Biografia di Ernesto Che Guevara – antoniogramsci.com

9 Ottobre 2013 0 Di macwalt

antoniogramsci.com – La giustizia sociale, un fine nobilissimo, perseguito con grande dedizione fino al sacrificio della vita. Vittorie e sconfitte di un uomoche è diventato un mito della Storia.

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Biografia 1/4

La famiglia

Nasce il 14 giugno 1928 nella città di Rosario, Argentina, primogenito di Celia de la Serna e di Ernesto Guevara Lynch, costruttore edile. La famiglia è agiata e vive in una regione confinante con il Brasile e il Paraguay nel governatorato di Misiones che deve il suo nome ai gesuiti spagnoli colonizzatori delle popolazioni indie guarany. 

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La malattia

Nel luglio dello stesso anno si ammala di broncopolmonite: sarà causa dell’asma che lo tormenterà per tutta la vita. Nel 1933, su consiglio del medico che ha in cura il piccolo Guevara, la famiglia si trasferisce nella città di Alta Gracia, luogo di villeggiatura nella provincia di Córdoba, dove il clima è più dolce e mite. Anche la nonna, Ana Lynch, e la zia Beatrice, con la quale rimarrà in contatto epistolare per sempre, lo accompagnano alla scoperta della poesia, della natura e degli animali. Ha quattro fratelli: Celia, Roberto, Ana Maria e Juan Martin.

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Gli studi

La preparazione per la scuola elementare è guidata dalla madre, che lo porta alla conoscenza delle opere di Verne, Dumas, Cervantes, Stevenson, Salgari. Tra le sue giovani amicizie: figli di minatori, contadini, lavoratori alberghieri. È curioso e, narra suo padre, vuole sapere tutto quello che accade in campagna, come nascono gli animali, come si debbono allevare, curare; vuole conoscere i tipi di agricoltura e di vegetazione.

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Tra il 1941 e il 1947 prosegue gli studi, come esterno, nella scuola media del collegio Dean Funes di Córdoba e stringe amicizia con Alberto Granado che più tardi lo accompagnerà nel suo giro per il continente americano. Legge Freud e Jung, Neruda, Quiroga, London, il Capitale di Marx e il Decameron del Boccaccio. Il 22 aprile 1947 conclude gli studi al Dean Funes e conosce la giovane Berta Gilda Infante, Tita, membro della Gioventù Comunista di Argentina, con la quale manterrà per sempre una diretta e intima relazione di amicizia. 

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Lo sport

Pratica molto sport e compie lunghe escursioni. Inizia a scrivere un dizionario filosofico, composto da sette quaderni, nel quale esprime concetti generali sulla storia della filosofia e delle scienze sociali. Il terzo quaderno contiene appunti sulla vita di Carlo Marx e sulle origini della filosofia marxista, nonché alcune definizioni dei concetti di socialismo e di marxismo-leninismo.

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In Argentina

Nel 1950, terminato il liceo, si trasferisce con la famiglia, che attraversa difficoltà economiche, a Buenos Aires, dove si iscrive alla facoltà di medicina, mantenendosi agli studi con un impiego nel municipio di Buenos Aires; nello stesso periodo lavora gratuitamente presso l’Istituto di Ricerche sulle allergie. Curioso, libero e con uno spiccato senso critico, non gli interessano i voti alti e studia con passione solo quello che ritiene utile alla propria formazione. Nei mesi di vacanza viaggia come può, in bicicletta, a piedi e in moto all’interno del suo Paese, sino alle Ande. Ospitato su di un cargo, arriva anche all’isola di Trinidad.

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Viaggia in bicicletta

A partire da gennaio 1950, percorre le province del nord dell’Argentina su una bicicletta Northon, sulla quale installa un piccolo motore; attraversa il sud delle province di Buenos Aires e Santa Fe e arriva a Córdoba dopo 41 ore e 17 minuti. Qui viene accolto dalla famiglia del suo amico Granado. Poi si reca a Santiago del Estero e scrive i suoi primi appunti. Alla fine percorrerà 4500 chilometri. 

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Viaggia in moto

Nell’ottobre del ’51, a 23 anni, Ernesto Guevara decide di partire con la Poderosa II, una motocicletta Northon 500, con l’amico Alberto Granado per visitare il “suo continente”; scrive: “Era una mattina d’ottobre, ed io ero andato a Córdova approfittando delle vacanze del 17. Bevevamo mate dolce sotto il pergolato della casa di Alberto Granado e ci raccontavamo le ultime novità sulla nostra ‘vita da cani’, mentre cercavamo di sistemare la Poderosa II. […] Sulle ali del sogno arrivavamo in paesi remoti, navigavamo per i mari tropicali e visitavamo tutta l’Asia”.

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Nel febbraio del 1952 è in Cile. Si devono fermare a Lautaro per un guasto molto grave alla Poderosa. Racconterà Ernesto: “La moto era più o meno sistemata e saremmo partiti il giorno dopo, così decidemmo di andare a bere e far baldoria con alcuni amici del posto. Il vino cileno è buonissimo! Io bevevo a una velocità straordinaria, così quando si trattò di andare al ballo del paese, mi sentivo capace di grandi imprese. […] La compagnia era gradevole e gli amici continuavano a riempirci lo stomaco e la testa di vino. A un tratto, uno dei meccanici dell’officina, particolarmente gentile, mi chiese di ballare con la moglie perché tutto quel bere gli aveva fatto male; la donna era calda ed eccitata, ed anche a lei scorreva vino cileno nelle vene. Io la presi per mano per portarla fuori e lei mi seguì docilmente […] ma, quando si rese conto che il marito la guardava, cambiò idea e disse che doveva rimanere; io, che non ero più in grado di intendere ragione, iniziai un tira e molla che ci portò vicino a una porta d’uscita. Ormai ci guardavano tutti e la donna mi diede un calcio; io continuavo a trascinarla, finché perse l’equilibrio e cadde rovinosamente a terra. A quel punto io e Alberto capimmo che era meglio darcela a gambe; ci mettemmo a correre velocemente verso il paese, seguiti da uno sciame di ballerini furenti…”

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La moto, molto amata dal Che, dopo vari tentativi di riparazione si rompe definitivamente a Santiago del Cile ed Ernesto e l’amico, seppure a malincuore, l’abbandonano e decidono di continuare a piedi. In quel viaggio si consolida la sua abitudine di registrare le proprie impressioni su carta: la manterrà per sempre. Lavorano qua e là, come capita, finché s’imbarcano come marinai su una nave diretta in Perù. Sono passati sei mesi dalla partenza e a Lima fanno amicizia con un medico che li conduce nel lebbrosario di Huambo a più di duemila metri, in piena selva; poiché Ernesto subisce un attacco di asma, l’amico Alberto fa in modo che possa viaggiare sino al lebbrosario su un cavallo. A Huambo si commuove per le condizioni drammatiche che stanno vivendo gli ammalati di lebbra; li visita e alla fine scrive: “Le persone che se ne fanno carico svolgono un lavoro davvero meritorio, perché la situazione generale è disastrosa. In un piccolo spazio di meno di mezzo ettaro, due terzi del quale riservato ai malati, si svolge la vita di questi condannati che aspettano come liberazione la morte”.

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Il Machu Picchu

Visita il Machu Picchu, trascrivendo le sue impressioni e la sua ammirazione per quel luogo sacro dell’impero Inca: Machu Picchu, Enigma di pietra in America

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Con Alberto, Ernesto arriva il 7 giugno 1952 al lebbrosario di San Pablo, nella provincia di Loreto in Amazzonia. Alcuni mesi dopo, a scopo terapeutico, organizzano con il dottor Federico Breziani che segue il lebbrosario, attività sportive ed escursioni per i malati; Ernesto gioca anche a calcio e legge il poeta Federico García Lorca. Nello stesso periodo visita la tribù degli indios Yaguas. I degenti del lebbrosario, profondamente commossi dalle attenzioni ricevute, costruiscono per loro una zattera perché possano attraversare diagonalmente il Rio delle Amazzoni, per poter arrivare a Leticia, in Colombia.

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Giugno 1952: a Leticia, per poter continuare il viaggio fino a Bogotà, approfittando della fama di cui godono i calciatori argentini chiedono di allenare squadre per il campionato locale di football. La loro squadra vince il campionato e in premio Guevara e Granado ricevono un biglietto aereo per Bogotà, dove, purtroppo, vengono immediatamente arrestati dalla polizia del dittatore Laureano Gomez; usciti di prigione un mese dopo, decidono di abbandonare il Paese ed entrano in Venezuela dove Ernesto si separa da Alberto Granado.

