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In 2000 a Livorno per Grillo fra contestazione, Monte dei Paschi e retorica della partecipazione – Senza Soste

 

grillo_piazza_XXCirca duemila persone hanno assistito ieri al comizio di Beppe Grillo in piazza XX settembre. Dopo la presentazione del comizio, Grillo ha chiesto un minuto di silenzio per la tragedia di Salviano, per poi iniziare a parlare dello scandalo Monte dei Paschi, ricordando che la banca senese è uno dei maggiori finanziatori del rigassificatore offshore di Livorno oltre che essere legata a doppio filo con il Pd. Quello delle banche, dei legami con la politica e col nostro debito è stato il trait d’union di tutto il comizio che ha spaziato dalle grandi opere, alla nazionalizzazione delle banche fino alla sanità.

Una piazza molto attenta ha seguito le quasi 2 ore di comizio concluso con la presentazione dei candidati.

Su Grillo e il Movimento 5 Stelle abbiamo scritto molti editoriali, analizzando il fenomeno politico, la base sociale di consenso e le parole d’ordine e quindi non stiamo ad entrare nel merito del comizio visto che oltretutto si trattava di un’arringa elettorale dove solitamente viene detto di tutto e di più.

Ci vogliamo invece soffermare su altre dinamiche di piazza: da una parte la minicontestazione sotto il palco ad organizzata da un gruppo di antifascisti facenti capo al Laboratorio Ska per le parole di Grillo su CasaPound e dall’altra sulla retorica di Grillo e il concetto di democrazia diretta e partecipazione nel Movimento 5 Stelle.

La contestazione è partita dopo pochi minuti di comizio mentre Grillo parlava del Monte dei Paschi, del rigassificatore e dei danni fatti dal Pd sul nostro territorio. Grillo allora ha invitato i contestatori sul palco ma nessuno è voluto andare.  Dopo qualche minuto gli è stato poi lanciato un comunicato da leggere. Se qualcuno fosse montato sul palco probabilmente la piazza avrebbe avuto più chiaro il motivo della contestazione che invece si è protratta in modo poco comprensibile ai più per tutta la durata del comizio fino a quando Grillo, in chiusura, ha proposto ancora ai contestatori di montare sul palco e al rifiuto da parte di questi ha letto lui stesso qualche riga del comunicato (Link: Il comunicato integrale)

Sicuramente l’approccio dei contestatori con la piazza è stato quantomeno all’insegna dell’incomprensione e per chi canta bandiera rossa o bella ciao il rapporto con il popolo dovrebbe quantomeno essere diretto a un dialogo, fermo e convinto delle proprie posizioni, ma chiaro e propositivo.

Non per sminuire la gravità dell’apertura di Grillo a Casapound, su cui siamo già stati chiari, ma nel format “contestazione” ci dovrebbero essere una serie di sfumature a seconda del fatto che parli Beppe Grillo, Renzi, Bersani, Buontempo o Borghezio.  Anche perché pensiamo sia un errore non capire che ieri in piazza non c’era la stessa gente che abbiamo visto ad ascoltare Borghezio o Buontempo e nemmeno le classi dirigenti che erano alla stazione marittima a vedere Renzi e Bersani: ieri in piazza c’erano, oltre a semplici curiosi attirati dal personaggio televisivo, giovani e meno giovani colpiti dall’austerità a senso unico di Monti che vogliono mandare a casa il sistema dei partiti. Una soggettività sociale che è imprescindibile per un progetto di cambiamento, al di là dei limiti, delle ingenuità e delle ambiguità che esprime il Movimento 5 Stelle.

E qui vogliamo legarci ad un altro discorso.

Al netto della retorica su democrazia e partecipazione, nonostante alcune teorie che tentano un percorso verso la cosiddetta democrazia diretta, al momento il Movimento 5 Stelle è un brand “privato” gestito da un paio di persone (tra cui un inquietante guru della comunicazione) che decide chi è dentro e chi è fuori, nell’illusoria convinzione che solo in questo modo si possa preservare la purezza originaria ed evitare infiltrazioni di ogni sorta. Al momento la realtà è questa e le discriminanti che Grillo elenca per entrare nel suo movimento fanno tenerezza (essere incensurati ad esempio, ma anche non formalmente ma concretamente sì, non avere un passato politico) e su queste basi da un lato è poco individuabile il concetto di democrazia interna e dall’altro c’è il rischio che con questo sistema potranno pullulare decine di Scilipoti.

Grillo, inoltre, ha ribadito lo slogan “né di destra né di sinistra” e francamente dopo trent’anni che si sente ripetere dai verdi, dai radicali, dai leghisti, sarebbe ora di scegliere un altro ritornello, anche se in pieno clima elettorale la tentazione (e la concreta possibilità) di raccattare voti dagli scontenti di entrambi gli schieramenti principali è fortissima.

Di mitologia nella narrazione del comico genovese ce n’è in abbondanza, come ad esempio il mito della casalinga in Parlamento, come se davvero qualche decina di “persone comuni” messe sulle poltrone di Montecitorio potesse cambiare le cose. E qui un certo richiamo alla retorica dell’”uomo qualunque” ce lo sentiamo veramente. Anche perché è un dato di fatto condiviso che nei paesi a capitalismo avanzato (quelli che un tempo venivano definiti “occidentali”) il ruolo dei parlamenti, dei consigli comunali e di quelle assemblee che detengono il potere legislativo è sempre più fagocitato da una predominanza del potere esecutivo (governi) che a loro volta sono ormai ostaggio dei capitali privati internazionali. La democrazia, dunque, non può che essere in primis una pratica quotidiana, reale e diretta delle battaglie finalizzate a un’emancipazione e un benessere collettivo e non solo una procedura per eleggere dei rappresentanti in istituzioni sempre più orpello di un sistema che fagocita tutto, anche la democrazia stessa.

