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riceviamo e pubblichiamo – I falsi comunisti, Di Pietro e i verdi ne approfittano per riciclarsi La lista arancione di Ingroia nuova trappola per l’elettorato di sinistra

Divisa al suo interno “Cambiare si può”. L’arcirevisionista Diliberto lavora per una alleanza governativa col PD
Alla fine la nave elettorale arancione di Antonio Ingroia, battezzata “Rivoluzione civile”, è stata varata. Una nave che si ripromette ufficialmente di imbarcare i vari movimenti e la cosiddetta “società civile” che non si riconoscono nel “centro-sinistra”. In realtà, a ben guardare, si tratta di una nuova trappola per tentare di recuperare quell’elettorato di sinistra che già da tempo ha scelto l’astensionismo elettorale o che si accingeva a sceglierlo alle prossime elezioni politiche e ricondurlo all’interno delle istituzioni rappresentative borghesi e nel sistema capitalistico.
I partiti falsi comunisti e trotzkisti, il PRC di Paolo Ferrero e il PDCI di Oliviero Diliberto, i Verdi di Angelo Bonelli che alle scorse elezioni politiche erano restati fuori del parlamento a causa del quorum, e Antonio Di Pietro il cui partito, l’IDV, è stato letteralmente dissolto dagli scandali, hanno accolto tale lista come una sorta di scialuppa di salvataggio e di corsa vi sono saliti a bordo nel tentativo di riciclarsi e mantenere o recuperare le agognate poltrone parlamentari. D’altra parte De Magistris e Ingroia non potevano al momento fare a meno della capacità organizzativa e propagandistica di PRC e PdCI e dei fondi (frutto del finanziamento pubblico) dell’IDV. Da questo punto di vista, più che una coalizione quella di Ingroia sembra essere un cartello elettorale, una riproposizione sotto nuove spoglie della Lista arcobaleno spostata ancora più a destra vista la presenza dell’anticomunista Di Pietro.
Tutto fa supporre però che in futuro, una volta centrato l’obiettivo di superare lo sbarramento elettorale (4% alla Camera, l’8% almeno in una regione al Senato), ognuno torni a coltivare il proprio orto in barba alla tanto starnazzata necessità di “unire la sinistra”.

Dilaniata dalle contraddizioni
Tanto è vero che le contraddizioni interne non si sono fatte certo attendere e Ingroia si sta già barcamenando a destra e a manca per tenere insieme la sua coalizione finendo immancabilmente però con lo scontentare qualcuno.
La prima pesante defezione è stata quella dei padri putativi di “Cambiare si può”, il gruppo di intellettuali (tra cui Paul Ginsborg, Marco Revelli, Luciano Gallino, Tonino Perna, Stefano Rodotà, Ugo Mattei, Alberto Lucarelli, Livio Pepino) che nel marzo 2012 lanciarono il manifesto per “un nuovo soggetto politico” alternativo ai partiti esistenti a sinistra e in autunno un secondo manifesto, “Cambiare si può” appunto, in vista delle elezioni.
Sono stati presi in contropiede da De Magistris che prima ha lanciato il suo Movimento arancione e poi ha di fatto imposto la candidatura di Ingroia a premier e la lista civica nazionale arancione chiusa alle pretese dei leader di “Cambiare si può” che contestavano l’imposizione del leader, la candidatura blindata dei segretari dei partiti al posto dei movimenti, la mancanza di “democrazia partecipata” nella formazione delle liste e delle tematiche legate alla problematica sociale e ai beni comuni. Alla fine, nonostante un sondaggio online abbia dato ragione a chi intende partecipare alla lista Ingroia, la maggioranza dei leader di “Cambiare si può” si è rifiutata di partecipare all’operazione, e così il cosiddetto “quarto polo” di fatto nasce già zoppo.
E le cose vanno di male in peggio. Infatti la delusione serpeggia fortemente alla base di Rifondazione, dei vari movimenti e della componente di “Cambiare si può” che ha aderito alla lista Ingroia visti i rospi che quest’ultimo gli sta imponendo. Il più macroscopico è la candidatura di Antonio Di Pietro nel collegio blindato di Milano al terzo posto. A farne le spese Vittorio Agnoletto, storico portavoce del movimento no-global segnalato a Ingroia dall’Assemblea milanese di “Cambiare si può”, la più numerosa d’Italia, dove la sua candidatura è stata votata da 463 voti sui 500 votanti. Ma Ingroia si è rimangiato la parola data e ora Agnoletto è fuori dalle liste.
Non meno indigesta appare la candidatura dell’ex grillino “dissidente” Giovanni Favia, addirittura come capolista in Emilia-Romagna, che ha suscitato la protesta degli arancioni bolognesi.
Contraddizioni evidenti si stanno manifestando anche nel caso delle elezioni regionali dove in Lombardia l’IDV ha deciso di correre da sola con Antonio Di Pietro capolista. Mentre gli altri della coalizione arancione si sono accodati alla lista “Etico” di Andrea Di Stefano che oltre a non avere il simbolo e il nome di “Rivoluzione civile” si presenterà alleata al “centro-sinistra” di Umberto Ambrosoli. Nel Lazio poi tutti i partiti della coalizione arancione vorrebbero correre con i propri simboli pur sotto il cappello di “Rivoluzione civile”, mentre Ingroia non solo è contrario a prestare il proprio simbolo a questa operazione, ma ha teso una mano al candidato del “centro-sinistra” per la regione Lazio Nicola Zingaretti.