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A Miami

Ernesto Guevara decide di recarsi a Miami, nel luglio del ’52, sull’aereo da trasporto di cavalli di un amico, per vedere gli Stati Uniti prima di rientrare in Argentina. A Miami frequenta la biblioteca pubblica, studia, s’informa e stabilisce stretti rapporti con l’ambiente latino-americano, resistendo un mese praticamente senza denaro.

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È medico

Il 12 giugno del ’53, superando velocemente gli ultimi esami che gli restano, si laurea, dottore in Medicina, con una tesi sull’allergia, presso la Facoltà di Scienze Mediche dell’Università di Buenos Aires. Dagli amici e parenti riceve, come regalo, un po’ di soldi che gli permetteranno di organizzare un viaggio in Venezuela. Quindi, viaggiatore instancabile, riparte su un treno che va da Buenos Aires a La Paz coprendo seimila chilometri. 

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Incontra la politica

Ripercorre il Perù e arriva a Guayaquil, in Ecuador, dove incontra Ricardo Rojo, un esiliato argentino che gli parla della riforma agraria promulgata nel febbraio 1953 da Jacobo Arbenz, presidente del Guatemala, che ha espropriato 255.000 acri di terra incolta della United Fruit Company. Si dirige in Guatemala dove arriva nel dicembre del 1953. Collabora con alcune riviste e pubblica anche l’articolo-diario sulle impressioni provate sul Machu Picchu, ma fa anche il venditore ambulante e altri piccoli lavori occasionali. Ha finito di leggere tutto Marx, Lenin e altri scritti di teorici rivoluzionari e si “sente” marxista.

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Incontra Fidel Castro

Il 12 dicembre del 1953, a Cuba, nella prigione della Isla de Pinos, Fidel Castro Ruz scrive Il Manifesto alla Nazione, dove denuncia i crimini commessi dalla dittatura di Batista e incita il popolo alla rivolta. Il 27 dicembre, Hilda Gadea, un’esiliata peruviana che Guevara sposerà in Messico il 18 agosto 1955, nella piccola cittadina di Tepozotlán, poco prima d’imbarcarsi sul Granma, presenta a Ernesto Guevara un gruppo di rivoluzionari cubani sopravvissuti all’assalto alla caserma Moncada: López, Dalmau, Arancibia che gli parlano di Fidel Castro. È in questo periodo che Ernesto Guevara de la Serna acquisisce quel nomignolo famosissimo: “Che”, vocabolo argentino di origine guarany, che significa “mio”. E proprio lui lo adotta assumendolo come nome proprio.

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Guatemala

17 giugno del 1954: quel giorno si scatena l’aggressione contro il governo Arbenz organizzata dalla Cia e dal Dipartimento di Stato Usa che avevano addestrato in Nicaragua e in Honduras, dopo aver avuto il placet anche dall’Osa, un corpo di mercenari agli ordini del colonnello guatemalteco Carlos Castillo Armas, per difendere il continente americano dal “pericolo comunista”. Il Che, inascoltato, cerca di organizzare la resistenza armata in città, ma il tentativo non riesce e in agosto, quando le truppe mercenarie entrano nella capitale, si rifugia con i rivoluzionari cubani nell’ambasciata argentina che lo registra come “elemento comunista”.

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Il Messico e Fidel Castro

Il Che parte per il Messico, dove eserciterà per qualche tempo il mestiere di fotografo ambulante. Nel 1955, si presenta a un concorso dell’Ospedale Generale di Città del Messico e vince un posto nel reparto allergie dell’Istituto di Cardiologia dove incontra Nino Lopez, che accompagna un esiliato cubano ammalato. Frequenta Maria Antonia González, cubana, sorella di un perseguitato politico di Batista, sposata con un messicano, nella cui casa si è stabilito il quartier generale dei futuri partecipanti alla spedizione del Granma: conosce Raúl Castro e altri rivoluzionari cubani. Fidel Castro arriva in Messico nel luglio del 1955. Una notte incontra il Che che poche ore dopo, all’alba, verrà arruolato da Fidel, quale medico, nella progettata spedizione contro il dittatore Batista.

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Nel periodo che il Che ha trascorso in Guatemala, Hilda lo aiuta molto; quando viene deposto Jacobo Arbenz e il Che va in esilio in Messico si sposa con Hilda dalla quale avrà una figlia, Hilda Beatriz. Col tempo, tra i due nasceranno difficoltà e incomprensioni e la coppia deciderà di separarsi.

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Lunghe escursioni, nuoto, canottaggio sul lago Chapultepec, poligono di tiro. Nel rancho Santa Rosa, situato a mille chilometri da Città del Messico, nello Stato di Veracruz segue i corsi di storia ed economia cubana e di teoria militare col generale spagnolo Bayo che considera il Che il suo migliore allievo. Siamo nel giugno del ’56: scoperto il luogo dalla polizia messicana, gli uomini della rivoluzione vengono tutti arrestati e trasferiti nel carcere da dove verranno rimessi in libertà dopo circa due mesi, dietro versamento di una forte somma di denaro e per l’intercessione dell’ex Presidente messicano Lazaro Cardenas, col quale Fidel Castro era in contatto..

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Il Granma

Il 25 novembre 1956, da Tuxpán, parte il Granma (una contrazione di “grand mother” = nonna): il destino di Cuba, dominata dal dittatore Fulgencio Batista, sta per compiersi. Racconta il Che: “Uscimmo a luci spente dal porto di Tuxpán in mezzo a un infernale accatastamento di uomini e materiali di ogni genere. C’era cattivo tempo, e, benché la navigazione fosse proibita, l’estuario del fiume si manteneva tranquillo. Superammo l’imboccatura del porto messicano e poco dopo si accesero le luci. A quel punto ci mettemmo alla frenetica ricerca degli antistaminici contro il mal di mare, che non saltarono fuori: cantammo, forse per cinque minuti, l’inno nazionale cubano e quello del 26 luglio, poi tutta la nave assunse un aspetto ridicolmente tragico: uomini con l’angoscia dipinta sul volto che si tenevano lo stomaco, altri con la testa dentro un secchio, e altri ancora sdraiati a terra nelle posizioni più strane, mentre alcuni erano immobili e con tutti i vestiti sporchi di vomito”. Il 2 dicembre, sbarco a Playa de Las Coloradas. Il Che, sul suo diario, scrive: “È stata dura: dopo essere stati stipati come sardine per sette giorni sul famoso Granma, per colpa dei piloti siamo finiti su una spiaggia selvatica e paludosa, e le disavventure sono così continuate…”. Sui giornali messicani appare un titolo: “Invasion a Cuba en un barco: Fidel Castro, Ernesto Guevara, Raúl Castro y todos los otros miembros de la expedición han muerto…”. I giornali raccontano così che Ernesto Che Guevara è morto. Il 9 dicembre 1956, il Che s’incontra con Camilo Cienfuegos, al quale rimarrà legato per sempre da una bella e grande amicizia.

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Cuba

La marcia nella Sierra Maestra continua.  Agli inizi di maggio, proprio sulla cresta della Sierra Maestra, il Pico Turquino, il Che subisce uno dei suoi più grandi attacchi d’asma. Conoscendo la Sierra, ci si chiede come potesse farcela. Incontra il popolo della selva, campesinos ammalati e quasi sempre affamati.

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La guerriglia

30 agosto: battaglia di El Hombrito. 16 settembre, quella di Pino del Agua. Il 4 novembre fonda la rivista “El Cubano Libre”, firmandosi come El Francotirador. Il primo numero vede un articolo di Ernesto Che Guevara, che è rivolto agli animalisti statunitensi. “Le associazioni animaliste hanno fatto sfilare davanti all’edificio dell’ONU sei cani, con un cartello che chiede pietà per la razza siberiana Laika condannata a volare negli spazi siderali. La nostra anima si riempie di commozione, pensando al povero animale che morirà per una causa che non comprende, ma non abbiamo saputo di nessuna associazione filantropica statunitense che abbia sfilato davanti al nobile edificio chiedendo pietà per i nostri contadini […] eppure un buon numero di loro muore crivellato dalle mitragliatrici degli aerei P-47 B-26 o dagli efficienti M-1 della truppa…”.

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Il 29 novembre il Che dirige le operazioni di Marverde contro le truppe del feroce capitano batistiano Sánchez Mosquera. Nella battaglia cade un grande combattente: Ciro Redondo. Il 16 febbraio 1958 c’è il secondo scontro di Pino del Agua e, il 24 febbraio fonda la famosa “Radio Rebelde”. Beve mate, dorme su di una amaca che a volte si trasforma in poncho, fuma tabacco, usa un piccolo respiratore contro i forti attacchi d’asma e ama cavalcare sia i muli sia i cavalli. Chi ha conversato con lui, dice che spesso parlava della sua famiglia e scriveva a sua zia Beatriz che mandava dall’Argentina, oltre a tante notizie, molti pacchetti di mate che erano sempre ben accolti.

