia, una violenza, uno sfruttamento. Il nucleare porta sempre con sé nuove guerre e nuovi massacri, una ulteriore avanzata del dominio su popoli e territori, almeno all’apparenza, facilmente depredabili.  La bulimia energetica, propria di questo mondo tecno-industriale, è l’elisir da cui dipende la sopravvivenza stessa di questa società. L’energia è il cordone ombelicale che deve alimentarla, costi quel che costi. Il nucleare ne è parte integrante e strategica, le sue nefaste conseguenze non sono che “effetti collaterali” propri e inevitabili di una organizzazione sociale-economica-politica basata sul dominio, dominio sull’umano, sulla natura, su tutti gli esseri viventi. L’ energia, la produzione a filiera inversa (la domanda è imposta dal capitale anziché dal bisogno), il consumo e la circolazione delle merci (globalizzazione), sono elementi inscindibili, costitutivi di questa civiltà. L’incremento della produzione, a discapito di tutti gli esseri viventi, non può che condurre all’incremento dell’alienazione, della freddezza, dell’isolamento e dell’ostilità. Di fronte all’imminente collasso della biosfera, di fronte al presunto esaurimento delle riserve energetiche, il sistema cerca di correre ai ripari, rilanciando una proliferazione nucleare spacciata, dalla propaganda di regime, come ecologica e a poco prezzo. La ricerca scientifica si fa complice di tale paradosso. Battaglioni di esperti, tecnofili, opinionisti, forti del loro gergo incomprensibile e al tempo stesso rassicurante, portano avanti, da buoni soldati del sistema, la crociata delle multinazionali dell’atomo. Non fosse stato per il disastro di Fukushima, forse, saremmo tornati, anche nei nostri territori, dentro un nuovo incubo radioattivo. “Scongiurato”, per il momento, questo pericolo, assistiamo allo show dei soliti esperti che, cercando di rifarsi la faccia, solleticano la coscienza etica-ambientalista dei sinceri democratici con la green-economy. Un paradosso che ne segue un altro. Declinare di verde lo sviluppo capitalistico, oltre ad esse-re un imbroglio, una contraddizione in termini, vorrebbe essere una accattivante giustificazione per chi, in buona o cattiva fede, questo sistema si illude di poter riformare.

NUCLEARE CIVILE E MILITARE
Non esiste distinzione fra nucleare civile e nucleare militare. Esiste invece un continuo scambio di conoscenze e di finanziamenti fra i due settori e, così, anche tutta la macchina di propaganda e diffusione nuclearista si sposta a seconda dei finanziamenti disponibili e del vento politico, a favore di uno o dell’altro, senza colpo ferire. Il nucleare civile nasce da quello militare, di cui ha utilizzato e continua ad utilizzare il know-how. E, contemporaneamente, il nucleare civile serve a quello militare, non solo per il rifornimento e la produzione di materiali come ad esempio il plutonio, materiale di scarto della produzione di energia nucleare civile, ma anche per giustificare e sviluppare, senza troppi intoppi o problemi, la ricerca nucleare che poi si riverserà nel settore militare. Ma oltre a tutto questo, il nucleare civile assolve ad un compito molto importante: quello di abituare le persone a vivere a contatto con il nucleare, senza averne più paura ma anzi trovandolo indispensabile per la propria sopravvivenza e per il “progresso”, virtuosa bandiera della civiltà, che giustifica e promuove ogni progetto di ricerca. Anche se è ormai evidente che progresso, in questa società, non significa benessere, o reale miglioramento delle condizioni di vita, ma sfruttamento, distruzione, avvelenamento e morte; non solo lontano dagli occhi e dalle coscienze occidentali ma anche nelle nostre belle città vetrina, democrati-che e all’avanguardia. La logica che si annida dietro al sistema nucleare civile e a quello militare è la medesima: imporre ordine e disciplina, e insieme cercare di dare ossigeno, ad una società ormai al collasso. Il nucleare, civile o militare che sia, rappresenta in pieno i paradigmi del mondo capitalista: centralizzare il potere e i suoi meccanismi di decisione, imporre una cultura di sicurezza, costringere ad una dovuta, e apparentemente inevitabile, subordinazione.

