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La Stampa – “Teniamo il fiato sul collo agli enti La nostra è una guerriglia civica”

Gli hacker buoni che svelano i dati
delle pubbliche amministrazioni:
«Parlare di trasparenza non basta»
alberto abburra’
torino

Non basta dire “trasparenza” per abbattere il muro che divide i cittadini e le pubbliche amministrazioni perché i dati che escono dalle stanze di Comuni, Province e Regioni spesso si fermano appena fuori dall’uscio. Lo sanno bene gli hacker civici, i nuovi attivisti, intraprendenti “smanettoni” che lavorano per trasformare quelle informazioni (i cosiddetti Open Data) in strumenti utili alla collettività. Milioni di numeri, cifre, statistiche che riguardano i cittadini e chi li governa. Contenuti preziosi, ma che spesso necessitano di essere decifrati per essere letti e compresi da tutti.

Attraverso i dati – spiega Alessio Biancalana, 22 anni, studente di ingegneria informatica e hacker del collettivo SOD “Spaghetti Open Data” – si può valutare l’operato dei politici e degli amministratori. Noi lavoriamo per far capire alla gente che questo può fare la differenza perché è una forma di potere”. L’attività degli hacker si articola su due fronti: da un lato la consulenza agli enti pubblici per la pubblicazione dei dati in formati “leggibili” e dall’altro lo sviluppo di applicazioni (per smartphone, pc, tablet) che ne consentano ai cittadini un utilizzo immediato, possibilmente con dei benefici.

Ma chi sono davvero gli hacker civici? In maggioranza studenti e lavoratori con la passione per l’informatica, gente che mangia pane e numeri, parla linguaggi di programmazione, ma fatica a digerire la cattiva gestione della “cosa pubblica”. Con loro ci sono avvocati che si occupano degli aspetti legali e un gran numero di sostenitori che a vario titolo aiutano i progetti. “Lavoriamo di fantasia – continua Biancalana – per trovare utilizzi dei dati che gli altri non vedono”. E allora ecco nascere applicazioni che incrociando i dati misurano il benessere delle città, la qualità dell’aria o analizzano il sistema dei trasporti, della sanità e della scuola. Servizi che offrono indicazioni turistiche, idrogeologiche o rubriche per le emergenze con ospedali, farmacie e forze dell’ordine. Informazioni che appartengono ai cittadini, ma rischiano di restare nascoste dentro gli uffici. Rimodellarle e diffonderle diventa un esercizio di cittadinanza attiva, un impegno politico per il bene comune.

Il “Decreto sviluppo” approvato dal governo prevede l’obbligo (dal 1° gennaio 2013) per le amministrazioni di pubblicare in Rete come “Open data” finanziamenti, sussidi e contributi. Molti enti l’hanno fatto, ma c’è chi nicchia e chi, pur non essendo in regola, spera che i cittadini non se ne accorgano. “Teniamo il fiato sul collo alle amministrazioni – aggiunge -. La nostra è una sorta di guerriglia civica”.

Nel 2011 il comune di Firenze è stato uno dei primi enti a rendere pubbliche le proprie informazioni aprendo anche un portale (http://opendata.comune.fi.it/) che le raccoglie. Per farlo ha chiesto aiuto proprio a “Spaghetti Open Data” affinché il materiale rilasciato fosse fruibile dai cittadini. “Ci piacerebbe – conclude l’hacker – che le amministrazioni ci coinvolgessero sempre di più perché, con il proliferare di realtà private in stile Silicon Valley, ci stiamo dimenticando che anche lo Stato gioca un ruolo fondamentale nella conoscenza”. Il voto di febbraio potrebbe essere una buona occasione per approfondire il tema e magari farlo diventare parte dei programmi di governo. In molti lo stanno già facendo. La speranza è che non sia soltanto una promessa da campagna elettorale.

SPECIALE ELEZIONI

La Stampa – “Teniamo il fiato sul collo agli enti La nostra è una guerriglia civica”.

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