L’alleanza col “centro-sinistra”
Al fondo vi è poi la questione delle alleanze. Fin da subito si sono manifestate contraddizioni circa il rapporto della lista arancione col PD. Con l’arcirevisionista Diliberto deciso a lavorare per un accordo governativo col “centro-sinistra” di Bersani, Ingroia, De Magistris e Di Pietro tutt’altro che contrari, mentre il PRC e “Cambiare si può” nettamente contrari a un qualsiasi rapporto con chi ha sostenuto il governo Monti.
Le castagne dal fuoco le aveva momentaneamente tolte lo stesso PD che aveva rifiutato sprezzantemente ogni dialogo con Ingroia. Ma adesso la partita è stata riaperta attraverso la richiesta del PD di un “patto di desistenza” (ossia la rinuncia a presentare propri candidati) in tre regioni decisive (Lombardia, Campania e Sicilia) per ottenere la maggioranza al Senato. Una trattativa condotta dietro le quinte da Franceschini che si è rivolto direttamente a Leoluca Orlando.
Una trattativa che va avanti nonostante Luigi Bersani abbia posto il ricatto senza contropartita del “voto utile”, ossia “Chi non sostiene il PD, in particolare al Senato in alcune regioni, fa un regalo a Berlusconi”. Tant’è vero che Ingroia ha risposto al leader del “centro-sinistra” senza alcuna preclusione e in modo possibilista: “Parliamone. Io Bersani l’ho cercato invano. Ora aspetto che sia lui a fare un appello a me”. E lo ha ribadito in un’intervista su Radio2 rispondendo alla domanda: “e se le dessero in cambio dieci senatori?”; risposta: “Parliamone. Se mi chiamano, ma bisognerebbe parlare anche di programmi”.
Del resto l’appello in dieci punti “per l’alternativa di governo”, che al momento resta l’unico programma della coalizione, lascia aperte tutte le opzioni. Nell’incipit si esclude infatti ogni rapporto con chi ha appoggiato il governo Monti, “I promotori sono espressione della società civile e della politica pulita che vuole costruire un’alternativa di governo al berlusconismo e alle scelte liberiste del governo Monti”, ma nel finale è assai più possibilista e afferma che “Per realizzare gli obiettivi del Manifesto si decide di aprire il confronto con i movimenti e le forze democratiche del Paese”, ossia anche al PD. Senza parlare delle aperture sfacciate di Ingroia verso il Movimento 5 stelle di Grillo.
Fra l’altro nella lettera di Ingroia a Grillo pubblicata su il Fatto quotidiano del 2 gennaio scorso il primo riconosce al secondo di aver fatto “una scelta di impegno politico che ho capito solo strada facendo, e che ha l’indubbio merito di avere sottratto all’astensionismo tanti italiani, delusi e arrabbiati, recuperandoli ad una politica di partecipazione dal basso”.

Una lista presidenzialista e riformista
La cosa certa è che la lista arancione tenuta a battesimo dal sindaco napoletano Luigi De Magistris e quello palermitano Orlando e dallo stesso Ingroia non sfugge alla logica e alla prassi presidenzialista e all’elettoralismo borghese. A cominciare dalla scelta, in perfetto stile presidenzialista, del candidato premier ancor prima della formazione della coalizione e del programma elettorale. O come dimostra lo stesso simbolo della lista dove il nome dell’ex procuratore aggiunto di Palermo campeggia a caratteri cubitali. Prova ne sono anche la formazione delle liste dove le candidature vengono imposte e calate dall’alto, in barba alla tanto decantata “democrazia partecipata”. Altro che “cambiamento” e “discontinuità” con i partiti tradizionali borghesi. Quella di Ingroia è una coalizione elettorale riformista più estrema della “sinistra” borghese ma tutt’altro che immune dai suoi “peccati”.
Ma soprattutto nel programma di Ingroia manca qualsiasi critica al capitalismo. Anzi esso è tutto interno al sistema economico, sociale e politico capitalistico non accennando nemmeno timidamente alla necessità del suo superamento. Tutt’al più ne contesta l’estremizzazione liberista in nome della strategia riformista dei beni comuni.
Il suo progetto politico e istituzionale è completamente ancorato alla Costituzione del ’48 (il “faro” del movimento arancione) barando e sottacendo che tale Costituzione è stata praticamente e sostanzialmente cancellata dalle modifiche successive, in ultimo l’introduzione del pareggio in bilancio.
Insomma, si tratta di un film già visto e rivisto. Ci auguriamo che le elettrici e gli elettori di sinistra non cadano in questa nuova trappola elettorale borghese e riformista e abbandonino definitivamente ogni illusione elettorale, parlamentare, governativa, riformista, costituzionale e pacifista. L’unico voto utile ai fini dello sviluppo della lotta di classe contro il capitalismo e per il socialismo è l’astensionismo marxista-leninista, inteso come voto dato al PMLI e al socialismo.
(Articolo de “Il Bolscevico”, organo

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