unpianetanonbasta: Esplosione demografica e picco alimentare

4 Gennaio 2014 0 Di ammiano marcellino

unpianetanonbasta: Esplosione demografica e picco alimentare.

Nel suo libro “L’aumento della popolazione nell’era moderna” il demografo Mc Keown attribuisce un ruolo determinante nella crescita demografica alla quantità e al livello dell’alimentazione, riprendendo le tesi malthusiane sul rapporto tra popolazione e disponibilità di alimenti. Molti demografi contestano questa relazione diretta tra alimentazione e popolazione, tra cui l’italiano Livi Bacci che riconosce l’importanza del fattore alimentare solo sui brevi periodi, mentre sui tempi lunghi intervengono altri fattori come quello culturale, religioso o le aspettative economiche. E. Wrigley e R. Schofield studiando le dinamiche demografiche in Inghilterra mettono in relazione la crescita demografica più con il regime nuziale e riproduttivo connesso con le condizioni di vita dei lavoratori, piuttosto che con le risorse alimentari. Ma quale è la situazione e come si stanno modificando i rapporti tra demografia e nutrizione in un mondo di sette miliardi di abitanti, i quali richiedono sempre di più l’accesso a cibi abbondanti, di qualità, ricchi di proteine, raffinati nei gusti e nelle preparazioni? Oggi il pianeta si sta avviando ad una situazione in cui i suoli destinati all’agricoltura saranno sempre di meno per il cambiamento climatico, la modificazione della distribuzione delle piogge, la cementificazione, la desertificazione, la salinizzazione e l’inaridimento dei suoli, l’esaurimento delle risorse idriche; nuovo suolo disponibile potrà esserci, come sta avvenendo in Africa e in Asia, solo distruggendo le foreste fluviali e l’habitat silvestre di numerose specie animali. Un esempio di distruzione ambientale per esigenze alimentari è quello che avviene  in Brasile, dove migliaia di ettari di foresta amazzonica vengono sacrificati ogni anno per riconvertirli a colture cerealicole o a pascolo per la produzione di carne. Soltanto ulteriore deforestazione, distruzione di ambienti naturali, uno sfruttamento più intensivo di suoli, un uso più massiccio di pesticidi e veleni chimici potrà assicurare il sostentamento per ulteriori masse di umani. Ci sono limiti all’uso di fertilizzanti sia per l’esaurimento dei suoli sia per problemi di costi e di produzione di prodotti azotati. L’azoto, principale componente dei prodotti chimici per aumentare la resa produttiva dei suoli, è presente in abbondanza nell’atmosfera in una forma libera molecolare (N2), una forma stabile che non è in grado di essere assorbita dal metabolismo degli esseri viventi. Per una sua utilizzabilità come nutrimento di piante e animali, l’azoto deve essere convertito nella forma fissata ad altri elementi, in particolare l’idrogeno. Per produrre fertilizzanti abbiamo a disposizione il processo Haber-Bosch che permette di combinare l’azoto con l’idrogeno per formare ammoniaca in presenza di un catalizzatore ferroso. Ogni anno si producono centinaia di milioni di tonnellate di ammoniaca, e la richiesta continuerà a crescere con l’aumento della popolazione mondiale per la necessità di fertilizzanti azotati. Per far combinare l’azoto libero con altre sostanze è necessario fornire al sistema irriducibili quantità di energia. C’è in pratica un limite termodinamico alla quantità di ammoniaca e altri prodotti azotati che possiamo produrre. Allo scopo di scindere il triplo legame che lega i due atomi di azoto nella molecola si richiede molta energia dall’esterno. Si deve inoltre fornire ulteriore energia per formare i composti azotati. Nel processo Haber l’energia libera deve essere fornita dall’idrogeno gassoso, la cui produzione è possibile industrialmente solo ricorrendo agli idrocarburi. La disponibilità di petrolio e gas per la produzione di composti azotati è sempre più limitata dal picco del petrolio e dai prezzi crescenti. Nuovi metodi basati sulla produzione con catalizzatori organo-metallici che cercano di riprodurre i sistemi enzimatici dei batteri, produttori naturali di composti azotati, è costosa e lenta, e non adatta per l’utilizzo su vasta scala. E’ prevedibile che in presenza di una maggiore richiesta di cibo da parte della popolazione mondiale in crescita (si parla di 10-11 miliardi di abitanti per la fine del secolo) assisteremo ad un picco alimentare che, secondo alcuni demografi, ci costringerà a mangiare le alghe e gli insetti. Senza contare che i prodotti azotati sono inquinanti delle acque e producono nitrificazione, eutrofizzazione, ipossia e tossicità per la vita marina. Paul R. Ehrlich già nel suo libro “un pianeta non basta” del 1990 sottolineava che la questione della alimentazione sarebbe stato il primo problema in un pianeta sovrappopolato. Ehrlich descrive una forbice sempre più stretta tra produzione agricola e popolazione, e prospetta che una eventuale probabile stasi nella produzione alimentare in presenza di popolazione in ulteriore crescita, potrebbe determinare una crisi alimentare mondiale. Analizzando gli esempi concreti della produzione cerealicola cinese o di quella indiana, Ehrlich mostra come, dopo il forte aumento produttivo tra gli anni 1965 e 1985, la produzione cinese e indiana è entrata in crisi per