Ecco le nuove regole per il web del Pd Gli esperti: “Conflitto giustizia-Privacy”

11 Febbraio 2014 0 Di ken sharo
La Stampa –I penalisti: “Norme inutili e confuse. Si rischia di portare sul tavolo del Garante una serie di questioni che invece dovrebbero essere affrontati dai giudici”

Il Pd ha presentato una proposta di legge contro «l’odio sul web»

Una premessa è doverosa. Il progetto di legge presentato dai deputati del Pd Alessandra Moretti e Francesco Sanna (e sottoscritto da altri colleghi) è ancora una bozza. Ma a oggi esiste un testo intitolato «Norme per la tutela della dignità in Internet» che sarà presentato nei prossimi giorni dai firmatari. Quattro articoli che intervengono sulla «tutela dell’identità personale in Internet» (art. 1), in particolare per i minori, su «diritto all’oblio, aggiornamento e rettificazione dei dati personali» (art. 2) e infine altre «disposizioni in materia di diffamazione e ingiuria» (art. 3 e 4), con in particolare una revisione della disciplina relativa alla diffamazione a mezzo stampa. Di seguito un’analisi del testo (che potete scaricare in allegato) affidata agli esperti del settore, per capire quali potrebbero essere le novità, ricordando però che l’iter parlamentare non è ancora iniziato e che quindi l’eventuale approvazione è ancora molto lontana.

 

«ORRORI GIURIDICI» – Secondo Francesco Micozzi, avvocato esperto di diritto penale applicato alla Rete, nel testo ci sono alcune imprecisioni. «Li chiamerei errori – spiega – anzi, orrori giuridici». Già nell’introduzione, secondo Micozzi, la legge presenta «molti dubbi». A partire dal riferimento alla sentenza «Google-Vividown», citata nel testo, «che però è stata annullata dalla Cassazione. Io credo che così si rischia di creare una legge demagogica che, nella pratica, servirà a poco, se non a creare ulteriori problemi». Più positivo, invece, il giudizio complessivo di Bruno Saetta, avvocato e blogger, «anche se in realtà questa legge è molto diversa da come era stata presentata. Di fatto non c’è nulla di dirompente, poco o niente sull’hate speech, come invece si dice nella sua presentazione». Per Saetta, questo è un bene: «È meglio che di questo tema non si occupi il Parlamento, ma l’Unione Europea».

 

TUTELA DEI MINORI – Secondo l’articolo 1, «i genitori di un minore, il quale abbia registrato mediante falsa dichiarazione di maggiore età i propri dati personali su un sito web, possono inoltrare (…) una richiesta per l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore, diffuso dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica». Per Saetta si tratta di una norma «che va a regolamentare alcuni aspetti già previsti dal Codice della Privacy» e quindi parrebbe superflua. Micozzi si spinge oltre ed evidenzia alcuni punti critici: «Qui si parla di minori, ma spesso il problema di protezione sorge in siti come Facebook, dove non è necessario essere maggiorenne per iscriversi. E poi in qualsiasi sito c’è già la possibilità di chiedere l’annullamento della propria iscrizione (o di quella del proprio figlio minore) grazie alle norme del codice civile o di quello sulla Privacy. Mi sembra una norma di propaganda che non introduce nulla di nuovo e che non troverà mai applicazione».

 

DIRITTO ALL’OBLIO – L’articolo 2 modifica il decreto legislativo n. 196 del 30 giugno 2003, introducendo gli articoli 137-bis e 137-ter. «Nel primo e secondo comma – spiega Micozzi – in sostanza si ripetono cose già previste dal codice della Privacy, come la possibilità di chiedere la modifica dei propri dati personali pubblicati in emeroteche telematiche, così come la deindicizzazione degli articoli in questione dai motori di ricerca». Al terzo comma, però, Micozzi rileva un aspetto «poco chiaro che si presta a un’interpretazione troppo estensiva». «Fermo restando il dovere del giornalista di correggere senza ritardo errori e inesattezze – recita il testo -, con evidenza grafica ove possibile analoga a quella della notizia corretta, l’interessato ha diritto alla rettificazione della notizie contenenti dati personali inesatti». «Qui si pongono diversi problemi – fa notare il penalista -, prima di tutto perché si va a colpire solo il giornalista? Semmai il responsabile della mancata correzione è il giornale, anche perché il giornalista potrebbe non lavorare più per quella testata. E poi cosa si intende per “giornalista”? Un “professionista” o anche solo un “pubblicista”? E quindi un blogger non ha la stessa responsabilità?».

