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Andiamo avanti tranquillamente |di Luca Sofri – Wittgenstein

wittgenstein.it-  Andiamo avanti tranquillamente. – edit

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 Emma Bonino

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1. Ci sono almeno tre forti ragioni per essere molto delusi dalla scelta di non confermare Emma Bonino agli Esteri. Una è che Bonino è uno dei politici più onesti e competenti sugli Esteri che ci sono in Italia, e azzerare il suo lavoro è una vera sciocchezza, così come lo è smettere di approfittare della sua capacità e impegno. La seconda è che c’è un solo ministero in cui esperienza e rispettabilità sono decisivi e prevalenti sul rinnovamento, e non un alibi vuoto come per altri ruoli; e un solo ministero in cui l’Italia non abbia bisogno di approcci innovativi e sovversivi rispetto a passati fallimentari: ed è il ministero degli Esteri. Lo dico con stima per Federica Mogherini, che penso capace di molto: ma se si pensa al semestre europeo, all’Ucraina, ai marinai in India – per dirne solo tre – scegliere tra Bonino e Mogherini è come scegliere tra un fiammifero e un garofano quando si deve accendere un fuoco. La terza ragione è quella meno concreta e più sgradevole: ed è che anche Matteo Renzi si sia inserito – lo sta facendo sempre più spesso – in un deprecabile solco della politica italiana e della politica di sinistra. Ovvero dare peso al potere contrattuale degli apparati politici piuttosto che alle qualità individuali: e ottenere che ne faccia le spese Emma Bonino, che non conta niente, non la protegge nessuno e non serve a ottenere niente. In questo caso, dovendo Renzi mostrare rinnovamento rispetto al governo Letta non ha però rimpiazzato tre ministri alfaniani; né ha rimpiazzato tre ministri del PD, che pure si dimostrano così indispensabili da essere stati rimescolati in ministeri a piacere (e di uno dei quali a suo tempo aveva opinioni condensate nella definizione di “vicedisastro”). Ha invece scaricato quel che era facile scaricare, e che il PD va scaricando da anni in mille diverse repliche: una tradizione. Una vigliaccheria, in senso tecnico.
(Colmo di paradosso: quello che ha combinato il disastro Shalabayeva resta ministro, dopo che Renzi ne aveva suggerito le dimissioni; quella che ha riportato Shalabayeva viene scaricata).

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2. Non si sa ancora com’è andata, ma la certezza con cui circolava il nome di Nicola Gratteri nel pomeriggio di venerdì lascia pensare – anche a chi diffidi delle invenzioni di questi giorni sui “totoministri” – che quel nome fosse davvero fondato. Chi conosce Napolitano ha immaginato presto che le sue attenzioni agli Esteri e alla Giustizia lo avrebbero reso diffidente su quelle due scelte: ora in molti scrivono che l’ha avuta vinta sulla Giustizia e persa sugli Esteri. Se è andata davvero così, c’è da apprezzare la sua misura e deprecare ancora di più l’insistenza renziana sugli Esteri. Ma è una buona notizia che – anche qui al di fuori di ogni opinione su Nicola Gratteri – qualcuno sia riuscito a togliere a Renzi la bislacca idea che un pubblico ministero possa essere una buona idea per un ruolo così delicato e bisognoso di equilibrio come il Ministero della Giustizia. Può darsi che a Renzi piacesse usare questa scelta per mostrarsi capace di provocare Berlusconi, ma ne avrebbe fatto le spese un fronte importantissimo della gestione pubblica e dei guai nazionali. Se glielo ha dovuto spiegare Napolitano, di nuovo complimenti a Napolitano.

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3. Non so veramente niente di Stefania Giannini: tendo a pensare sia una brava persona, come tendo a pensare degli sconosciuti. Ma osservo che Matteo Renzi ha preso il settore di cui andava da anni annunciando l’assoluta priorità nella ricostruzione di nuove prospettive per tutti – “la scuola è il terreno sul quale si gioca il futuro del nostro Paese”, diceva il suo programma – e lo ha usato per risolvere il mercanteggiamento ministeriale con un piccolo alleato, consegnando il ministero al suo segretario, come con un Alfano qualsiasi. E non raccontiamoci storie sul fatto che Giannini sia docente universitaria: qualifica assai diffusa e che non ha niente a che fare con le ragioni per cui è diventata ministro, oltre che assai estranea ai temi della scuola di cui Renzi è andato parlando finora.

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4. Dario Franceschini, un ministro per tutte le stagioni, è stato messo alla Cultura, pescando tra i sei ministeri per cui erano state fatte ipotesi apposite per lui. È un uomo colto, scrive, va bene. È anche un ex segretario del PD, sottosegretario per la prima volta nel 1999, sfuggito alla micidiale rottamazione di Matteo Renzi – che pure gliene ha dette di tutte – in forza di un suo poterino contrattuale interno al PD che ha messo acrobaticamente al servizio di Renzi dopo averlo spostato un po’ ovunque negli anni. Franceschini – ripeto, stimabile persona – è quello che Renzi ha sostenuto di voler ribaltare in tutti questi anni. L’avergli affidato la Cultura del 2014 – per cui si immaginava per esempio uno come Baricco, che la Cultura l’ha costruita e messa i discussione e rinnovata sempre e ancora oggi – è una delle più spettacolari sconfitte per Renzi di questo governo Renzi, limitata solo dalla superiore dimensione delle altre (un governo con Alfano e Lupi, vedi un po’).

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Non sono cose rassicuranti da vedere, ma sono conseguenze inevitabili della natura di questo governo: e sono soltanto le prime. Poi ci sono altre persone, nel governo Renzi: di alcune non so abbastanza, e questo mi fa ben sperare.

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Andiamo avanti tranquillamente | Wittgenstein.

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