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Il lavoro prima del fisco di Michele Prospero | Com.Unità

Nelle prime battute di questa campagna elettorale emerge una scivolosa Inclinazione a fare ancora una volta del fisco la carta incantata per attrarre i voti di cittadini sempre più impoveriti, ma anche più storditi da una comunicazione alluvionale che li rende senza memoria e quindi barcollanti nel cogliere le cause reali del loro disagio.
La seconda Repubblica, che da troppo tempo ormai è rannicchiata sul letto di morte, ricorda, prima di perire per sempre, le nebbie della sua radiosa infanzia, quando proprio la sacra guerra contro le tasse di Roma ladrona annunciava uno splendido avvenire.
Il comico replicante (Berlusconi), che aveva teorizzato persino il diritto naturale all’evasione fiscale contro uno Stato che osava mettere le mani in tasca al contribuente ingegnoso, adesso gongola. E sogna ad occhi aperti per il ritorno in scena, da attore protagonista per giunta, del suo malconcio cavallo di battaglia. Ma anche il tecnico illusionista (Monti), che pure si vantava di andare spedito verso il cuore dei problemi reali perché non aveva l’imperativo di piacere agli elettori, adesso dispensa lui stesso sogni e miracoli a buon mercato. A riprova che il tecnico non è mai la cura ai pasticci provocati dal comico, c’è che entrambi trasformano le elezioni in una gara dopata da affrontare con effetti speciali che sospendono il normale flusso della ragione e degli interessi.
Lo spericolato inseguimento sul terreno della più inverosimile promessa del marinaio (meno tasse) è una irresponsabile via di fuga dai nodi di una crisi sociale che graffia sulla pelle di un paese che vede precipitare i consumi, lievitare la disoccupazione, esplodere la disperazione giovanile. Dopo il rigore che ha calmierato i conti pubblici con nuovi pesanti prelievi, il problema vero non può essere quello dell’ingegneria fiscale creativa, ma quello di come ricostruire, con la politica, le condizioni della crescita. Il lavoro è la vera emergenza e su di esso invece prosegue l’arte della rimozione.
Se non si definiscono politiche industriali incisive non si dà alcuna risposta alla questione sociale, e non si mette in sicurezza il bilancio statale. Creare lavoro e favorire la crescita è il compito prioritario di un governo della ricostruzione. Occorrono in tal senso capacità di progettazione politica, coinvolgimento dei ceti produttivi, condivisione dei percorsi con il mondo del lavoro e dell’impresa innovativa. Altro che sindacato come cancro amico della conservazione, come strillano all’unisono il partito azienda di Berlusconi e il partito quasi aziendale (a dominanza Fiat e con Marchionne quale ideologo massimo) di Monti.
La sinistra, che ha radici ben salde nel mondo del lavoro, non trascura il ruolo rilevante, in un’economia di mercato competitiva, di quello che Marx stesso chiamava la componente intellettuale e creativa connessa alla funzione organizzativa del manager e del capitalista industriale (contrapposto a quello dedito a operazioni meramente speculative). L’impresa, quella seria che non si lascia incantare dal piffero di Berlusconi e di Monti, e che quindi non beve la frottola del fisco come panacea dei mali e non si accoda alla chiacchiera del conservatorismo della Cgil, sa che un governo della ricostruzione, proprio per recuperare competitività e rianimare i consumi e la domanda interna, non può che partire dall’emergenza del lavoro povero.
Dosando misure di breve e di medio periodo, il governo della ricostruzione deve adoperarsi per rilanciare i consumi (con interventi mirati sui prelievi eccessivi che bloccano salari e pensioni costringendoli a marcire nei livelli di alcuni decenni fa), per creare nuove opportunità di lavoro (formazione, ricerca, beni culturali e ambientali, paesaggio, territorio), per contribuire all’ammodernamento della rete infrastrutturale, per accorciare i tempi della giustizia civile (che frappongono un colossale macigno immateriale agli investimenti produttivi, altro che rigidità del mercato del lavoro!), per una ristrutturazione delle imprese (oltre i limiti espansivi del nano capitalismo, con un più fluido accesso al credito, con semplificazioni, liberalizzazioni), per un riordino dell’efficacia delle prestazioni della pubblica amministrazione, per accorciare i tempi della decisione politica (riforme istituzionali ed elettorali, riordino del contorto rapporto centro-periferia, superamento del bicameralismo perfetto).
Che il tecnico chiamato a dare una rapida sepoltura del comico, invece di contribuire a preparare un confronto culturale più elevato, si appropri dell’anima del defunto e si trasformi egli stesso in un imbonitore che vende sogni e promette miracoli è un indizio dei tempi decadenti. Ma alternative serie al declino economico e culturale, che pare la cifra dominante del ventennio trascorso, richiedono il concorso della politica (che recuperi il principio di realtà, che adoperi il linguaggio della crisi) e il coinvolgimento dei soggetti sociali più innovativi (dell’impresa e del sindacato), in uno sforzo di tracciare un governo della modernizzazione che sia capace di inclusione. <NO1>

Il lavoro prima del fisco di Michele Prospero | Com.Unità.

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