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Il 9 maggio, Ernesto Che Guevara partecipa alla riunione della direzione nazionale del “Movimento 26 Luglio”, dopo l’insuccesso dello sciopero insurrezionale del 9 aprile. Tra il 24 e il 25 maggio iniziano gli attacchi simultanei dell’esercito batistiano. Nonostante i duri combattimenti, Camilo Cienfuegos e altri compagni si mettono d’accordo per celebrare il compleanno del Comandante. Il menu improvvisato non è male: un bel riso con pollo, tanta frutta selvatica e piccoli dolci. È il 14 giugno 1958 e il Che festeggia così i suoi trent’anni. Si combatte a luglio a Santo Domingo, El Meriño, Minas del Frio, Vegas de Jibacoa y Las Mercedes. L’esercito batistiano, forte di diecimila uomini, è respinto sulla Sierra e viene decimato dall’esercito ribelle. Il Che soccorre personalmente i feriti, ma anche i nemici fatti prigionieri. Ha un nuovo mulo che ha chiamato Armando, non permette che si maltrattino gli animali e si preoccupa sempre della loro alimentazione.

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Fidel Castro si congratula col Comandante per la vittoria sull’esercito batistiano e gli affida, in agosto, il comando della colonna numero otto “Ciro Redondo” che deve compiere l’avanzata dalla Sierra Maestra alla provincia di Las Villas. L’obiettivo è quello di battere il nemico incessantemente sul territorio centrale di Cuba. Nello stesso tempo è designato a compiere la missione politica di unire tutte le forze e i differenti gruppi di combattenti e porli sotto la propria direzione; ha inoltre la responsabilità dell’organizzazione politica, economica e sociale dei territori liberati. Parte per Las Villas di notte con quattro cavalli e centoquaranta uomini e decide di lasciare il suo mulo Armando alla combattente Zoila. Il 1° settembre un ciclone li costringe ad abbandonare i mezzi di locomozione e a proseguire a piedi e a cavallo. Il 6 settembre 1958 la colonna numero otto, attraversando il fiume Jobabo, che limita la provincia di Oriente con quella di Camaguey, si collega con la colonna “Antonio Maceo” di Camilo Cienfuegos che sta dirigendo i suoi uomini verso occidente.

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In ottobre, il giorno 7, prende contatto con alcune guide de l’Escambray che lo ragguagliano sulla situazione della zona; cammina a piedi in zone fangose, attraversa campi di riso e canna da zucchero e il 12 arriva con il suo gruppo nella provincia di Las Villas. Il 17 ottobre 1958 è a Gavilanes dove stabilisce un accampamento provvisorio: è il primo punto di comando nella Sierra de l’Escambray; da qui inizia il lavoro di unificazione politica con le altre forze rivoluzionarie. Seleziona Caballete de Casa, il punto più alto della Sierra, quale accampamento sicuro e ben organizzato. Anche oggi si possono vedere, a partire da Pedrero e dopo una lunga e disperata salita dentro la Sierra, tra il caldo e l’umidità, un grande dormitorio per la truppa, un anfiteatro ricavato da tronchi d’albero, la cucina ampia e riparata dal sole, la selleria e un piccolo ospedale da campo.

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Il 26 ottobre 1958 si arrendono i militari della caserma Guinia di Miranda; nel mese di novembre le truppe del Che e del Directorio, impedendo le elezioni nella zona, riescono progressivamente a chiudere il traffico sulle strade, tagliando in due l’isola di Cuba. Tra il 15 ed il 18 di dicembre 1958, c’è l’attacco e poi la conquista della strategica seppur piccola città di Fomento, dove il Che tiene il suo primo discorso in pubblico. Gli abitanti, per lo più campesinos, corrono sulla bella piazza circondata da basse case colorate, per poter vedere e per ascoltare l’uomo che inviava emozionanti messaggi da Radio Rebelde.

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Santa Clara

Il 25 dicembre si arrendono i batistiani nella città di Placetas e c’è la liberazione di Remedios e Cabarien nella costa nord di Las Villas. Il 28 dicembre l’esercito del Che arriva a Santa Clara, il cuore di Cuba. Per prima cosa stabilisce un comando provvisorio nell’Università, poi percorre la ferrovia per trovarvi un punto vulnerabile. Sa che su quella linea viaggerà un convoglio dell’esercito composto da diciotto locomotrici; sul treno vi saranno 408 uomini tra ufficiali e soldati dotati di poderosi armamenti: lanciarazzi, mitragliatrici, abbondanti munizioni, dinamite. Sono le tre del pomeriggio. Il treno dell’esercito marcia senza sapere che il Comandante aveva fatto scardinare un tronco della linea ferrata, in una curva, con una piccola scavatrice gialla. Il treno frettolosamente avanza, sbanda, infine deraglia; si ode una grande esplosione, poi alte fiamme lo avvolgono. Santa Clara ricorda la battaglia. Le carrozze deragliate sono nell’esatta posizione di quel giorno a testimonianza della vittoria; la piccola scavatrice gialla limita, sulla destra, il luogo del grande botto. Un’immensa piazza, accanto al museo dedicato al Che, innalza verso il sole una grande statua in bronzo, riproducente la bella figura del Comandante, perché nessuno lo dimentichi. È stato il popolo di Santa Clara a volere quella statua, il museo, che ha raccolto in un’atmosfera di delicato rispetto gli oggetti più semplici appartenuti alla vita del Comandante: la sedia a dondolo della nonna Ana, la ciotola dove mangiava, il suo berretto, la linda divisa verde, poche armi e poi belle fotografie, la radio, alcuni libri. [Dal 17 ottore 1997 a Santa Clara sono ospitati anche i resti del Che, ritrovati a Vallegrande, in Bolivia, a trent’anni dalla morte.]

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Poiché i giornali internazionali danno l’ennesima notizia della morte del Che, Radio Rebelde lancia un comunicato: “Per la tranquillità dei familiari e del popolo cubano, assicuriamo che Ernesto Che Guevara è vivo e combatte ancora: ha già preso possesso del treno blindato di cui vi abbiamo dato notizia poco fa, e si dispone a prendere Santa Clara, in stato di assedio da alcuni giorni”. Il 1° Gennaio 1959, la battaglia di Santa Clara si conclude con la vittoria dei rivoluzionari e Batista scappa dal Paese.

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La Habana

Il 2 gennaio 1959 la colonna del Che entra nella capitale di Cuba, La Habana, e occupa la fortezza militare “La Cabaña”. Proprio qui, organizza una scuola di alfabetizzazione per tutti gli ex combattenti. Si dice che più di uno, coraggioso sulla Sierra, avesse difficoltà ad andare a scuola; lui li prendeva da parte, li sgridava, poi spiegava, sinché li convinceva, che era giusto saper leggere e scrivere. Famosa la sua frase: “Ser más cultos para ser más libres”. In una della sale della caserma, riceve il dottor Salvador Allende; chiacchierano e discutono, diventano amici e il Che dedica una delle sue foto ai figli di Allende: “A Carmen Paz, Beatriz e Mar¡a Isabel con il fraterno affetto della rivoluzione cubana e mio”. Sempre al futuro Presidente del Cile, in un altro periodo, dedicherà il libro La guerra de guerrillas: “A Salvador Allende che con altri mezzi cerca di ottenere la stessa cosa. Con affetto, Che”.

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Più o meno negli stessi giorni abbraccia, all’aeroporto José Marti, i genitori e i fratelli che non vedeva da sei anni. L’abbraccio che dedica alla madre è uno dei più struggenti che si siano mai visti. Il giorno 21 arriva nella capitale Hilda Gadea accompagnata dalla figlia Hildita. Con la franchezza che lo contraddistingue, le annuncia che desidera sciogliere il loro matrimonio.

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All’amico dei viaggi giovanili, Alberto Granado, annuncia il secondo matrimonio con Aleida March, che sposa il 2 giugno. Aleida si era trasferita sulla Sierra ed era rimasta al fianco del Che, partecipando con lui alla conquista di paesi e città. Erano arrivati insieme a La Habana. Dalla loro unione nasceranno quattro figli: Aleida, Camilo, Celia ed Ernesto.

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Messaggero all’estero

Il 12 giugno del 1959, in rappresentanza del governo rivoluzionario parte, via Madrid, per il Medio Oriente e l’Asia, alla testa di una delegazione economica che ha come obiettivo principale l’apertura di nuovi mercati. Soggiorna in Egitto e ha vari incontri con Nasser. È acclamato a Gaza dai palestinesi, quale “liberatore di tutti gli oppressi”. Si reca in visita in India e ha vari colloqui con Nehru, coi ministri degli Esteri, della Difesa, del Commercio, dell’Agricoltura e Alimentazione. In Giappone dichiara con sincerità che l’obiettivo principale della delegazione cubana è la stipulazione di un trattato commerciale. Visita una centrale elettrica, varie fabbriche e cantieri di barche da pesca di piccolo cabotaggio. Incontra in Indonesia Sukarno, il primo ministro Djuanda e i ministri degli Esteri e della Difesa. Visita Giacarta, l’isola di Bali e il centro zuccheriero di Madhukusumo.