MILITARIZZAZIONE
Il sistema complesso delle società capitaliste occidentali, costitutivamente gerarchico ed autoritario, non può che fondare la sua prosperità su un apparato militare e repressivo. Da un lato le guerre imperialiste di conquista e colonizza-zione, per assimilare e annichilire ogni comunità umana non conforme ai paradigmi dominanti, per omologare e depredare, nella devastazione del saccheggio di quelle che considera mere risorse reificate, che siano naturali o sociali. Dall’altro, l’apparato di pacificazione civile, sempre più palesemente coeso con quello militare. Soldati a presidiare le piazze delle città e droni che volano sulle nostre teste, dovrebbero ricordarci che non solo Palestina, Iraq, Afghanistan so-no territori di guerra ma che lo è anche il pacificato occidente. Siamo in guerra, sebbene fatichiamo a rendercene conto, per il fatto che, qui, viene combattuta solo da una parte. Quando non è così, quando si oppone resistenza all’incedere indisturbato del capitale, calano definitivamente le maschere e il processo di pacificazione rivela appieno la sua natura coercitiva e repressiva. E’ oramai prassi che per siti, cosiddetti di interesse strategico, vengano attuati protocolli di intervento e sorveglianza simili a quelli riconosciuti per i siti mili-tari. Come è accaduto e continua ad accadere, ad esempio, in Val di Susa, dove a presidiare i cantieri sono presenti anche militari rientrati dall’Afghanistan. Sotto la sporca bandiera della democrazia e dell’ordine pubblico, chi resiste diviene automaticamente terrorista. Ed il processo, per attentato con finalità di terrorismo, che si terrà a breve a Torino, contro tre compagni e una compagna accusati di un sabotaggio avvenuto al cantiere di Chiomonte, svela la volontà di sopprimere qualsivoglia anelito di libertà senza mezzi termini.  La guerra, nell’occidente pacificato, si manifesta anche nella continua e progressiva militarizzazione dei territori e nella costruzione di basi militari, come il MOUS (base della marina USA per coordinare i bombardamenti dei droni) in Sicilia o come il costruendo HUB militare (centro strategico) a Pisa. Quest’ultimo, unito alle già numerose strutture militari, fra caserme, il già esistente aero-porto militare e la base USA di Camp Darby, rendono il territorio fra Pisa e Livorno fra i più militarizzati. Non è finita, tutto ciò non si ferma alla repressione diretta o alla privatizzazione dei territori, la guerra ha bisogno di uomini affidabili e mezzi altamente tecnologici ed avanzati. Ha bisogno di propaganda che la giustifichi e di tecnologia che la renda altamente efficace. Sappiamo bene come le Università e i Centri di Ricerca, cosiddetti civili, abbiano da sempre contribuito al rafforzamento e all’evoluzione dell’apparato militare, abbracciando in maniera effettiva (e sola-mente di facciata in modo neutrale) la volontà di mantenimento e consolidamento di controllo e di dominio sull’esistente. La Scuola Superiore di studi universitari e di perfezionamento S. Anna, considerata uno dei fiori all’occhiello di Pisa, è un ottimo esempio della collaborazione fra militare e ricerca. Basti citare il corso di peacekeeping che, in collaborazione con il Centro militare di studi strategici, prepara la futura classe dirigente a lavo-rare a stretto contatto con i militari e a trasformare la guerra imperialista in guerra (ops missione) umanitaria, formando i futuri osservatori marchiati UE, ONU. O ancora “il corso di aggiornamento sull’Afghanistan” destinato agli ufficiali della brigata della Folgore. E che dire dell’accordo tra il Centro di Ricerca sulle Tecnologie per il Mare e la Robotica (spin-off del S. Anna) con l’azienda livornese WASS, del gruppo Fin-meccanica, leader nella costruzioni di siluri di ultima generazione, come il Black shark che vende in tutto il mondo; o della collaborazione con l’istituto Weizmann di Tel Aviv, un centro di ricerca che, tra le altre cose, si occupa dello sviluppo dell’arsenale nucleare israeliano.
Pisa, città universitaria, con i suoi 50.000 iscritti, considerata un fiore all’occhiello nel campo della ricerca scientifica, è una città dove la presenza mi-litare in incremento conferma la complicità storica da parte delle istituzioni cittadine, università ed istituti di ricerca in testa, a questa ingombrante occupazione. Ebbene, a poca distanza dalla base USA di Camp Darby, nella pineta di Tombolo a S. Piero a Grado, sorge il CISAM (Centro Interforze Studi Applicazioni Militari), un centro di ricerca delle tre forze armate alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Un esempio di come la ricerca militare e civile sul nucleare si confondano e si fondano l’una nell’altra.

