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La strage di Portella e quel filo “nero” che porta a Londra e WashingtonTribuno del Popolo

La strage di Portella e quel filo “nero” che porta a Londra e Washington

Qualche anno fa la Gran Bretagna ha aperto gli archivi segreti della sua intelligence relativi alla Seconda Guerra Mondiale. Ne è emerso come la strage di Portella della Ginestra del 1947 fosse il primo tassello di un vero e proprio progetto golpista di estrema destra eterodiretto dagli Usa.

Quando si parla dell’Italia, dei suoi problemi, delle sue storture, è troppo facile accusare l’animo italico come il responsabile di tutto. Sicuramente gli italiani avranno le loro responsabilità, ma riannodando il film della storia è possibile trovare responsabilità ben più gravi, bellamente ignorate da media e opinione pubblica. Stiamo parlando di quello che successe nell’Italia del Dopoguerra, un’Italia che si era appena lasciata alle spalle vent’anni di dittatura fascista e che nel 1946 rischiava di “scivolare” a grandi passi verso il comunismo, una cosa che nessuno a Londra e Washington era disposto ad accettare. Per contenere l’avanzata del Pci era valido qualsiasi mezzo, era la Guerra Fredda e non si potevano tollerare passi falsi. Da qui l’avvio di una strategia della tensione per eliminare l’anomalia italiana di una forte sinistra. Un progetto volto a restaurare la monarchia per il quale sono stati assoldati banditi, fascisti, avventurieri, soldati e anche carabinieri; un colossale piano golpista che ha cominciato a lasciare il segno quasi subito, già il Primo maggio del 1947, quando la banda di Salvatore Giuliano diede letteralmente fuoco alle polveri con la prima strage. Erano solo illazioni, congetture, poi sono stati aperti gli archivi segreti dell’intelligence britannica ed è emerso come fossero tutte intuizioni felici. Secondo un documento britannico dell’11 agosto 1947 un ufficiale americano chiamato Charles Poletti che era stato governatore di Napoli, Roma e Milano, era tornato in Italia nel giugno 1947 “in missione speciale per conto del governo americano”. Guardacaso proprio in quel periodo ci furono le stragi di Giuliano, a Portella e poi altrove dove avevano assaltato sedi del Pci. Un altro documento, diffuso dall’Unità nel 2007 e desecretato dagli archivi nazionali londinesi nel 2006 e pubblicato da Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino nel libro “Tango connection”, è ancora più esplicito: “Poletti ha incontrato il signor Jacini a Roma e, dopo un attento esame dell’organizzazione dei movimenti italiani di estrema destra, ha promesso da parte del governo americano armi per il movimento e un supporto finanziario sia per le attività in Italia sia sul confine orientale (Udine). (…) Poletti ha posto come condizione per l’assistenza americana che il movimento dell’estrema destra in tutta Italia sia collocato sotto un comando unificato“. Insomma quelli che ci vengono presentati come “liberatori” dalla pubblicistica e dai testi di storia, sono gli stessi che hanno finanziato e organizzato l’estremismo di destra nel Dopoguerra. Alla luce delle informazioni che siamo riusciti a carpire dai documenti inglesi è stato possibile anche rileggere sotto una nuova luce i rapporti del Servizio informazioni e sicurezza (Sis) sull’ Unione patriottica anticomunista (Upa), che già nell’ottobre 1946 era accusata di preparare un colpo di Stato. A capo dell’Upa si trovava il generale dei Carabinieri Giovanni Messe assieme ad alcuni ufficiali del Servizio informazioni militari (Sim). Questa potente organizzazione ubbidiva, udite udite, direttamente all’intelligence Usa di James Jesus Angleton e Philip J. Corso.  L’Upa lavorava per un unico e chiaro obiettivo: una dittatura militare che portasse a un nuovo regime di destra che si sarebbe dovuto reggere sull’Arma dei Carabinieri. Un altro documento inglese del 13 agosto 1947 afferma in modo inequivocabile: “Il maresciallo Messe ha assunto la direzione militare di tutto il movimento anticomunista nel nord Italia (…). Il movimento riceve dieci milioni di lire al mese dalla Confederazione degli industriali dell’Italia settentrionale (…). Jacini informa le autorità americane sugli sviluppi del movimento anticomunista“. Soldi, soldi, ancora soldi, gli stessi soldi che secondo due dispacci degli agenti britannici datati 2 giugno e 5 agosto 1947 sono stati erogati dalla Banca nazionale dell’agricoltura al movimento clandestino monarchico-fascista, che punta alla costituzione “di squadre armate per opporsi alle formazioni comuniste“.Insomma arrivano molti soldi, anche alla sede di via Quattro Fontane a Roma dell’Unione monarchica italiana, dove spesso in quegli anni si potevano trovare emissari della banda Giuliano. Insomma sulla base dei documenti britannici si può correttamente affermare che le formazioni neofasciste a partire dal 1946 abbiano cercato in tutti i modi di ottenere finanziamenti anche dagli industriali e dai neofascisti scappati in Argentina. Un afflusso di denaro, ma anche di armi: “I gruppi monarchici hanno ricevuto dall’America del Nord soldi e armi di ogni specie. Fra le armi, vi sono dei fucili mitragliatori di nuovo tipo con cartuccia molto lunga e di grosso calibro. Notizia assolutamente certa“, raccontava il Sis, che ha anche tradotto in italiano un documento dello stesso periodo americano: “Gli elementi che potrebbero opporsi in combattimento contro il comunismo armato provengono quasi totalmente dai quadri degli ufficiali dell’esercito regolare, devoti alla monarchia, nonché da elementi fascisti“. Il golpe fascista sarebbe poi rientrato solo nel 1948, accantonando la tentazione golpista a vantaggio della stagione del centrismo.

La strage di Portella e quel filo “nero” che porta a Londra e WashingtonTribuno del Popolo.

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