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In una conferenza stampa risponde a domande sui rapporti economici tra gli Stati Uniti e Cuba e annuncia che il governo cubano ha deciso di allacciare rapporti diplomatici con l’Indonesia. Breve viaggio a Colombo, Ceylon, e poi è ricevuto da Tito, in Jugoslavia. Ha vari colloqui col segretario di Stato e col ministro degli Esteri. Visita cantieri navali e complessi industriali. In una fabbrica di automobili ha una lunga conversazione coi membri del consiglio operaio che partecipano alla gestione della fabbrica.

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A capo dell’industria

A Cuba, il 26 novembre 1959, il consiglio dei Ministri nomina il comandante Guevara Presidente del Banco Nacional, ma è anche Capo del Dipartimento di Industrializzazione; il Che deve coordinare, tra l’altro, tutta la ristrutturazione del settore dei finanziamenti e dei crediti a enti statali e privati, dell’agricoltura e dell’industria. È preciso, preparato, tiene appunti, note e compila grafici che aggiorna continuamente. Nel suo ufficio di ministro dell’Industria, che lasciò quando decise di occuparsi dei popoli dell’Africa e dell’America Latina, c’è il grande grafico con i dati degli introiti delle principali industrie che aveva organizzato: è in attivo e segna i punti che lui aveva registrato quel giorno. Sembra, tra l’altro, che avesse orari di lavoro inconsueti: era solito lavorare dalle tre del pomeriggio alle sei della mattina seguente.

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Embargo

Il 15 febbraio 1960 prende parte ai colloqui con Mikojan per l’accordo commerciale di cinque anni tra Cuba e l’Unione Sovietica. Nel marzo dello stesso anno inaugura il ciclo di lezioni del programma televisivo “Universidad popular”, con una conferenza sui problemi del sottosviluppo e dell’economia. Sostituisce Fidel Castro, che è ammalato, alla manifestazione davanti al palazzo presidenziale indetta dopo l’annuncio della Casa Bianca (5 luglio) che gli Stati Uniti non compreranno più zucchero cubano. Sempre a luglio, firma un accordo col viceministro del Commercio Estero della Repubblica Popolare Cinese.

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L’8 ottobre 1960 il Departamento de Instrucción del Ministerio de las Fuerzas Armadas Revolucionarias, pubblica il suo libro più famoso, La Guerra de Guerrillas, dedicato nel suo prologo al grande amico, comandante Camilo Cienfuegos, morto in un incidente aereo il 28 ottobre dell’anno precedente. Tra l’ottobre e il novembre del 1960, è in Urss. All’arrivo a Mosca dove è ricevuto dal vicepresidente del Consiglio, dichiara di aver provato una grande emozione quando la prima petroliera sovietica “Pechino” portò a Cuba il combustibile negato dagli imperialisti. Da Mosca si reca in Cina e a Pechino ha un colloquio con Chou En-Lai e con Mao. All’Istituto di lingue straniere della capitale pronuncia un discorso agli alunni. Viaggia per la Cina e visita una raffineria interessandosi al tipo di macchinari cinesi e all’industria dei derivati della canna. A Shanghai parla a un comizio indetto in suo onore. Visita, a Wuyan, un complesso siderurgico permanentemente attivo, anche nei giorni festivi. Firma con Chou En-Lai un trattato di cooperazione economica tra la Cina e Cuba e un accordo di assistenza scientifica e tecnica. È invitato ufficialmente nella Repubblica Democratica di Corea, dove tra l’altro visita una fabbrica di acciaio e l’Esposizione agricola-industriale della Capitale. Il 7 dicembre ripassa per Pechino, dove invia un messaggio radiofonico al popolo cinese. Ancora a dicembre c’è il suo secondo soggiorno a Mosca, dove riprendono le trattative commerciali. Tiene una conferenza nella Casa dei Sindacati, alla quale partecipano duemila persone. Poi visita la Repubblica Democratica Tedesca.

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Attorno al Natale rientra a Cuba, dopo essere passato a Praga dove firma con Novotny un accordo commerciale per il 1961. Ai primi di gennaio del 1961, in una trasmissione televisiva, parla dei suoi viaggi illustrando gli accordi economici raggiunti coi paesi socialisti. Dirà: “[…] Le conversazioni in Unione Sovietica sono state condotte con grande facilità fin dal primo momento, grazie allo spirito con cui i dirigenti dei paesi socialisti hanno saputo analizzare la richiesta cubana. […] Hanno anche avuto la straordinaria delicatezza – cosa che personalmente non dimenticherò mai – di invitarmi, in quanto capo della delegazione cubana, nella tribuna della sfilata del 7 novembre, riservata soltanto ai membri della Presidenza del Soviet Supremo. E quando ci hanno riconosciuto – è incredibile quanto sia famosa la Rivoluzione cubana in Unione Sovietica – hanno cominciato a gridare a squarciagola “Viva Cuba”. È stato forse uno dei momenti più emozionanti del nostro viaggio. Anche in Cina e in Corea la gente vede la Rivoluzione cubana con entusiasmo, e la loro capacità di sacrificio ci aiuta molto. Debbo dire che in questi Paesi abbiamo dovuto parlare di alcuni problemi di cui, sinceramente, ci vergognavamo un po’. Abbiamo detto, per esempio, che il popolo cubano ha bisogno di materie prime per fabbricare deodoranti […] e loro non capivano, perché sono Paesi che hanno sviluppato la produzione per il benessere generale del popolo, ma devono superare ancora enormi ritardi se vogliono raggiungere, come sembra vogliano fare, i Paesi più sviluppati del mondo capitalista nella produzione di articoli fondamentali. Ma io so che da noi c’è sempre carenza di lamette, deodoranti e altri articoli di questo tipo, che mancano perché, naturalmente, dobbiamo occuparci anche noi di cose più importanti. E va bene: in fin dei conti il sapone e queste cose non si mangiano, e dobbiamo innanzitutto assicurare il cibo alla gente, il cibo, perché siamo in guerra”.

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In quei giorni un decreto del Consiglio dei Ministri crea il ministero dell’Industria: Ernesto Che Guevara è ora il ministro dell’Industria. Sono anni di tremenda attività e di studio. Organizza un seminario sul Capitale che durerà molti mesi. Studia con una équipe di aiutanti tra cui Borrego, Rom e Oltusky, i problemi legati all’organizzazione del lavoro. Per circa un anno e mezzo prende lezioni, due volte la settimana, dal professor Harold H. Anders sui costi e organizzazione dei flussi di produzione. Studia economia, matematica, calcolo differenziale e integrale, analisi funzionale, teoria degli insiemi e programmazione lineare..

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Playa Girón

Nell’aprile del 1961, 1500 soldati mercenari, sbarcati sulla Playa de Cochinos, si dirigono verso la Playa Larga e la Playa Girón. Il Che occupa il suo posto di combattimento nelle forze armate e si reca alla Prefettura di Pinar del Rio. In tantissime capitali dell’America Latina avvengono grandi manifestazioni popolari contro l’attacco a Cuba. Tra le più grandi quella di La Paz: sono in molti i giovani, tra cui Coco e Inti Peredo, che saranno al fianco del Comandante Guevara in Bolivia, che vorrebbero andare a Cuba per combattere. In pochi giorni i mercenari si arrendono e mentre a Cuba la televisione intervista alcuni di loro, il Presidente degli Stati Uniti, J.F. Kennedy, ammette la responsabilità degli Usa e annuncia l’embargo totale contro Cuba, che dura ancora oggi.

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Il 1962 è l’anno della pianificazione. Alla televisione, in gennaio, durante una relazione sull’andamento del raccolto della canna da zucchero, insiste decisamente sulla necessità di reclutamento per il lavoro volontario nei campi, ma anche sull’unità dei lavoratori, del popolo. Riguardo alla politica di divisione dei popoli portata avanti dall’imperialismo, il Che afferma: “Arrivano dove le masse sono uguali e cercano di dividerle in neri e bianchi, in più capaci e meno capaci, in istruiti e analfabeti; poi operano successive divisioni fino a ottenere l’individuo e a fare dell’individuo il centro della società. Noi dobbiamo dimostrare al popolo che la sua forza non consiste nel credersi migliore o peggiore degli altri, ma nel conoscere i propri limiti così come la forza dell’unione, nel sapere che due persone contano più di una, dieci più di due, e cento più di dieci. E sei milioni più di cento!”.

