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Liberare la maternità – di Brigitte Vasallo

maternitá

abbattoimuri.wordpress.comDi Brigitte Vasallo (che salutiamo e ringraziamo tanto!) abbiamo già pubblicato, grazie alle traduzioni di Eva, “#OccupyLove – per una rivoluzione degli affetti“. Questo nuovo testo si riferisce alla maternità. Il titolo originale è Disoccupare la maternità. Buona lettura!

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LIBERARE LA MATERNITA’

Abbiamo lottato per smontare la costruzione secondo la quale non fare figl* ci faceva diventare non-donne. Adesso ci tocca anche dinamitare il concetto per cui il fatto di tenerli ci fa diventare una cosa astratta, de-politicizzata, de-sessualizzata e de-socializzata che è LA MADRE. 

“Per posizionarci al di là della frontiera identitaria e diventare mostri sesso-dissidenti che si situino discorsivamente al di fuori del genere, cioè, al di là dell’etero-norma, c’è bisogno di fare un passo avanti. Bisogna appropriarsi del linguaggio ed enunciare le nostre dis-conformità. Non basta ribellarsi affinché non ci dicano (se diverse) che siamo donne cattive, c’è bisogno ed è urgente rinunciare al fatto stesso di essere donna”.

Francisca Barrientos A. ‘La mujer como piedra de toque: una mirada frente al fracaso del feminismo’

Femminista, lesbica novella, poli-multi-amorosa e dissidente per definizione, si fa sempre un silenzio intorno a me quando qualcuno nota che quel marmocchietto che scorrazza tra le mie gambe è mio figlio. “Ah, quindi… sei madre?”. Se questa è la domanda, la risposta è no. Io non sono madre. Sono la madre soltanto di mio figlio e la mia maternità è definita dal rapporto che io e lui abbiamo. Soltanto da quello. Sono la sua mamma. Niente più. E niente meno.

Intorno alla maternità abbiamo fatto molti ragionamenti, ma non siamo riusciti a liberarla. Abbiamo lottato per smontare la costruzione secondo la quale non fare figl* ci rendeva non-donne, donne menomate. Adesso ci tocca anche dinamitare il concetto per cui avendoli diventiamo quella cosa astratta, de-politicizzata, de-sessualizzata e de-socializzata che è La Madre.

Siamo madri o abbiamo figli?

Nel definirci come madri (“sono madre” invece di “ho figl*”) la nostra unica affermazione avviene entro una precisa categoria relazionale, che ci dis-fà come soggetti per ri-convertirci in soggetti-fintanto-che (sei un soggetto fintanto che sei madre), e questo è classico della cultura patriarcale. Quando ci si definisce come madri, si sovrappone la relazione con i nostr* figl* a qualsiasi altra delle dimensioni della nostra identità, poiché essere madre, in fondo, è come sparire. La maternità si situa, caratterizza il nostro essere protagoniste, sta al centro, definisce la nostra unica identità, finisce per diventare essa stessa un soggetto. Le altre circostanze vengono aggiunte a quella essenza assoluta: si è madre lavoratrice o madre single. Comunque Madre.

Tutti i grandi modelli di maternità proposti passano da lì: enunciare la donna come madre tradizionale che stira e lava, e cucina il sugo è ridondante poiché, in quanto donna-madre sublimata diventa una sorta di donna-molto donna. La “donna/vera (dal) marchio/registrato”. Con l’inclusione delle donne nel mondo delle carriere lavorative ci convertiamo in superwomen, la MILF (mother I’d like to fuck, definizione che merita di essere dinamitata a parte), la donna che è madre senza che si sente tale: continua a lavorare come se niente fosse, ha un ventre piatto come se niente fosse, esce a bere e “si lascia scopare” senza per questo perdere nemmeno un brandello della sua essenza materna, ugualmente “donna-molto donna” con l’aggiunta della “manager-molto manager” e scopabile. E’ la balia dei marmocchi viene ridefinita dalla classe sociale, il capitalismo selvaggio e la ri-cosificazione delle donne che continuano a caricarsi del ruolo tradizionale, aumentato dalle nuove esigenze dello spazio pubblico.

Una volta dimostrato che l’ostinazione nel prodursi nelle pratiche quotidiane, mentre si è anche superwoman, diventa insopportabile, scopriamo un altro modo di essere madre: la nutrice naturale estrema, che allatta i figli a domanda per tutta l’eternità, rivendicativa rispetto ai metodi del parto (naturale), non già de-medicalizzato, bensì il più doloroso possibile (perché le madri non sentirebbero dolore partorendo, bensì piacere), completamente felice nel suo ruolo di lavatrice di pannolini ecologici e convinta del co-sleeping, tutte queste questioni meravigliose che risolvono il futuro del pianeta, ma complicano abbastanza la vita a chi si trova a crescere un figlio.

Un ritorno sospettosamente angosciante ad un centro del discorso che resta sempre uguale, che abbiamo in comune, perfettamente definito da Marcela Lagarde: il non aver cura di se’ per riuscire nella cura. Sparire come donna per essere madre, perché continuiamo a concepire la maternità come una categoria antropofaga, che divora tutto.