l’eccessivo sfruttamento dei suoli e l’esaurimento dell’acqua utilizzata in gran parte per sostenere lo sviluppo industriale. Solo negli ultimi anni la produzione è tornata a crescere ma al prezzo di un uso massiccio di concimi, fertilizzanti, ogm, veleni e pesticidi. Questi livelli non potranno essere sostenuti per molti altri anni ancora. Anche l’Indonesia si trova in una situazione critica in quanto già la resa dei fertilizzanti è al massimo e la popolazione è cresciuta rapidamente raggiungendo i 250 milioni di abitanti. Giava è oggi una delle aree più densamente popolate del mondo. La foresta fluviale indonesiana rischia di sparire sotto la pressione demografica antropica. L’Indonesia ha lanciato un ambizioso programma per il trasferimento dell’eccesso di popolazione da Giava nelle isole esterne, con insediamenti agricoli su Kalimantan, Sumatra, Sulawesi e Irian Jaya. Ciò ha portato alla distruzione di una ambiente in cui sopravvivevano numerosissime specie rare di piante e animali, ad una massiccia deforestazione, all’erosione del suolo e insabbiamento dei corsi d’acqua. Uno dei più malaugurati effetti collaterali è stato quello di distogliere l’attenzione del governo indonesiano dall’assoluta necessità di un controllo demografico. Anche le Filippine sono in situazione critica. La popolazione è raddoppiata in circa 25 anni, al netto della emigrazione, mentre la produzione agricola non è potuta raddoppiare, costringendo il governo ad importare derrate alimentari. I paesi industriali dell’estremo Oriente – Giappone, Corea e Taiwan – hanno raccolti di grano che da alcuni decenni crescono poco, e la stessa massiccia industrializzazione ne è in parte responsabile. In questi paesi già affollati, l’industrializzazione massiccia e le infrastrutture antropiche tolgono all’agricoltura sia terra che manodopera. Se complessivamente in tutto il mondo l’incremento della produzione agricola ha finora tenuto il passo con la crescita demografica, le prospettive per il futuro sono molto meno rosee. Il caso dell’Africa è particolarmente grave, in quanto la crescita demografica inarrestabile produrrà conseguenze gravi in un territorio in cui la fame e la carenza di produzione di derrate alimentari tiene alta la mortalità (specie infantile) e costringe all’emigrazione grandi masse di giovani. E’ prevedibile che altri milioni di ettari verranno sottratti alla savana nei prossimi anni, per destinarli alla produzione cerealicola e agli allevamenti, anche per la spinta di interessi di alcune multinazionali. Si prospetta un danno irreversibile alla biodiversità, alle specie viventi, all’ambiente unico del continente africano. Oggi la produzione di grano vede al primo posto l’Unione Europea che ha il primato dell’esportazione grazie all’uso di ingenti quantità di fertilizzanti, seguita dalla Cina che però utilizza tutta la produzione per mantenere il miliardo e mezzo di cinesi, ed anzi è costretta ad importare dagli Stati Uniti. Anche l’India, nonostante gli aumenti di produzione degli ultimi anni è costretta ad importare da Usa e Russia per l’eccessiva crescita della popolazione, nonostante che i residui suoli agricoli siano sfruttati al massimo. Le colture tradizionali si stanno perdendo in molti paesi, sotto la pressione demografica che obbliga ad uniformare la produzione su frumento, mais, riso (oggi in gran parte geneticamente modificati per renderli compatibili con gli antiparassitari e rispondere all’aumento di domanda). Molti paesi tropicali,quelli più esposti alla fame, non sono adatti a queste colture. Del resto il ricorso alle biotecnologie spesso svantaggia proprio i paesi poveri: la produzione di prodotti con il sapore di vaniglia minaccia l’occupazione di decine di migliaia di agricoltori del Madagascar; così come la produzione in laboratorio di zucchero sintetico minaccia i coltivatori della canna da zucchero. La biotecnologia porterà l’agricoltura sotto il controllo di grandi società per azioni, con risultati ecologici ed economici difficili da prevedere, ma comunque non favorevoli ai paesi arretrati, che spesso vedono le produzioni deviate verso prodotti da esportazione piuttosto che verso i consumi locali. Come ha osservato Lester Brown, ogni anno gli agricoltori devono produrre cibo per 95milioni di persone in più usando circa 26 miliardi di tonnellate di suolo agricolo in meno – una perdita equivalente alla quantità di suolo agricolo che ricopre i terreni coltivati a frumento in Australia. Brown ha inoltre calcolato che la produzione mondiale di grano aumenterà in futuro soltanto dello 0,9% all’anno – una prospettiva spaventosa se si considera che la popolazione mondiale sembra avviata ad un tasso di crescita, confermato recentemente dai dati dell’Onu, di più dell’ 1,5 % per i prossimi decenni. Nonostante questa sia la prima emergenza, nessuno nel mondo (tranne pochissime eccezioni) si preoccupa seriamente di elaborare programmi operativi di controllo demografico, pertanto l’umanità è di fronte ad un lungo periodo in cui agli alti livelli di sovrappopolazione si dovrà far fronte con un aumento della produzione alimentare preservando allo stesso tempo l’ambiente. Una sfida che per adesso stiamo perdendo.

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •  
  •