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Il 15 aprile, nel discorso di chiusura del congresso nazionale della Central Trabajadores Cubanos (Confederazione del lavoro), il Che annuncia l’inizio della fase dell’emulazione socialista in tutto il Paese sottolineandone la funzione importante per l’adempimento del piano economico. Alla vigilia dell’arrivo, a settembre, dei missili sovietici a Cuba, compie un viaggio nell’Urss.

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Missili e crisi

Il 22 ottobre 1962, il presidente degli Stati Uniti, J. F. Kennedy, dispone il blocco navale contro Cuba e chiede il ritiro da parte dell’Unione Sovietica dei missili strategici situati sull’isola. Il Che è designato a guidare il fronte dell’Esercito Occidentale nella provincia di Pinar del Rio, giurisdizione municipale La Palma, a circa tredici chilometri da San Andrés de Caiguanabo, dove nasce il fiume San Diego. Stabilirà il suo comando nella Cueva de Los Portales che prende il nome da un’antica famiglia spagnola.

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In quei giorni il mondo è attraversato da una grande paura. In tantissime capitali, soprattutto latino-americane, avvengono manifestazioni di appoggio alla pace che si vede in grande pericolo. Anche il “papa buono”, Giovanni XXIII, chiede a Krusciov e Kennedy, i padroni del mondo, di riprendere il dialogo. Che faranno? A La Paz, in Bolivia, i lavoratori si mobilitano al grido di “Cuba, Cuba”. Proprio su quelle piazze, negli scontri con la polizia muoiono cinque manifestanti e ci saranno centinaia di feriti. Verso la fine di ottobre la crisi rientra e il mondo tira un sospiro di sollievo. Pochi giorni prima, il 20 ottobre 1962, nell’anniversario della fondazione delle organizzazioni giovanili diventate Union de Jovenes Comunistas, il Che aveva attaccato con durezza il settarismo, il conformismo, il distacco tra dirigenti e masse popolari, esaltando lo spirito internazionalista: “Occorre dichiarare guerra al conformismo, a ogni tipo di conformismo. Essere sempre aperti a nuove esperienze, per adattare la grande esperienza dell’umanità, che avanza da molti anni lungo il sentiero del socialismo, alle condizioni concrete del nostro Paese, alle realtà esistenti a Cuba; e pensare – tutti e ognuno di noi – a come cambiare la realtà, a come migliorarla. […] Il giovane comunista deve proporsi di essere sempre il primo in ogni cosa, lottare per essere il primo, e sentirsi a disagio se occupa il posto sbagliato […] Essere un esempio, fare da specchio ai compagni che non appartengono alla gioventù comunista, fare da specchio agli uomini e alle donne di età più matura che hanno perso un po’ dell’entusiasmo giovanile, che hanno perso la fede nella vita, e che davanti allo stimolo di un esempio reagiscono sempre bene.

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Questo è un altro compito dei giovani comunisti. […] Oltre a questo, voi dovete avere un grande spirito di sacrificio, uno spirito di sacrificio non soltanto nelle giornate eroiche, ma in ogni momento. Sacrificarsi per aiutare il compagno nelle piccole mansioni, perché possa svolgere il proprio lavoro, perché possa compiere il proprio dovere a scuola e perché possa comunque migliorare. Ovvero, vi chiedo di essere essenzialmente umani, ma così umani da avvicinarvi al meglio di ciò che è umano, purificare il meglio dell’uomo attraverso il lavoro, lo studio, l’esercizio della solidarietà continua con il popolo e con tutti i popoli del mondo; sviluppare al massimo la sensibilità fino a sentirvi angosciati quando in qualche angolo di mondo si uccide un uomo ed esultare quando in qualche angolo di mondo si alza una nuova bandiera di libertà. Il giovane comunista non può farsi limitare dalle frontiere di un territorio: il giovane comunista deve praticare l’internazionalismo proletario e sentirlo come cosa sua! […] Ci sarebbero tante cose di cui parlare. Ma dobbiamo anche compiere i nostri doveri. E ne approfitto per spiegarvi perché ora vi saluto. Vi saluto perché vado a compiere il mio dovere di lavoratore volontario in una fabbrica tessile dove stiamo lavorando da tempo”.

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Nello stesso intervento, il Che dice a proposito della burocrazia: “È evidente che il burocratismo non nasce con la società socialista e non ne è neppure una componente obbligatoria. La burocrazia statale esisteva all’epoca dei regimi borghesi con il suo corteo di prebende e lacché, dal momento che all’ombra del sistema viveva un gran numero di opportunisti che costituivano la corte del politico di turno. In una società capitalista in cui tutto l’intero apparato statale è messo al servizio della borghesia, l’importanza dirigenziale del burocratismo è minima: esso dev’essere abbastanza permeabile da permettere il movimento degli opportunisti e abbastanza ermetico da stringere il popolo nelle sue maglie”. Il Che spiega che se andassimo a ricercare le sue radici nel momento attuale, a vecchie cause si aggiungerebbero alcune ragioni fondamentali: “[…] mancanza di motore interno. Con questo intendiamo la mancanza di interesse dell’individuo a rendere un servizio allo Stato e a superare una data situazione. Si basa su di una mancanza di coscienza rivoluzionaria o comunque sul conformismo nei confronti di ciò che va male. Un’altra causa è la mancanza di organizzazione. Spesso l’unica via d’uscita trovata da un buon numero di funzionari consiste nel richiedere più personale per compiere un lavoro che potrebbe essere facilmente realizzato con un poco di logica e senza inutili complicazioni. Non dobbiamo dimenticare, comunque, per fare davvero una sana autocritica, che della maggioranza dei mali burocratici è responsabile la direzione economica della Rivoluzione”.

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Legge materiali di studio, ma anche novelle, poesie e opere teatrali. Si muove sempre con semplicità, parla con tutti e, al mattino, quando entra nel grande e serio palazzo del “ministero dell’Industria, le donne si voltano, al suo passaggio; è bello il ministro, dicono, è gentile.

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Il 17 febbraio 1963, nel Campo della Central Brasil, Provincia di Camaguey, organizza una ennesima “emulazione fraterna” riguardante la raccolta della canna da zucchero, con altri lavoratori: vince la gara, acquista bibite per tutti e si felicita con i compagni che invita a pranzo.
Il primo maggio sfila sulla Piazza della Rivoluzione.

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In Algeria

Sempre nel 1963, a luglio, compie il viaggio in Algeria dove presenzia ai festeggiamenti del primo anniversario dell’indipendenza del popolo algerino che dopo più di centotrenta anni si era liberato del colonialismo francese. Partecipa al seminario di pianificazione di Algeri. È a colloquio con Ben Bella e incontra Boumedien. In un’intervista, dichiara che Cuba e l’Algeria devono servire d’esempio a tutti i Paesi dell’America e a quelli dell’Africa. Ritorna a La Habana in compagnia di Boumedien, invitato per i festeggiamenti del 26 Luglio in rappresentanza del suo Paese.

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Nel febbraio del 1964 tiene una conferenza alla televisione sull’automazione e la meccanizzazione per lo sviluppo di nuove industrie. È uno dei primi ministri del mondo che parla dello sviluppo tecnologico e dell’informatizzazione. A marzo è alla testa della delegazione cubana che assiste alla conferenza sul commercio e lo sviluppo convocata dall’Onu a Ginevra. Sarà intervistato da ottanta giornalisti nel salone del Palazzo delle Nazioni Unite. In questo incontro internazionale, sottolinea l’importanza di riunioni periodiche tra i Paesi sottosviluppati, per definire il futuro politico, commerciale e tecnologico. 

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Nell’anniversario dell’insurrezione di Santiago de Cuba del 1956, ribadisce che la libertà molti popoli la possono conquistare solo con le armi e che per la lotta rivoluzionaria vale la pena di rischiare la vita sui campi di battaglia di tutti i continenti del mondo. 

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A New York, all’Onu

A dicembre è a New York alla testa della delegazione cubana per partecipare alla XIX assemblea dell’Onu e pronuncia, il giorno 11, il suo discorso. Pensando al Congo, alla morte di Patricio Lumumba e all’assunzione del potere di Tshombe, dice: “Mi riferisco, nella fattispecie, al Congo, doloroso e unico esempio nella storia del mondo moderno di come ci si possa fare beffe, con la più assoluta impunità e con il più offensivo cinismo, del diritto dei popoli. Causa diretta di tutto questo sono le ingenti ricchezze del Congo che le nazioni imperialiste vogliono mantenere sotto il proprio controllo. […] Come si fa a dimenticare la forma in cui è stata tradita la speranza riposta da Patricio Lumumba nelle Nazioni Unite? Come si possono dimenticare i giochi e le manovre che sono seguiti all’occupazione del Congo da parte delle Nazioni Unite, sotto i cui auspici hanno agito impunemente gli assassini del grande patriota?”