 

IL GARANTE COME I GIUDICI – «Inoltre – prosegue Micozzi – si parla non solo di dati personali errati, ma anche di “notizie” da rettificare. Eppure la proposta di legge dice che spetta al Garante della Pivacy intervenire, ma siamo sicuri che sia un tema di sua competenza? A mio avviso, con questo testo di legge si chiede al Garante di verificare se un articolo è diffamatorio o meno. Ed è molto pericoloso: di fatto si chiede a un’autorità amministrativa di svolgere un compito di autorità giudiziaria». Senza contare il rischio «intasamento»: «In Italia i giudici sono tanti, il Garante solo uno. Come potrà intervenire per far rimuovere tutti quegli articoli che un soggetto ritiene “lesivi della propria dignità”? Come potrà giudicare se effettivamente lo sono?».

 

DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA – L’articolo 3 modifica invece la legge n. 47 dell’8 febbraio 1948, estendendo la disciplina sulla stampa anche alle «testate online». Non ai blog, ma alle testate giornalistiche registrate «limitatamente ai contenuti prodotti, pubblicati, trasmessi o messi in rete dalle stesse redazioni». Questo passaggio ha un significato ben preciso e l’avvocato Saetta la spiega così: «Sono esclusi da tale disciplina i commenti dei lettori e gli eventuali post dei blogger esterni alla redazione, anche se pubblicati su una testata online giornalistica. In questo caso, dunque, in caso di diffamazione, il direttore non sarà responsabile per omesso controllo e non si potrà parlare di “diffamazione a mezzo stampa”».

 

LA RETTIFICA – Ma per Micozzi, anche in questo articolo, ci sono alcuni punti poco convincenti: «Nel testo si dice che spetterà al Garante per la Privacy il compito di ordinare la pubblicazione della rettifica in caso di notizie errate. Così si rischia di intasare il lavoro del Garante». Nel testo è previsto che la pubblicazione della rettifica dovrà avvenire «gratuitamente e senza commento» e viene introdotta una novità significativa: «Il giudice – recita il comma 5 dell’articolo 3 – acquisita la notizia dell’avvenuta pubblicazione delle dichiarazioni o, ai sensi dell’articolo 8, delle rettifiche, pronuncia sentenza di non luogo a procedere». «Questo vuol dire che la rettifica estingue il reato? Scritto così, non è chiaro» insiste Micozzi, il quale contesta anche la novità secondo cui «per il delitto di diffamazione commesso mediante comunicazione telematica - recita la proposta di legge – è competente il giudice del luogo di residenza della persona offesa». E se più persone si ritengono diffamate dallo stesso articolo e sporgono querela contro un giornale? Ci sarà un processo in ogni tribunale di residenza dei diretti interessati? «Questo non è possibile – aggiunge Micozzi – non si può essere giudicati per lo stesso reato da tribunali diversi».

 

INGIURIA E DIFFAMAZIONE – L’articolo 4, infine, introduce alcune novità sul reato di ingiuria (inserendo anche il caso di «comunicazione telematica») e su quello di diffamazione semplice: tra le pene sparisce la reclusione, sostituita da una multa. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato e se è «arrecata con un qualsiasi mezzo di pubblicità o in via telematica», la sanzione può arrivare fino a 18 mila euro in caso di diffamazione semplice o 50 mila euro per diffamazione a mezzo stampa. «E questo – conclude l’avvocato Micozzi – crea una grande disparità, colpendo in modo spropositato i giornalisti, che invece andrebbero maggiormente protetti proprio perché, esercitando questa professione, per loro è più alto il rischio di commettere questo reato».

La Stampa – Ecco le nuove regole per il web del Pd Gli esperti: “Conflitto giustizia-Privacy”.

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •  
  •