IL CISAM
Il Centro nasce nel 1956 con il nome di C.A.M.E.N. (Centro per le Applica-zioni Militari dell’Energia Nucleare) all’interno del comprensorio dell’Accade-mia Navale di Livorno. La Marina, in quel periodo, stava infatti pensando di progettare un motore a propulsione nucleare per sommergibili e le limitate conoscenze nel settore la indussero a costituire un centro di studio e di sperimenta-zione, avvalendosi anche dell’esperienza e della capacità dei docenti universitari pisani. Dalla collaborazione fra Difesa e Università di Pisa nasce fin dai primi momenti l’idea di dotare il centro di un reattore nucleare sperimentale, costruito poi a San Piero a Grado, dove nel 1961 si trasferisce il Centro. Nella nuova sede, il CA-MEN viene dotato di laboratori e di attrezzature sperimentali d’avanguardia, quali appunto il Reattore Nucleare di Ricerca RTS-1 “Galileo Galilei”. Così attrezzato e dotato di personale militare e civile, il Centro fece in breve tempo di Pisa una città all’avanguardia per lo studio dell’energia nucleare finalizzato alle applicazioni sia militari che civili, sviluppando numerosi programmi e collaborando proficuamente con Università, Centri di Ricerca (grandi enti nazionali come ENI vi insediarono loro gruppi di ricerca) ed Industrie Nazionali. Divenuto poi CRESAM, con lo spegnimento del reattore nel 1985, ha preso poi il nome di CISAM. L’attività sperimentale del reattore aveva reso necessario, fin dall’inizio, un impianto di trattazione dei rifiuti radioattivi e di un deposito temporaneo, così è avvenuto che per le conoscenze sviluppate, il CISAM, divenisse il punto di raccolta di tutti i rifiuti militari prodotti nel nostro Paese.
Dopo più di mezzo secolo di vita, il Centro, ignorato dai più, come ignorata è la sua storia, si trova adesso nella fase cruciale di decommissioning, ovvero di smantellamento del reattore, ed è ormai da mesi che le acque radioattive della piscina di raffreddamento vengono riversate nel canale dei Navicelli, il canale artificiale che collega la darsena pisana al canale scolmatore dell’Arno e quindi al mare del porto di Livorno. Le prime fasi del decommissioning hanno riguardato il trasferimento del combustibile all’impianto di Saluggia a metà degli anni ottanta, e quello del combustibile mai utilizzato in Francia, all’inizio degli anni duemila. Successivamente, nel 2007, è stata smantellata una piccola parte secondaria dell’impianto e, in seguito, avviate le procedure di reperimento dei fondi per lo smantellamento completo dell’impianto e la messa in sicurezza del sito. I 750.000 litri di acqua radioattiva che ancora per alcuni mesi, verranno trattati all’interno dell’area del Cisam per essere successivamente smaltiti a valle del depuratore di Pisa Sud, fino a confluire nel Canale, sono così l’ennesima beffa ad una città complice e china. Di fronte alla manifestazione di qualche flebile ma determinato gesto di opposi-zione ad un progetto così emblematico e paradossale, ogni organo preposto (Arpat, Enea, Ispra, Comune e compagnia bella) si è rincorso nelle pietose rassicurazioni circa l’innocuità della procedura, ma si è trattato di una inutile quanto affannosa ricerca di una cura indolore per tutti quei corpi cittadini ormai insensibili ad ogni male. Così un’intera popolazione si trova, ancora una volta, totalmente indifferente e connivente nei confronti di un progetto di morte.

LOTTA E’ SOLIDARIETA’
Lottare contro il nucleare significa lottare contro questo esistente, contro una delle sue più rappresentative e nocive espressioni. C’è chi, di fronte alla prospettiva imposta di una esistenza da ingranaggio, in qualunque momento sostituibile, di una megamacchina che macina individui ed ecosistemi in nome del profit-to, non rifiuta le lusinghe di una vita conforme. C’è chi, invece, non ne ha lo stomaco e ha troppa dignità per accettare un ruolo, un “posto al sole” all’interno di questa società assassina. Noi, siamo dalla parte dei ribelli di ogni tempo, riconosciamo in loro, aldilà del percorso di lotta intrapreso, una valenza rivoluzionaria, un patrimonio che cerchiamo di “ereditare”. Ereditare da chi è caduto nella lotta, da chi è prigioniero, da chi ci sta a fianco nei percorsi di resistenza. Il nucleare, a partire dalla metà degli anni settanta fino ad oggi, ha trovato sulla sua strada moltissima resistenza, che si è sviluppata in molteplici pratiche e altrettante rivendicazioni. Non è più il tempo, se mai lo fosse stato, della delega, della passività, della paura e della ragionevolezza. La lotta in prima persona, auto-organizzata, senza compromessi, è l’unica strada che apre infinite possibilità di attrito contro lo sviluppo e il rafforzamento di questo esistente preconfezionato, alienante, biocida, e quant’altro. Ma aldilà delle parole, degli slogan, del rischio di “caricaturizzare”, nella spettacolarizzazione imperante, anche il conflitto, ben pochi, sempre meno, mettono in gioco qualcosa per cercare di fermare i progetti di dominio, oppressione e sfruttamento. Eppure esempi non mancano, pensiamo a Marco Camenisch che, sul finire degli anni ’70, ha cercato, con la dinamite, di fermare la costruzioni di centrali nucleari in Svizzera. Per questi atti di libertà ha pagato e sta pagando con 30 anni di carcere, con la volontà del vendicativo stato elvetico di non lasciarlo uscire di galera nemmeno dopo il fine pena. Pensiamo a Nicola e Alfredo che hanno saputo restituire un po’ di terrore a chi terrorizza per mestiere e con il sorriso democratico sulla faccia. Esempi scomodi per molti ma non per chi ha deciso da che parte stare, con la consapevolezza che un mondo diverso non ci verrà regalato da nessuno, ma che ce lo dovremo conquistare, passo dopo passo, con tutto ciò che questo comporta e necessita. L’opposizione contro il nucleare non è in decommissioning, dagli anni ottanta ad oggi, da sabotaggi, scioperi, cortei, occupazioni, blocchi dei treni trasportanti scorie, etc, è un filo rosso che segna la continuità di una resistenza all’infame mondo capitalista che lo produce.

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