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L’Africa

Siamo nel 1965, anno dell’agricoltura a Cuba, e dei rapporti di Ernesto Che Guevara con l’Africa e il suo popolo. Ai primi di gennaio è in Congo dove s’incontra col presidente Debat e coi dirigenti rivoluzionari angolani Agostino Neto e Lucio Lara. Neto gli chiede l’invio di istruttori cubani. Poi va in Mali, dove incontra gli operai della Société des conserves du Mali; a colloquio con Modibo Keita insiste sulla situazione internazionale e africana in particolare, e sui problemi interni dei rispettivi Paesi. A Cuba, in febbraio, vicino a Pinar del Rio, un centinaio di volontari si appresta a indossare la divisa internazionalista che li porterà a fianco del Che in Congo. Nello stesso periodo si recherà in Congo, Guinea, Ghana, Dahomey (oggi Benin), Tanzania. Nei discorsi, tocca soprattutto i temi dell’istruzione, dell’organizzazione e appena può s’incontra con i dirigenti sindacali. Il tasto su cui torna sempre, però, in qualsiasi occasione, è quello della inesauribile pratica neocolonialista dei grandi interessi economici mondiali in America Latina, in Africa e in Asia e la necessità, quindi, di una unità d’azione tra i popoli di questi tre grandi e importanti continenti.

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L’8 febbraio del 1965 è a Parigi, al Louvre: cammina sulle pietre di Grecia e d’Egitto; ammira El Greco, Rubens e si sofferma come molti cittadini del mondo di fronte a Leonardo e alla sua Monna Lisa.

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L’11 febbraio, in una conferenza stampa a Dar-es-Salaam dichiara: “Dopo il mio viaggio attraverso molti paesi africani sono convinto che è possibile creare un fronte comune di lotta contro il colonialismo, l’imperialismo e il neocolonialismo”. Ritorna in Algeria, poi va in Egitto, visita vari complessi metallurgici e tessili della capitale, la diga di Assuan, una fabbrica di fertilizzanti e lo zuccherificio Komombo. Compie un viaggio di propaganda in compagnia di Nasser: parla, discute e cerca di capire.

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Rientra a La Habana, via Praga, il 14 marzo del 1965. All’areoporto ci sono Fidel Castro, Dorticos, Carlos Rafael Rodriguez e Orlando Borrego. È l’ultima volta che Ernesto Guevara, detto il Che, compare in pubblico. Il 14 marzo 1965, a trentasette anni, il Che scompare infatti agli occhi del mondo. Si ritira per modificare le sue conosciutissime sembianze, per arrivare, attraverso la Tanzania, nell’ex Congo Belga, pensando già alla Bolivia. A tale proposito la parola va a Fidel Castro: “Aveva molte idee, a partire dall’esperienza fatta a Cuba, di quello che si poteva organizzare. Stava pensando alla sua patria […] ma pensava a tutta l’America […] Era molto interessato ai problemi internazionali, ai problemi dell’Africa. In quel periodo c’era stato l’intervento dei mercenari in Congo Belga, oggi Zaire; era morto Lumumba e nello Zaire vigeva un regime neo-coloniale e si stava organizzando un movimento di lotta armata. Questo movimento rivoluzionario aveva bisogno di aiuto e a un certo punto ci chiese di mandare istruttori e combattenti, di preparare una missione internazionalista […]  Fui proprio io a suggerire che occorresse aspettare, ma il Che desiderava preparare quadri, sviluppare l’esperienza della guerriglia, e allora noi lo facemmo responsabile del gruppo dei cento cubani che andarono ad aiutare i rivoluzionari nell’attuale Zaire. Non rendemmo pubblica la notizia”. 

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Il Che ha bisogno di un passaporto nuovo. A poco a poco scompaiono i suoi bei capelli scuri. Dopo vari tentativi e sofferenze, è a posto; rimangono solo pochi ciuffi ai lati delle orecchie; ingrassa, anche. La giornalista Juana Carrasco, che lo incontra segretamente a La Habana, non lo riconosce.

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Entra in una sala e glielo mostrano: è un uomo bianco, pelato, chi è? Glielo dicono e lei rimane di stucco. In Congo, Ernesto Che Guevara entra con un passaporto intestato a Ramón Ben¡tez. Il 1° aprile del 1965, scrive la lettera di addio ai suoi genitori e ai suoi figli: “Cari vecchi, un’altra volta sento sotto i miei talloni la costola di Ronzinante e torno sulla vecchia strada. Quasi dieci anni fa vi ho scritto un’altra lettera di addio. Ricordo che con voi mi lamentavo di non essere un miglior soldato e anche un medico migliore; la seconda cosa non mi interessa più. Come soldato, ora, non sono poi così male. Nel profondo nulla è cambiato, salvo che sono molto più cosciente e il mio marxismo si è fortificato e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per la loro liberazione e sono coerente con quello in cui credo. Certamente molti mi chiameranno avventuriero, e lo sono, ma di un tipo diverso e di quelli che mettono a disposizione la propria pelle per dimostrare le proprie verità. Può essere che questa lettera sia quella definitiva.

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Non cerco la fine, ma è dentro il logico calcolo delle possibilità. Se sarà così, ricevete il mio ultimo abbraccio. Vi ho voluto molto bene, solo che non ho saputo esprimere la mia affettuosità; sono estremamente rigido nelle mie azioni e credo che a volte anche voi non mi abbiate capito. Certo, non era facile capirmi. D’altra parte, credetemi, soltanto oggi una volontà, che ho acquisito quasi con ricerca d’artista, mi permette di sostenere due gambe deboli e i miei polmoni stanchi.
Ricordatevi ogni tanto di questo piccolo condottiero del secolo ventesimo. Un bacio a Celia, a Roberto, Juan Mart¡n, a Beatriz, a tutti. Un grande abbraccio dal vostro figliol prodigo,  recalcitrante, per voi. Ernesto”.

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Il Che si muove come al solito: combatte, medica sia i ribelli che i contadini che riportano ferite nei combattimenti, prepara sempre spazi dedicati alla scuola e all’educazione. Ribadisce più volte che non è lì per lottare al posto degli zairesi, ma al loro fianco. È dai capi della resistenza, che lo hanno chiamato, che prenderà gli ordini. Utilizza un dizionario swahili-francese. Sono con lui anche José Mar¡a Mart¡nez Tamayo, Harry Villegas e altri compagni della Sierra che lo accompagneranno anche in Bolivia. Raccomanda ai cubani di non lamentarsi dei disagi del dormire sulla paglia o su una base di guano secco. Quando gli danno una pasta fatta di salsa e farfalle, fa fatica a mangiarla, ma alla fine la mangia senza discutere. Accordi fra Stati africani e i differenti, e a volte litigiosi, fronti di Liberazione Nazionale, portano a una specie di cessate il fuoco. I congolesi salutano con molto calore e rispetto i combattenti cubani che lasciano, dopo circa sette mesi, lo Zaire.

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Il Che passa di nuovo dalla Tanzania, poi si reca in un paese dell’est europeo dove viaggia con il passaporto intestato a Raúl Vázquez Rojas, di professione carpentiere. Sempre sotto pseudonimo, va a La Paz, per avere notizie di amici e parenti. È impaziente per la conquista della piena indipendenza dei popoli dell’America Latina, in special modo pensa alla sua terra d’origine, l’Argentina. E poi c’è la Bolivia, dove vi erano state molte manifestazioni popolari contro il governo. Tornato a Cuba, chiede a Fidel Castro di non affidargli alcun incarico di governo, nessuna mansione ufficiale, perché voleva essere libero, in un momento determinato, di ritornare in patria o di andare a lottare a favore di un altro popolo.

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La Bolivia

Il 3 novembre del 1966, il Che parte per la capitale della Bolivia, La Paz, con il passaporto uruguayano intestato a Adolfo Mena González, professione commerciante; ha una credenziale con il timbro della Direzione Nazionale dell’Informazione della Presidenza della Repubblica di Bolivia; la firma in calce è quella del Capo Gabinetto, signor Gonzalo López Muñoz, che lo presenta come un inviato speciale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), incaricato di realizzare uno studio informativo sulle relazioni economiche e sociali esistenti nella campagna boliviana.Il 7 novembre Ernesto Che Guevara raggiunge la fattoria scelta come punto d’incontro del gruppo che costituirà il focolaio guerrigliero in Bolivia. II giorno dopo l’arrivo, inizia le perlustrazioni nella zona per costruire gli accampamenti, che sposterà continuamente, e per cercare grotte dove nascondere munizioni, rifornimenti e apparecchi radio.