E qui ci allacciamo all’ultimo punto che è quello della retorica sulla partecipazione.

Partecipazione che sembra limitata alla “rete”, come se fosse possibile ricostruire la sfera pubblica smantellata dal neoliberismo solo nell’ambito virtuale e non nella realtà sociale e nella vita collettiva di un territorio. Quando invece la partecipazione, la democrazia diretta e il radicamento sul territorio sono la chiave per qualsiasi ipotesi di cambiamento e la rete è solo uno degli strumenti.

Diciamo questo perché un movimento postideologico come il Movimento 5 Stelle guarda spesso a movimenti o organizzazioni che hanno una radicata identità o dei radicati valori come qualcosa che appartiene al ‘900, quasi da compatire. Oppure a quei movimenti dal basso che però non si presentano alle elezioni come qualcosa di inutile. La realtà però è un’altra perché sui territori, a Livorno ad esempio, sono proprio quei movimenti molto radicati nell’identità (comunista e antifascista ad esempio) che in questi anni hanno contribuito a far sì che la partecipazione e la presenza sul territorio fossero pratica reale quotidiana. Ieri Grillo parlava di sfruttamento nei call center, inceneritori, rigassificatori, inquinamento, problema abitativo e tutti applaudivano fragorosamente. Vedremo se ora questo consenso da applausometro si trasformerà in reale partecipazione visto che sul nostro territorio tutte queste questioni sono affrontate dal basso e in modo diretto da assemblee degli spazi sociali (pensiamo al lavoro sull’emergenza casa e sui disoccupati che sta facendo l’ex caserma occupata), sindacati degli inquilini (Unione Inquilini), sindacati di base (Cobas, Unicobas e Usb presenti nelle principali vertenze su call center, scuola e ipermercati), comitati ecologisti (comitato NoOffshore e Comitato No inceneritore), comitati di quartiere (come quello contro l’inquinamento dei quartieri nord)  o centri di quartiere come il Chico Malo nella palazzina dell’ex Godzilla. Oltre a tante altre organizzazioni e associazioni autonome e indipendenti dai poteri forti che hanno le mani sulla città, che operano in città su temi di rilevanza collettiva. Per ora di militanti o simpatizzanti del Movimento 5 Stelle se ne sono visti pochi in queste battaglie dal basso dove la partecipazione è diretta e uno vale uno davvero, con il suo corpo e il suo cervello.

Concludiamo con una breve riflessione su ideologia e antifascismo.

L’impressione è che la sinistra antagonista dovrà confrontarsi sempre più spesso con movimenti “postideologici”e riaffermare pregiudiziali non potrà prescindere dalla capacità di spiegarne il senso. Cioè che le ideologie non sono vuoti residui del passato ma sistemi di valori che prefigurano modelli diversi di  società.   Anche la pregiudiziale antifascista deve essere ricondotta a un sistema complessivo di valori e anche alla prospettiva di un mondo diverso e attuale, altrimenti rischia di essere interpretata solo come un richiamo al passato e così che avrebbe buon gioco chi dice che le ideologie sono superate o “dividono”.

Grillo comunque spesso scherza col fuoco, perché al di là della legittimazione e degli apprezzamenti a Casapound su cui anche ieri ha cercato di chiarire la propria posizione, vi sono alcuni temi su cui c’è da fare parecchia attenzione: temi come il signoraggio, l’indipendenza nazionale, il protagonismo dei ceti produttivi contro quelli parassitari, la valorizzazione del merito, vanno maneggiati con molta attenzione perché altrimenti si rischia davvero di portare acqua al mulino della destra estrema oppure legittimare lo smantellamento di tutto ciò che è pubblico come vorrebbe la destra liberista.

Al di là della buona o cattiva fede, Grillo è pur sempre un personaggio di spettacolo e probabilmente si è trovato nella possibilità di diventare un importante leader politico nazionale oltre le sue stesse previsioni e rischia di guidare un TIR con il foglio rosa. I temi di fondo del M5S sono estremamente interessanti (l’ambientalismo radicale, la decrescita, la moneta sociale, la critica della alle istituzioni finanziarie internazionali ecc.) anche se manca in pieno una visione di classe sostituita spesso da un vago e pericoloso concetto di merito. Tuttavia per molti che si sentono di sinistra, abituati agli zombi incollati alle poltrone, grigi, noiosi  e capaci di mille cavilli per poi rimanere immancabilmente attaccati alle gonne di mamma PD, i toni di radicale critica al sistema dei partiti e di indignazione, abilmente dispensati da un vecchio mestierante del palco (come lui stesso ama ricordare) fanno certamente presa. Ma bisogna anche fare attenzione alla logica del capo carismatico perché c’è il rischio che poi molti in piazza abbiano lo stesso atteggiamento che si vedrebbe se sul palco ci fosse Maria De Filippi o Roberto Benigni.

redazione

In 2000 a Livorno per Grillo fra contestazione, Monte dei Paschi e retorica della partecipazione – Senza Soste.

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