Il falso dibattito tra non essere madre o sparire

Se avere dei figli significa necessariamente essere madre e se essere madre significa indubbiamente sparire, allora qui non c’è alcun dibattito. Non c’è discussione. La maternità sarebbe una stupidaggine che solo le donne che praticano massiccia abnegazione, angelicamente generose o scandalosamente affettivo-dipendenti possono voler intraprendere.

Assisto a dibattiti, leggo articoli e post in cui si spiega la decisione di avere figl* e si insiste sul falso dibattito di essere o non essere madre, ancora costruito su immagini false e stereotipate di una maternità inevitabilmente de-personalizzatrice. Chi tra noi, lottatrici, pensanti, rivendicatrici, autodeterminate, vorrebbe essere categorizzata in un “essere madre” visto in questi termini antichi  che vengono riprodotti perfino nella versione 2.0? Non vogliamo essere madri. Non lo siamo. Ma i dibattiti non sempre includono la possibilità di avere figl* (di essere le loro madri) senza convertirci in madri.

La maternità femminista passa, necessariamente, da un’altra parte per liberare la categoria materna. Chiamandoci in quanto donne o come profughe della categoria donna, come dissidenti, o con qualsiasi qualità che contenga tutta la complessità di relazioni, esperienze, passioni, desideri, paure e errori che siano. E che contenga, casomai, la maternità ma che non sparisca in essa.

De-maternalizzarci

Il discorso passa dalla realtà. Da un vissuto femminista, liberata la categoria “madre”, avere figl* include un compromesso quando dobbiamo allevarli, consegnando la loro cura alla comunità. Ma la comunità non sembra molto disposta a permettere che alcune abbiano figl* senza diventare madri. Non solo per il modo in cui ci definisce e ci cataloga, bensì per le pratiche quotidiane che sembrano obbligarci a scegliere fra essere donne e madri.

“Quando dico alla gente che canto in un gruppo punk”- spiega Yoli Rozas, cantante di Las niñas de Rajoy – “subito si sorprendono e mi chiedono ma tu non sei madre?”

Esiste un esercizio tremendo di controllo sociale sulle nostre maternità a cominciare dall’idea de “la buona madre” che, ovviamente, né canta in un gruppo punk, né esce la sera, né viaggia da sola, né rimorchia… sembrerebbe che avere figl* sia incompatibile con continuare a vivere. D’altra parte, c’è una disattenzione collettiva riguardo alle tue circostanze. Se hai deciso di “essere madre” e anche così pretendi continuare ad essere persona, continuare a stare nel mondo, dovrai arrangiarti. Mai fino ad oggi mi hanno offerto servizio di asilo quando mi invitano a intervenire in una conferenza durante il fine settimana, per esempio, o alle sette di sera, per quanto le persone che mi invitano sappiano perfettamente che sto crescendo un figlio. Due anni fa, un festival di musica che si svolgeva il weekend mi accreditò come giornalista ma pretendeva che pagassi il biglietto per mio figlio, che allora aveva 4 anni. Se “sono madre” alla fine, sono affari miei e se in più voglio continuare ad essere io, è meglio che la maternità non si senta, non disturbi, proprio in modo che quel che c’è intorno non mi veda come “madre”, e così via. E’ ciò che Lagarde definisce come “sincretismo di genere”. Scegliere continuamente tra il prendersi cura di e avere cura di noi.

Ebbene, personalmente, io non intendo scegliere. Probabilmente la maternità come concetto non ha alcuna soluzione possibile, legata com’è alle donne e, a sua volta, a un concetto di donna totalmente biologizzata. Da una parte stanno limitando il diritto sui nostri corpi per decidere sulle nostre maternità, dall’altra limitano il diritto sulle nostre identità per continuare a definirci in mille modi anche quando abbiamo dei figl*.

Come afferma Lagarde, è urgente e necessario maternalizzare la società e de-maternalizzarci noi. O, parafrasando Barrientos, è urgente e necessario rinunciare al fatto stesso di “essere madri”, sia che abbiamo figl* o meno.

Liberare la maternità – di Brigitte Vasallo – Al di là del Buco.

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2 Comments

  1. una donna che ha dei figli si può definire madre ed essere persona e ha il diritto di lavorare e scopare . Un uomo con figli si definisce padre senza troppe fisime, lavora, tromba, è un FILF o meno senza problemi e una donna dovrebbe avere lo stesso diritto.

  2. padri e padri sono sempre persone, uomini e donne..avere dei figli, crescerli e amarli è compatibile con l’essere persone. E sì esistono donne manager che sono madri, donne punk che sono madri e anche padri manager e punk..esistono le madri single, esistono padri e madri i più diversi,quelli che fanno co-sleeping e quelli che no ecc..esistono e raccontarli è legittimo (la maternità e la paternità fa parte dell’umano). E sì esistono anche genitori magari coi figli già gradicelli che hanno più tempo per la vita sessuale, possiamo chiamarli milf o filf ma esistono ed è legittimo

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