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In dicembre, al gruppo del quale facevano parte anche Villegas, Pombo, Leonardo Tamayo Nuñez, Urbano si uniscono, tra gli altri, i boliviani Inti e Coco Peredo, Lorgio Vaca Marchetti, Carlos, e l’altro cubano, José Mar¡a Mart¡nez Tamayo. Il Che, nel suo diario, parla di un comportamento un po’ strano di Mario Monje, segretario generale del Partito Comunista Boliviano, molto vicino all’Unione Sovietica, che, dopo aver dato comunque la sua adesione incondizionata, il primo gennaio del 1967, senza nessun preavviso, si ritira. Proprio la notte prima, brindando con il Che e gli altri compagni, Monje aveva detto: “Nuestras vidas non significaban nada frente al hecho de la revolución”.

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L’11 di febbraio 1967 appunta sul suo diario che è il giorno del compleanno “del viejo”, suo padre. Hanno già incontrato il Rio Grande, lo hanno attraversato e continuano la marcia verso il fiume Masicur¡. Il 15 ricorda il compleanno della figlia Hildita, e il 18 quello della moglie Aleida, che chiama affettuosamente Josefina. Il 24 annota il compleanno del figlio Ernesto. Dorme su una amaca che, quando piove, e questo succede spesso, si trasforma in una specie di coperta.  Mangiano come possono e quello che trovano: lumache, frutti selvatici, cuore di palma, uccelli e, a volte, anche piccole scimmie. Siamo alla fine di febbraio: ritrovano il Rio Grande, lo devono di nuovo attraversare e, il Che, sul diario, piangerà la morte, per annegamento, di Benjam¡n Coronado Córdova. Arrivano, l’otto marzo, a Tatarenda. Alcuni campesinos li ospitano e finalmente riescono a riposare e a mangiare qualcosa di diverso. Sono seduti a un povero ma benedetto tavolo e hanno davanti riso in bianco, carne di porco e bevono anche una buona tazza di caffè!

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Continua la marcia. Il governo boliviano, l’11 marzo, sollecita l’aiuto immediato degli Stati Uniti e stabilisce il coordinamento dei servizi segreti di Argentina, Brasile, Cile, Perù e Paraguay. Alcuni uomini del gruppo che ha portato il sindacalista Moisés-Guevara disertano. Tempo dopo si saprà che uno di questi, Vincente Rocabado, lavorava per la polizia segreta e per i militari boliviani; Pastor Barrera aveva dato parecchie informazioni anche alla Cia. A proposito della Cia, si sa che in questi giorni arrivano a Camiri alcuni dei suoi ufficiali, tra cui un agente di origine cubana, che si fa chiamare Eduardo Gonzáles. Il Che chiede al giornalista Regis Debray, che era riuscito a raggiungerlo, di informare il mondo, a partire dagli intellettuali Sartre e Russel, che avevano bisogno di solidarietà, ma soprattutto di soldi e medicine.

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Il 23 marzo 1967 iniziano le operazioni di guerriglia. Una pattuglia dell’esercito boliviano, in perlustrazione, cade in un’imboscata nella gola di Nancahuazu; lo scontro produce sette morti, quattordici prigionieri (che verranno liberati quasi subito, come fa di solito il Comandante) e quattro feriti, per l’esercito. I guerriglieri, che non hanno subìto perdite, si impossessano di tre mortai, sedici Mauser, due Bz, tre Uzi, due radio e vestiario. Nonostante il successo, la propaganda negativa dell’esercito boliviano continua. All’aeroporto di Santa Cruz, arriva un aereo nordamericano con quindici istruttori di antiguerriglia che avevano fatto molta esperienza in Vietnam. Al Movimento di Liberazione della Bolivia, così come è stato definito dal Che il suo gruppo, si integrano ventinove boliviani, sedici cubani e tre peruviani. Comunque il Comandante è preoccupato e annota che, ascoltando la radio, ha capito che i militari boliviani sanno quasi sempre dove sono, con estrema precisione. 

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Il 10 aprile un altro distaccamento dell’esercito inviato all’inseguimento cade in un’imboscata: tre morti, un ferito e sette prigionieri tra i soldati; i guerriglieri hanno un ferito grave, el Rubio, che morirà poco dopo. L’esercito arresta quaranta contadini sospettati di appoggio alla guerriglia: alcuni di loro verranno assassinati e abbandonati nella selva.

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Il 30 maggio, la colonna del Che si scontra con l’esercito nei pressi della ferrovia Yacuiba-Santa Cruz. Tre sono i soldati morti e dieci i prigionieri. A giugno il governo boliviano proclama lo stato d’assedio e nella città di La Paz viene effettuata una vasta retata di elementi appartenenti alla sinistra. A giugno, nella zona delle miniere di Catavi, i minatori assaltano e bruciano la caserma della polizia e, d’accordo con i minatori di Huanuni, dichiarano territori liberi i loro distretti.

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24 giugno 1967: nella notte di San Juan, i minatori in lotta si concedono una pausa “felice”: danzano, bevono chicha, generalmente si ubriacano. Avevano deciso di togliere, dal loro disperato salario, un giorno al mese per donarli alla guerriglia. In quella notte, chiamata in seguito anche “la notte della mattanza”, i soldati dell’esercito boliviano hanno atteso che questi minatori fossero ben ubriachi, poi sono entrati nell’accampamento e hanno incominciato a sparare… Dopo il massacro, altri dirigenti sindacali spariscono o vengono portati al confino. La radio Argentina dà la notizia di ottantasette morti.

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A Florida in quegli stessi giorni avviene un nuovo scontro tra il gruppo del Che e l’esercito: vengono feriti Pombo e Tuma che morirà poco dopo, nel corso di un intervento tentato in extremis dal Che. Muoiono anche quattro soldati. Il Comandante non sta bene e soffre di tremendi attacchi d’asma.

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Il 29 giugno a Santa Cruz gli studenti dichiarano territorio libero l’Università locale; il 3 luglio Debray conferma, in un’intervista a un giornale, la presenza del Che in Bolivia; il 6 luglio i guerriglieri occupano per qualche ora la città di Samaipata, ma inizia anche la grande operazione d’accerchiamento concertata dall’esercito boliviano.

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L’11 luglio finisce lo sciopero dei minatori che avevano protestato contro la strage compiuta dall’esercito boliviano sui lavoratori in lotta, la notte di San Juan. Mentre i guerriglieri sono accampati nei pressi del fiume Suspiro, avviene uno scontro con un distaccamento dell’esercito le cui perdite ammontano a due morti e sei feriti. Ma muoiono anche due guerriglieri. Pacho, un altro ribelle, è ferito anche se non gravemente. Nel combattimento perdono undici zaini con medicine, un registratore, alcuni libri tra i quali La Rivoluzione nella Rivoluzione, con note del Che, e un testo di Trotzkij. Il gruppo dei guerriglieri è formato ormai da sole ventidue persone tra le quali due feriti e un inabile, il Comandante Guevara, tormentato dall’asma, senza medicine che possano aiutarlo.

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Il 19 luglio i guerriglieri arrivano in un villaggio che si chiama Moroco, nella foresta boliviana, e il Che, a proposito del comportamento degli abitanti, scrive: “Ci hanno bene accolto, ma Calixto, ossia un contadino nominato sindaco da una commissione militare passata dal villaggio un mese fa, si è mostrato freddo e non disposto a venderci alcune cosette”. Come dire che tutti lo accolsero bene eccetto uno, Calixto, appunto. Più avanti: ” […] al tramonto, sono arrivati tre mercanti con dei maiali. Calixto ha assicurato che sono di Postrer Valle e che li conosce”. Il giorno dopo il Che scrive che un altro contadino, Paulino, lo ha informato che i tre individui non sono, per la verità, mercanti; uno è tenente e gli altri due hanno una carica simile. L’informazione, avverte Paulino, l’ha avuta dalla figlia di Calixto che è la sua fidanzata. A questo punto, il Comandante chiede a Inti Peredo di andare ad appostarsi davanti alla casa dove è entrato il falso mercante. Poco dopo l’uomo esce: è un sottotenente di polizia. Questo, faceva la polizia: infiltrava persone che si spacciavano per commercianti nelle zone della guerriglia, a volte per poter spiare i guerriglieri altre volte per spaventare i contadini con la minaccia di bruciare i raccolti”.

Il 14 agosto del 1967 il Che annota, sul suo diario, che la radio aveva dato la notizia che l’esercito aveva scoperto alcune grotte usate dai guerriglieri e avevano così potuto prendere documenti, piantine, tantissime fotografie. 

L’editore Giangiacomo Feltrinelli viene arrestato a La Paz (qualche giorno dopo verrà espulso dal Paese); aveva preso le difese di Cuba e denunciato alcuni piani della Cia. Anche in Italia ci sono mobilitazioni a suo favore.

Mentre il generale americano Porter visita un campo di berretti verdi a Santa Cruz, una compagnia della VII divisione tende un’imboscata al gruppo di Joaqu¡n che cerca di attraversare il Rio Grande. Due guerriglieri, fatti prigionieri in uno scontro avvenuto il 12 agosto, hanno parlato, consentendo un agguato della VII divisione dell’esercito. In realtà l’imboscata è a Puerto Mauricio, sul Rio Grande. Se fosse stata detta la verità, i soldi ricavati dalla taglia sui guerriglieri, li avrebbero avuti quelli della IV divisione. Cadono nove guerriglieri, e con loro Acuña Nuñez, Joaqu¡n, e Tamara Bunke Bider, Tania. L’esercito perde un solo uomo.

A settembre e precisamente il 2, il gruppo del Che tende l’ennesima imboscata nei pressi di Valle Grande, che non riesce. Un guerrigliero muore e viene arrestata Loyola Guzmán, giovane sindacalista, che aveva aiutato la guerriglia dal punto di vista dei finanziamenti. Il Che appunta che la ragazza era giovane, soave, molto determinata. Il sindacato nazionale dei maestri proclama uno sciopero nazionale. 

Il 22 settembre c’è una conferenza stampa dei generali Barrientos e Ovando che esibiscono il materiale fotografico trovato nelle grotte e negli accampamenti dei guerriglieri, nonché i passaporti cubani; in questa occasione si afferma che il gruppo capeggiato dal Che è stato localizzato nei pressi del villaggio La Higuera a Valle Grande. Ad Alto Seco, un villaggio di cinquanta case che i guerriglieri hanno occupato, Inti Peredo tiene, nelle piccole aule della scuola, un discorso sugli obiettivi della rivoluzione. Il 26, a Picacho, il mondo contadino in festa offre ai guerriglieri un menu raro, per quei giorni: uova, piccoli funghi cucinati in salsa piccante, dolci e ancora arance e ciambelle. Alcune donne chiedono al Comandante di ballare sul ritmo delle canzoni intonate da Coco Peredo con la sua chitarra. Il Che deve dire di no; educatamente, come suo solito, si scusa, non sta molto bene. Pochi giorni dopo, sempre nella zona di Valle Grande, il suo gruppo cade in un’imboscata. Muoiono Coco Peredo e Miguel Hernández Osorio; Gutiérrez Ardaya, Benigno, è ferito. Disertano Camba e León.

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La morte

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Ernesto Che Guevara viene fatto prigioniero l’8 ottobre del 1967 è portato nella scuola di La Higuera in cui rimane fino al 9 mattina; venne informato dell’arresto il Presidente della Bolivia, che alle nove di sera si reca dall’ambasciatore degli Stati Uniti a La Paz e alla sua presenza telefona a Washington: la risposta fu che il Che doveva morire e subito, perché costituiva un grave pericolo per gli interessi degli Stati Uniti e della Bolivia. I motivi? L’opinione pubblica internazionale si sarebbe potuta mobilitare, gruppi di comunisti fanatici avrebbero potuto cercare di liberarlo e la Bolivia si sarebbe agitata. Era preferibile la sua morte, la sua distruzione totale. Un duro colpo per Cuba e per i movimenti rivoluzionari dell’America Latina, dissero! Decisero quindi di ucciderlo. Félix Ramos era un traditore, di origine cubana, agente della Cia, e partecipò all’uccisione del Che. I testimoni dissero che quando cercarono d’interrogare il Che usando la violenza, fu proprio lui che gli strappò parte della barba. Il Comandante, come suo solito, si ribellò; gli legarono le mani prima davanti e poi dietro, e il Che sputò in faccia proprio a Félix Ramos. In una delle foto che gli fecero prima di ucciderlo, si vede chiaramente che una parte della sua famosa barba gli era stata strappata. Gli spararono all’una e dieci del giorno 9.

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Nel pomeriggio il cadavere venne trasportato a Valle Grande nell’ospedale Señor de Malta, dove gli tagliarono le mani per permettere ai periti argentini di fare le prove dattiloscopiche. Gli agenti della Cia volevano tagliargli anche la bella testa per inviarla negli Stati Uniti, ma i medici di Valle Grande si opposero e il cadavere venne dapprima esposto a Valle Grande e poi sepolto in un luogo segreto, in una fossa comune, nei pressi dell’aeroporto di quella città.

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Nel ventesimo anniversario della sua morte i giovani boliviani gli hanno fatto omaggio a La Higuera e hanno scoperto un busto alla sua memoria. Fra di loro c’era anche il figlio del militare che dirigeva la compagnia che aveva catturato il Che. Nel luogo dove l’avevano barbaramente ucciso, dentro e fuori dalla scuola, i contadini hanno collocato anche alcune pietre su cui accendono candele e mettono fiori. Nell’ospedale, uno dei lavoratori più anziani aveva conservato tutti gli strumenti con cui avevano fatto l’autopsia al Che: alcuni di questi oggetti si trovano oggi nel museo di Santa Clara a lui dedicato, e altri nel museo della Rivoluzione a La Habana.
I boliviani hanno donato  ai cubani anche la barella con cui il Che venne portato da La Higuera a Valle Grande. La barella era stata conservata dalla stessa persona che lo aveva accolto all’ospedale.

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In seguito, girò la voce che lo avessero cremato e disperse le ceneri, ma non era vero: la scomparsa del cadavere del Comandante ha accresciuto negli anni il mistero attorno alla figura del grande rivoluzionario. La località della sepoltura è rimasta sconosciuta fino a luglio del 1997, quando un gruppo di ricercatori ha identificato il cranio e alcune ossa del Comandante, sepolto in una fossa comune assieme a sette compañeros, a Valle Grande, circa 150 miglia a sud-est di Santa Cruz. Un ritrovamento reso possibile da Mario Vergas Salinas, un generale in pensione dell’esercito boliviano, che nel 1995 ha scelto di porre fine al silenzio imposto a riguardo della sepoltura del Che. E reso possibile anche grazie lalla testimonianza di Gustavo Villoldo, l’uomo che inseguì e catturò Guevara in Bolivia, e che ne ordinò la sepoltura segreta per evitare che i resti diventassero un monumento alla rivoluzione comunista cubana. 

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Ritorno “a casa”

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I resti del Che sono stati traslati a Cuba, più precisamente a Santa Clara: il 17 ottobre 1997 è stata una data memorabile per la città cubana, quasi un nuovo ingresso trionfale del Comandante: cori di bambini, 21 salve di cannone, picchetto d’onore e accensione di una fiamma perpetua sulla nuova tomba del Che da parte di Fidel Castro. Oltre centomila persone hanno visitato il nuovo mausoleo in cui sono conservati i resti del Comandante, nei soli primi due giorni di “ritorno a casa”. Tra i visitatori più illustri, anche papa Giovanni Paolo II che, in occasione del recente e storico viaggio nell’isola caraibica, ha voluto rendere omaggio alla tomba del Che.

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Così, dopo anni in cui si era creduto di tutto – dall’impossibilità di accettare la notizia dell’uccisione del Che, al trafugamento del suo corpo, alla cremazione dei resti, al lancio del corpo stesso da un elicottero in volo sulla foresta boliviana per evitare che fosse trovato – finalmente il Che ha avuto sepoltura certa a Santa Clara. E il mito continua.

[All’interno della sterminata produzione editoriale su Ernesto Che Guevara, ho consultato i seguenti volumi: Roberto Massari, Che Guevara. Pensiero e politica dell’utopia, Erre emme edizioni; Ernesto Che Guevara, Scritti scelti, a cura di Roberto Massari, 2 voll. Erre emme edizioni; Almeyra – Santarelli, Guevara, il pensiero ribelle, Datanews; Ruben Vasquez Diaz, La Bolivia del Che, Jaca Book; Saverio Tutino, Guevara al tempo di Guevara, Editori Riuniti; Liliana Bucellini, Il Che: l’amore, la politica, la rivolta; Che Guevara, Diario in Bolivia, Feltrinelli; Ernesto Che Guevara, uomo, compagno, amico…, a cura di Roberto Massari, Erre emme edizioni; Antonio Moscato, Che Guevara, Teti editore; Associazione di Amicizia Italia-Cuba, Non solo guerrigliero (mostra fotografica)]


Dalla CNN, un breve filmato sulle celebrazioni avvenute a Santa Clara in occasione del ritorno delle spoglie di Che Guevara a Cuba (ottobre ’97)
[file in formato zip, 597 Kb]

Clicca qui se vuoi vedere altre fotografie di Ernesto Che Guevara
e in particolare quelle del Mausoleo
di Santa Clara dove è ora
sepolto il Che

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 Biografia di Ernesto CheGuevara.

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i seguenti link sn dell’informagiovani

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Hasta Siempre Comandante Che Guevara.La canzone più conosciuta sul Che

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Pagine sul Che del sito “ufficiale” dell’associazione di solidarietà Italia-Cuba

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informagiovani.it – Che Guevara.

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